domenica 6 marzo 2016

Vado a prepararvi un posto

“Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore (…). Vado a preparavi un posto” (Gv 14,2).

Questa è la contemplazione nella preghiera del Rosario Domenica 20 marzo con l’Associazione Mariana “Madre del Lungo Cammino” in Castel d’Azzano (Vr) – Via Scuderlando, 56/a – tel. 045 512264
Nell’ora del suo commiato, che ci prepariamo a rivivere il Giovedì Santo notte, Gesù, nel Cenacolo rivolge ai suoi discepoli, che avvertivano che si stava approssimando qualcosa di inaudito cioè la morte, la sepoltura, la
risurrezione e per questo erano profondamente turbati, parole di conforto: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore (…). Vado a prepararvi un posto” (Gv 14,2). A chi, più che alla donna che chiamava madre, avrebbe  preparato una dimora, segno di speranza e di consolazione per tutti noi? A chi avrebbe dovuto preparare una dimora in anima e corpo più che a Maria, che era diventata ella stessa dimora per Lui, dalla cui carne e dal cui sangue egli stesso aveva preso carne e sangue cioè Dio con un volto umano, rivelandoci chi è Dio e chi è ogni uomo del suo compiacimento? Più che a Maria, che si era aperta a lui con il suo corpo, con la sua anima e con il suo cuore, così che egli stesso potesse abitare in questo mondo, rivelando sia chi è Dio e sia chi è ogni uomo del suo compiacimento, così che si avverassero in modo inaspettato e mirabile le parole del profeta: “Gioisci, Figlia di Sion (…) il Signore è in seno a te” (Sof 3,14.17). Egli Dio, Figlio del Padre nello Spirito Santo, abitava in lei. Agostino diceva che Maria, prima ancora di concepirlo nel suo corpo, lo aveva concepito nel cuore, nel suo spirito. Nell’essere intimamente tutta aperta a lui – “Ecco la serva del Signore” – poté liberamente cioè per amore accoglierlo, diventare per lui porta di presenza e azione storica continua fino a noi, così che egli entrò in lei ed ella da quel momento veramente è stata tempio vivente, abitazione in questo mondo di Dio Figlio con il Padre nello Spirito Santo. Egli ha abitato in lei. Ella è stata dimora storica per lui e così egli, unico nell’essere divino con il Padre nello Spirito Santo, è divenuto per sempre dimora per lei che ce lo dona continuamente. Il Risorto stesso è il Cielo cioè la vita trinitaria di Dio. Egli è la destinazione di tutti e di tutto cioè l’abitare eterno per ogni uomo – con carne, anima e spirito –in Dio e dunque la meta per mezzo della quale noi possiamo abitare  in Dio oltre lo spazio e il tempo; e, prima fra tutti, lei assunta in Cielo in anima e corpo, che gli diede un corpo.
Perciò la notte del giovedì santo che attualizza uno dei tre momenti del cenacolo, istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio, apparizione del Risorto e Prima Pentecoste, è fondamento di sicura speranza che ci rassicura: “In Dio c’è posto per noi. Possiamo abitare in lui per sempre con ogni bene senza più alcun male: è il Paradiso”.
 E riprendiamo anche quest’altra parola: “Nella mia casa – in me stesso crocifisso risorto, nel Dio vivente cioè tra noi – ci sono molte dimore”. Dio è grande; egli ha posto per tutti noi, vuole tutti; e per ognuno nel modo suo proprio. Infatti quando parla di molte dimore, significa appunto che per ognuno c’è quel che più gli si confà, che Dio ha spazio in sé per ognuno così come è divento nel lungo cammino della vita insieme a Maria, con tutto quello che ha operato, fatto e amato; che ognuno è parte del tutto, della grande sinfonia della creazione, della pienezza vivente nella quale lui, il Dio vivente, un giorno vuole essere e sarà tutto in tutti. “Nella mia casa ci sono molte dimore”, c’è una dimora anche per ciascuno di noi, anche per quella relazione preferenziale di amore accaduta in questa vita. A questo punto sorge però la domanda poiché la piena realizzazione del dono divino non avviene senza la nostra responsabilità, senza la nostra risposta: come fare affinché un giorno, dopo la morte, non ci perdiamo nel vuoto, nella solitudine infernale, ma siamo capaci e degni di abitare nella comunione trinitaria del Paradiso dove troviamo la nostra dimora senza più i limiti dello spazio e del tempo?
Nell’infonderci oggi, soprattutto nella notte del Giovedì Santo con l’adorazione, la sicura speranza che sì, nella sua casa, in lui, possiamo davvero abitare, così come egli poté e volle abitare, anzi abita nella sua Chiesa e nel volto di ogni uomo – Maria, la madre del lungo cammino, ci mostra anche il “modo”, il modo con cui possiamo giungervi con lei. 
Ci dice: “Fai come me e con me! Apriti a lui senza anteporgli nulla! Dagli spazio nella tua via! Non credere che tutto serva solo per te stesso perché in ogni cuore c’è il desiderio naturale di Lui, come figli nel Figlio, anche se spesso soffocato questo desiderio originale! Non riempirti di tante cose che credi importanti e che invece alla fine si rivelano insignificanti e lasciano dietro di sé solo frustrazione. Fagli spazio ogni giorno nel tuo tempo, nel tuo cuore, nel tuo volere e nel tuo agire. Lascialo entrare, lasciati amare, così che egli trovi spazio in te, e attraverso di te Dio prenda un po’ dimora, abbia spazio in questo mondo, che oggi così secolarizzato pensa di essere già così stipato da considerare Dio, la Chiesa  intralci da far sparire – quando invece solo Lui attraverso la sua Chiesa ci dà spazio e ci fa liberi cioè capaci di essere amati e di amare. Fai come me, dice Maria, “apriti a lui, lascialo entrare in te, lasciati amare”.
Se consapevoli, preparati da questo cammino quaresimale questo accade nella notte del Giovedì Santo in un modo magnifico. Nell’Eucarestia attraverso chi è consacrato ad agire in sua persona  con l’appuntamento in Cattedrale con il Vicario di Cristo, il Vescovo, egli stesso si dà a noi, entra in noi perdonati dal sacramento della Riconciliazione, si mette nelle nostre mani e quindi nel nostro cuore, e abita in noi e nel volto di chi incontriamo, soprattutto nella relazione di amicizia.  Se accettiamo questo, se ci lasciamo andare a Lui, se gli permettiamo di abitare in noi, se sosteremo nell’ora santa, allora diverremo capaci di abitare presso di Lui. Mentre gli prepariamo una dimora, egli prepara a noi quello verso cui il nostro cuore tende cioè una dimora eterna con ogni bene senza più alcun male. Mentre crediamo di portarlo, egli porta noi. A questo ci invita soprattutto il giovedì santo. A preparargli anche pubblicamente una dimora in questo mondo secolarizzato cioè in silenzio con Dio e su Dio, così che egli diventi la nostra dimora; così che diveniamo membra del suo corpo che è la Chiesa per tutti e per tutto, così che gli apparteniamo, pur concretamente attraverso gruppi e movimenti, alla Chiesa locale della Parrocchia e in quella particolare della Diocesi come le membra appartengono a un corpo e non siamo costretti a essere per sempre soli, senza dimora, nel vuoto, nella solitudine infernale. Se oggi lo lasciamo abitare, abitiamo fraternamente con lui e presso di lui, abbiamo già trovato il posto; e proprio nel cercare sempre di nuovo, giorno dopo giorno, di prepararci per lui, è lui a preparare la dimora definitiva in noi.
Maria ce lo chiarisce in modo ancora più concreto. Il Vangelo di Luca, 39-56 ci dice ancor più concretamente come avviene che si lasci abitare Dio e che si ottenga perciò noi stessi dimora presso di lui. Ci sono innanzitutto le parole di Santa Elisabetta a Maria: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”. Beato colui che crede. Beato significa essere in modo tale che Dio abbia posto in noi e che noi abbiamo posto in lui. La fede è la prima cosa. Per mezzo della fede, ci dice Paolo, Dio abita in noi. Oggi molte cose si oppongono alla fede. Crediamo che la scienza sappia tutto molto meglio; e così Dio non ha più posto. E tuttavia, proprio quando crediamo di sapere così tanto, egli è sempre così tanto più grande e il nostro intelletto così tanto più piccolo. Quanto più conosciamo, tanto più coloro che davvero sanno si accorgono di quanto misero sia il nostro sapere e conoscere, e che la fede ci apre un orizzonte che nessun sapere è in grado di dischiudere: la comunione del Dio vivente tra noi. E così quello che il giovedì santo ci invita a credere, a rimanere aperti a Dio, a dire sì alla sua Parola, ad attaccarci per così dire a lui e trovare in questo modo la via che porta all’essenziale e al vero.
Ci sono poi queste parole di Maria: “Di generazione in generazione la sua misericordia si estende su quelli che lo temono”. Alla fede, al sentirci tanto amati è legato il giusto timore di Dio. E’ una parola che non ci piace tanto. Ma non si tratta di un timore servile. Che è proprio quello dal quale il Signore ci ha liberati, nel farci suoi amici. E invece quel tipo di timore che è contenuto nell’amore; quel timore che si preoccupa di non perdere l’amore e di non ferire nemmeno con il peccato veniale l’amato, una condizione per l’indulgenza giubilare, e di essere invece degno della sua bontà. Questo timore davanti a Dio, davanti al suo farsi presente, al non allontanarci mai da lui, questo timore è santo, è una parte dell’amore, ne abbiamo tanto bisogno. E ne facciamo esperienza nel nostro tempo, nel nostro mondo: dove Dio non è più temuto, gli uomini diventano tremendi, terribili l’uno per l’altro. Basta – per fare un esempio – osservare cosa accade nella strumentalizzazione di Dio o dell’ateismo con il fondamentalismo, dove è distrutta la stessa capacità di pace, dove trionfa l’odio, la violenza e dove gli uomini possono unicamente aver paura gli uni degli altri e costruire politiche con questa paura; perché non temono più di ferire la sacra presenza di Dio nel volto di ogni uomo che Dio ama comunque ridotto. Quanto il mondo attuale avrebbe bisogno di questo timore di Dio che proviene dal sapere che egli, il Dio che possiede un volto umano, è unito in qualche modo ad ogni uomo, una certezza che proviene dalla fede per la civiltà dell’amore.
E poi Maria dice: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore”. Maria ci mette in guardia dalla superbia tipicamente diabolica. I Padri dicono che la superbia è la radice di tutti i peccati. Il peccato di Adamo, che si attua continuamente in noi – perché Adamo significa “uomo” –è la superbia, per cui si crede di saperne di più e di essere migliori degli altri. E’ una tentazione tipica dei popoli abbienti che dispongono di tante possibilità educative e formative. La superbia per cui pensiamo: “Noi ne sappiamo di più. Come può credere la Chiesa di insegnarci ancora qualcosa?” Quant’è sciocco tutto questo, quanto è arretrato, anche se oggi molto diffuso! Noi, con il Vangelo e la comprensione del Catechismo, del Compendio, siamo molto più illuminati e informati! Persone che dispongono certo di grandi conoscenze nel loro campo specifico e sono molto razionali con enormi spazi di comunicazione sociale, credono per ciò stesso di poter giudicare su tutto, parlando invece in modo incredibilmente sciocco e superbo di cose delle quali non capiscono nulla. La superbia ci impedisce di credere. Ci impedisce di sentirci amati e di amare. Ci impedisce di avere il timore santo di Dio. La superbia è l’opposto della fede. E per questo Maria dice che egli “rovescia dai troni quelli che hanno il cuore pieno di superbia”.
Per questo la frase immediatamente successiva dice: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili”. Dio ama i semplici. Ed è proprio nella semplicità che l’uomo riconosce l’essenziale del proprio e altrui essere dono del Donatore divino, come di tutto il mondo che lo circonda cioè la verità e l’amore del Donatore divino. Dio ama i semplici. Per questo noi dobbiamo amarli e cercare di diventare ed essere semplici noi stessi in loro amicizia. E così siamo vicini a Lui, alla sua amicizia.
Ancora una frase di Maria: “Ha ricolmato di beni gli affamati”. La Sacra Scrittura ci dice una cosa incredibile. Dobbiamo imitare, far nostri i sentimenti di Dio che ha assunto un volto umano. E’ possibile? Sì, ci dice Maria, è possibile lasciandoci assimilare    a Lui come è ricordato nei Vangeli incontrandolo sacramentalmente. Dio condivide, dona ai bisognosi, è buono con quelli che hanno bisogno di lui e prodighi ritornano a lui – e tutti hanno bisogno di lui! Dobbiamo diventare noi stessi, ci dice Maria, persone che condividono, come lo fu lei alle nozze di Cana e poi durante tutta la sua vita. Diventiamo come chi è buono, come chi dà all’altro e non crede che tutto debba essere solo per sé: per tutte queste vie – e ci sarebbe ancora molto altro da dire, ma in realtà già da qui la direzione essenziale è comunque riconoscibile -  noi prepariamo al Signore una dimora nel mondo e in ciò egli prepara una dimora eterna per noi. “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. Oggi desideriamo gioire per queste parole e orientarci in base ad esse non escludendo per Pasqua nessuno: così che vivremo nel modo giusto. E preghiamo Maria, che dimora presso il Signore, di guidarci, di aiutarci e indicarci il lungo cammino in compagnia della mamma che ci da Gesù e con Lui il Padre nello Spirito Santo: soprattutto al compimento di questa vita ci mostri Colui che è il frutto benedetto del suo seno, Gesù Cristo. Amen.

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