lunedì 5 settembre 2011

Chiesa e politica

Il richiamo del card. Bagnasco su Chiesa e Politica all’apertura del Congresso Eucaristico di Ancona

Il cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei, ha concelebrato la messa al porto di Ancora all’apertura del Congresso Eucaristico, dove fra una settimana il Papa lo concluderà.
E penso utile rifarmi anche al saluto del card. Scola a Venezia nel quale ha ricordato di aver tradotto il brano di Atti 2,42ss, dove viene descritto il metodo della vita della comunità primitiva, in quattro finalità della visita pastorale: erano assidui nell’insegnamento degli apostoli ( l’educazione al pensiero di Cristo), nella comunione fraterna (educazione al gratuito), nello spezzare il pane (la fede celebrata nella liturgia che rigenera). Ciò che ha indicato chiaramente Gesù nell’ultima cena, quando
imperativamente ha detto, istituendo l’Eucaristia che fa  la Chiesa suo corpo (1 Cor 12,12): “Fate questo in memoria di me”. Uno dei rischi dei cristiani, che per certi versi si è accentuato dopo il Concilio e lo si constata soprattutto oggi anche con la loro irrilevanza  politica per la debolezza dell’educare al pensiero di Cristo, è quello di dimenticare la forza generativa della Chiesa propria di “Fate questo in memoria di me” non solo a livello antropologico (in relazione al tentativo di comprendere l’esperienza umana), a livello cosmologico (relativo alla modalità del rapportarsi con il creato) ma anche a livello sociologico (relative alla modalità della presenza dei cristiani nella società cioè nella cultura e nella politica). Il card. Scola ha osservato che talora si è ridotto, soprattutto a livello politico, il “fate questo”, l’evento originario del sacramento, a un fenomeno di ispirazione di una silloge di principi che poi lascia spazio ad una azione ecclesiale concepita in prima istanza a partire dall’analisi della situazione, o dalle proprie capacità, dalle proprie forze. Invece, come punta il Congresso Eucaristico, occorre partire dal nostro essere incorporati eucaristicamente all’evento dell’incontro ecclesiale con Cristo presente, al Cristo vivo e risorto per poi dare “forma sacramentale”a tutta l’esistenza usando, in seconda istanza, tutte le tecniche pur necessarie, immergendosi in tutti gli ambiti dell’uomo concreto e per il bene di ogni uomo  che Dio ama, comunque ridotto. La Chiesa non vive di se stessa, bensì del Signore. Egli è presente in mezzo ad essa, e le dà vita, alimento e forza. Da chi andremo?- l’icona del Congresso - Tu solo hai parola di vita veramente vita.
Bagnasco ricorda con il Papa che la Chiesa: “non è un’agenzia politica” e”in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico” ma rivendica “la dimensione pubblica della fede”. E i valori non negoziabili democraticamente, fondanti la stessa democrazia e quindi con la precedenza sulla stessa mediazione propria della politica, - vita, famiglia, libertà religiosa ed educativa -  “esistono e per i quali vale la pena morire” perché “dove non c’è nulla per cui valga la pena di morire (e da chi andremo? Tu, risorto, vivo, soprattutto eucaristicamente con noi, hai parole di vita veramente vita, di speranza affidabile) là è difficile vivere”. Il card. Scola ha sottolineato la questione dell’interpretazione culturale della fede, una questione centrale per la vita cristiana in ogni epoca, perciò anche nel nostro tempo. Infatti ciò che ha reso difficile – rifacciamoci soprattutto agli anni 70 – ’90 e oggi nell’attuale differenziazione partitica dei cattolici italiani – e che rende ardua nella diaspora culturale  la stessa comunione espressa tra le diverse componenti nella Chiesa spesso è il conflitto tra interpretazioni culturali della fede. C’è chi riduce l’avvenimento cristiano a religione civile. In un momento  di rapida transizione come quello che stiamo vivendo dopo la caduta dei muri, il cui più preoccupante segno distintivo è il male oscuro di una crisi che, economico – finanziaria, è divenuta socio – culturale, si è alla spasmodica ricerca di punti fermi; e siccome il cristianesimo ci ha sempre dato una buona e solida serie di valori, attacchiamoci a quelli: quelli saranno il cemento della società del futuro. Non è che questo ragionamento non sia comprensibile, anche se provoca perfino persecuzioni in chi è ideologicamente contrario. E’ divenuto egemone al tempo della Democrazia cristiana, ma è sbagliato ridurre il Cristianesimo a questo. Proprio perché teso alla salvezza finale, alla vita da risorti innestata nella vita biologica fin dal Battesimo, il cristianesimo dice chiaramente che si anticipa nel presente per l’azione della grazia e per la risposta libera di amore e di solidarietà che ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza e del progresso, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. Per il cristiano solo Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. E il suo regno, per il quale finalizzare tutto il progresso, non è un al di là immaginario, ideologico, posto in futuro che non arriva mai; il suo regno si fa presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge anche politicamente.
Il cardinale Bagnasco ha ricordato che l’amore di Dio raggiunge ogni singolo e l’umanità, la polis nel suo insieme per cui va recuperato il senso, l’anima il cuore della politica come “forma alta di carità”. Quanto è importante la tensione paziente e tenace verso il condividere, verso “un bene condiviso” e la fede divenuta cultura ha “contribuito a plasmare l’identità profonda del nostro popolo ben prima della sua stessa identità politica”.  E a Frascati Bagnasco spiega che “il popolo si differenzia da una moltitudine perché ha un’anima”, ha un io in un noi, ha un cuore. E “L’anima non è un ordine economico o politico, ma di ordine spirituale e morale. E se la politica non rispetta l’anima della Nazione, fatta di gente di terra, di storia e di cultura, tradisce il popolo in ciò che ha di più profondo e caro, anche quando sembra dimenticare le sue radici”. Sono quei “valori” cristiani che parlano alla “buona ragione” di tutti, per cui “intaccare i valori spirituali e morali di una società, è attentare alla sua integrità e unità”. Ha citato Thomas Eliot: se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura…il dovere della Chiesa è dire ciò che deve perché l’umano non scompaia dal mondo e la società non diventi dei forti e dei furbi, cioè disumana”.
Quanto è attuale l’insegnamento di Gesù quando ha detto “Fate questo in memoria di me” e fin da quella prima e seconda domenica almeno ogni domenica. Convocati nell’amicizia e nell’incontrarlo in persona attraverso il convenire eucaristico, noi siamo chiamati ad una unità originaria che è quella che Gesù ci dona, che per nessuna ragione anche politica può essere messa in discussione. La Chiesa nella sua indefettibilità e il ministero del successore di Pietro, insieme con i vescovi uniti a lui, - ha rilevato Scola – sono la garanzia del primato assoluto del dono dell’unità che il Padre ci fa in Gesù Cristo nel suo Spirito. Nel Vangelo Gesù dice: amate i vostri nemici, anche politicamente opposti e pregate per i vostri persecutori. L’hanno fatto e lo stanno facendo molti martiri. E’ quindi sempre sbagliato mettere in discussione la comunione a partire da qualunque esperienza che il cristiano fa anche a livello sociale, culturale, politico. Se questo è il criterio, io giudico il conflitto, la contraddizione, il contrasto, l’opposizione politica, la circostanza avversa in un’ottica differente, con il senso religioso del vissuto che tutto relativizza in rapporto all’amore. E cioè tengo sempre conto del fatto che dietro la circostanza, dietro i rapporti, anche quelli sfavorevoli, c’è questa garanzia di presenza che Gesù stesso mi ha dato e mi dà continuamente. Per questo non è quel che mi corrisponde ma quel  che mi è dato e che, siccome mi è dato dal Padre, mi corrisponde.
E’ un inizio stupendo del Congresso Eucaristico di Ancora.

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