giovedì 10 marzo 2011

Quaresima

Nell’opinione comune il tempo di quaresima rischia di essere connotato dalla tristezza, dal grigiore della vita anziché dono prezioso di Dio, tempo forte e denso di significati nel cammino della Chiesa: è l’itinerario verso la Pasqua del Signore, la nostra pasqua di morte e risurrezione nella riconcilioazione

“Ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Nella prima Lettura, tratta dal libro del profeta Gioele, abbiamo ascoltato queste parole con cui Dio invita il popolo ebraico ad un pentimento sincero e non apparente. Non si tratta di una conversione superficiale e transitoria, bensì un itinerario spirituale che riguarda in profondità gli atteggiamenti della coscienza e suppone un sincero proposito di ravvedimento. Il profeta prende spunto dalla piaga dell’invasione delle
cavallette che si era abbattuta sul popolo distruggendo i raccolti per invitare ad una penitenza interiore, a lacerarsi il cuore e non le vesti (2,13). Si tratta, cioè, di porre in atto un atteggiamento di conversione autentica a Dio – ritornare a Lui -, riconoscendo la sua santità, la sua potenza, la sua maestà. E questa conversione è possibile perché Dio è ricco di misericordia e grande nell’amore. La sua è una misericordia rigeneratrice, che crea in noi un cuore puro, rinnova nell’intimo uno spirito fermo, restituendoci la gioia della salvezza (Sal 50,14). Dio, infatti, - come dice il profeta – non vuole la morte la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 33,11). Il profeta Gioele ordina, a nome del Signore, che si crei un propizio ambiente penitenziale: bisogna suonare la tromba, convocare l’adunanza, risvegliare le coscienze. Il periodo quaresimale ci propone questo ambito liturgico e penitenziale: un cammino di quaranta giorni dove esperimentare in modo efficace l’amore misericordioso di Dio. Oggi risuona per noi l’appello “Ritornate a me con tutto il cuore”; oggi siamo noi ad essere chiamati a convertire il nostro cuore a Dio, consapevoli sempre di non poter realizzare la nostra conversione da soli, con le nostre forze, perché è Dio che ci converte. Egli ci offre ancora il suo perdono, invitando a tornare a Lui per donarci un cuore nuovo, purificato dal male che lo opprime, per farci prendere parte alla gioia. Il nostro mondo ha bisogno di essere convertito a Dio, ha bisogno del suo perdono, del suo amore, ha bisogno di un cuore nuovo.
“Lasciatevi riconciliare  con Dio” (2 Cor 5,20). Nella seconda Lettura san Paolo ci offre un altro elemento nel cammino della conversione. L’Apostolo invita a distogliere lo sguardo su di lui e a rivolgere invece l’attenzione su chi l’ha inviato e sul contenuto del messaggio che porta: “In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio (ibid.). Un ambasciatore ripete quello che ha sentito pronunciare dal suo Signore e parla con l’autorità e dentro i limiti che ha ricevuto. Chi svolge l’ufficio di ambasciatore non deve attirare l’interesse su se stesso, ma deve mettersi al servizio del messaggio da  trasmettere e di chi l’ha mandato. Così agisce san Paolo nell’assolvere il suo ministero di predicatore della Parola di Dio e di Apostolo di Gesù Cristo. Egli non si tira indietro di fronte al compito ricevuto, ma lo assolve con totale dedizione, invitando ad aprirsi alla Grazia, a lasciare che Dio ci converta: “Poiché siamo suo collaboratori, - scrive – vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio” (2 Cor 6,1). “L’appello di Cristo alla conversione  - ci dice il Catechismo della Chiesa Cattolica – continua a risuonare nella vita dei cristiani. (…)è un impegno continuo per tutta la Chiesa che “comprende nel suo seno i peccatori” e che, “santa insieme  e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento”. Questo sforzo di  conversione non è soltanto un’opera umana. E’ il dinamismo del “cuore contrito” (Sal 51,19), attratto e mosso dalla grazia a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo” (n. 1428). San Paolo parla ai cristiani di Corinto, ma attraverso di loro intende rivolgersi a tutti gli uomini. Tutti infatti hanno bisogno della grazia di Dio, che illumini la mente e il cuore. E l’Apostolo incalza: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!” (2 Cor 6,2). Tutti possono aprirsi all’azione di Dio, al suo amore; con la nostra testimonianza evangelica, noi cristiani dobbiamo essere un messaggio vivente, anzi, in molti casi siamo l’unico Vangelo che gli uomini di oggi leggono ancora. Ecco la nostra responsabilità sulle orme di san Paolo, ecco il motivo per vivere bene la Quaresima: offrire la testimonianza della fede vissuta in un mondo in difficoltà che ha bisogno di ritornare a Dio, che ha bisogno di conversione” (Benedetto XVI, Omelie del Mercoledì delle Ceneri, 9 marzo 2011).

La gioia del perdono, del prezioso dono di Dio del cammino quaresimale rischia di non emergere  non solo per la disinvoltura con cui si violano le norme morali, ma per il voler dare, ad ogni costo, una giustificazione alle trasgressioni anche le più insane. Sbagliare è meno grave che non affermare la legittimità delle mancanze. L’orgoglio, oggi, non sopporta più il peso della “censura”, del “giudizio morale”, della riprovazione, del rimorso. Anche nella Chiesa, a partire dalla metà degli anni sessanta, si spense la consapevolezza la consapevolezza che la punizione può essere un atto di amore restringendo il concetto di amore, che non è soltanto gentilezza e cortesia, ma che è amore nella verità e nel perdono. Viene  attaccata, così, la base stessa del giudizio, la morale personale, priva di precetti, che contesta ogni altra forma, che non sia la propria. Inoltre, tra la gente emerge una curiosa mentalità: mentre risulta molto forte la domanda di moralità nella vita sociale, rimane piuttosto in ombra e del tutto assente il senso della colpa personale e, soprattutto, quello della valenza sociale che ha la propria vita privata. Il male lo fanno sempre gli altri: i potenti, i dirigenti, le strutture, i sistemi.
Questo senso d’innocenza, alternativo alla gioia del perdono, è sospetto. Deve essere accaduto qualcosa nel profondo, alla radice. Non può essere solo un adeguamento alle mode culturali del tempo. Ma cacciato dalle menti attraverso il relativismo, sepolto nel subconscio, il senso del peccato riaffiora e quindi il bisogno, il desiderio della gioia del perdono. E la riconciliazione come atto sacramentale cioè di Cristo che in persona perdona, è sempre più desiderata e ricercata da non pochi fedeli. Quanto maggiori sono le difficoltà a vivere una coerente vita cristiana, quanto più facili le occasioni di colpa nei più svariati ambiti dell’esistenza personale e sociale, tanto più grande è il disagio interiore, il turbamento della coscienza, il desiderio dell’Unico che comprende e illumina, che perdona e consola. Non pochi fedeli anche oggi cercano un ministro che dedichi loro del tempo; cercano l’uomo paziente che li ascolti; cercano l’uomo caritatevole che non versi sale ma balsamo sulle loro ferite; cercano l’uomo avvertito che non ponga pesi insopportabili sulle loro spalle; cercano l’uomo serio e sperimentato che sappia comprendere e attualizzi sacramentalmente il metro usato dal Signore nella misericordia, ammaestrando e orientando.

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