mercoledì 2 marzo 2016

Domenica di Quaresima IV

Solo sperimentando il perdono nella Confessione, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio e fraterno con tutti

In questa quarta domenica di Quaresima viene proclamato il Vangelo del padre misericordioso e dei due figli, più noto come parabola del “figlio prodigo” (Lc 15, 11-32). Questa pagina di san Luca costituisce un vertice della spiritualità e della letteratura di tutti i tempi. Infatti, che cosa sarebbero la
nostra cultura, l’arte, e più in generale la nostra civiltà in tensione a non definire mai una persona dal male che fa, dando sempre la possibilità a tutti i colpevoli di pentirsi, di riparare per quanto è possibile e di ricominciare senza questa rivelazione inimmaginabile di un Dio Padre pieno di misericordia? Questa parabola, insieme alle altre, non smette mai di commuoverci, di attirarci, e ogni volta che l’ascoltiamo come in questa quarta domenica dell’anno C o personalmente la leggiamo andando a confessarci a Pasqua è in grado di illuminare la coscienza e di suggerirci sempre nuovi significati. Soprattutto, questo testo evangelico ha il potere di parlarci di Dio, di farci conoscere il suo volto, meglio ancora, il suo cuore. San Giovanni Paolo II, nell’esortazione post sinodale Reconciliatio et paenitentia ci dice: “L’accusa dei peccati appare così rilevante, che da secoli il nome usuale del sacramento è stato ed è tuttora quello di confessione. Accusare i propri peccati è, anzitutto, richiesto dalla necessità che il peccatore sia conosciuto da colui che nel sacramento esercita il ruolo di giudice, il quale deve valutare sia la gravità dei peccati, sia il pentimento del penitente, e insieme il ruolo del medico, il quale deve conoscere lo stato dell’infermo per curarlo e guarirlo … Ogni peccato grave deve quindi essere sempre dichiarato, con le sue circostanze determinanti, in una confessione individuale.  …Con questo richiamo alla dottrina e alla legge della Chiesa intendo inculcare in tutti il vivo senso di responsabilità, che deve guidarci nel trattare le cose sacre, le quali non sono di nostra proprietà, come i sacramenti, o hanno diritto a non essere nell’incertezza e nella confusione, come le coscienze”. Papa Francesco senza nulla sminuire di quanto detto, ai Padri Cappuccini, ai Preti di Roma ha detto: “Ci sono tanti linguaggi nella vita: il linguaggio della parola, anche i linguaggi dei gesti. Se una persona si avvicina a me, al confessionale, è perché sente qualcosa che gli pesa, che vuole togliersi. Forse non sa come dirlo, ma il gesto è questo. Se questa persona si avvicina è perché vorrebbe cambiare, non fare più, cambiare, essere un’altra persona, e lo dice con il gesto di avvicinarsi”. Come il Padre misericordioso con il figlio prodigo. Dopo che Gesù ci ha raccontato del Padre misericordioso, Lui suo volto nello Spirito santo, le cose non sono più come prima, adesso Dio lo conosciamo: Egli è il nostro Padre, che per una risposta di amore ci ha creati liberi e dotati di coscienza rischiando come esseri finiti di ricevere il no del peccato e soffre se ci perdiamo e  fa festa, esercita la sua onnipotenza nel perdono ricreando ciò che il peccato mortale ha distrutto, il peccato veniale ha rovinato. Per questo, la relazione con Lui si costruisce attraverso una storia, un cammino come la quaresima, analogamente a quanto accade ad ogni figlio con i propri genitori: all’inizio dipende da loro; poi, adolescente, rivendica la propria autonomia; e infine – se vi è un positivo sviluppo anche dopo aver sbagliato – arriva a un rapporto maturo, basato sulla riconoscenza del perdono e sul doppio amore del perdono.In queste tappe possiamo leggere anche i momenti del cammino di ogni uomo nel rapporto con Dio. Vi può essere una fase che è come l’infanzia: una religione  mossa dal bisogno, dalla dipendenza del proprio essere dono dal Donatore divino. Via via che l’uomo anche culturalmente cresce e si emancipa, vuole affrancarsi da questa sottomissione e diventare libero, adulto, capace di regolarsi da solo e di fare le proprie scelte in modo autonomo, pensando anche di poter fare a meno di Dio. Questa fase, appunto, è delicata, può portare all’ateismo, ma anche questo, non di rado, nasconde l’esigenza di scoprire il vero volto di Dio. Per nostra fortuna, Dio anche abbandonato non viene mai meno alla sua fedeltà e, anche se noi ci allontaniamo e ci perdiamo in peccati, continua a seguirci col suo amore. Nella parabola, i due figli, si comportano in maniera opposta: il minore se ne va e cade sempre più in basso, mentre il maggiore rimane a casa, ma anch’egli ha una relazione immatura con il Padre; infatti, quando il fratello ritorna, il maggiore non è felice come lo è, invece il padre, anzi si arrabbia e non vuole rientrare in casa anche sentendo il padre che con giustizia dice: guarda che tutto è tuo, perché il fratello il suo l’ha sperperato. Due modi immaturi di rapportarsi con Dio: la ribellione e una obbedienza infantile. Solo esperimentando il perdono entriamo in un rapporto filiale e libero con Dio e fraterno con tutti. Ci aiuti la Madre della divina misericordia. 

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