domenica 11 settembre 2016

Traduzioni liturgiche

Traduzioni liturgiche «comprensibili»?
Fonte Studi Cattolici n.665-666 luglio-agosto 2016
Autore Robert Sarah
Il card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, ammonisce che «la liturgia non deve essere un “laboratorio” del nostro agire; non è un progetto per portare a termine una rivoluzione antropocentrica che sposti Dio dal centro dell’azione di culto. Perciò le traduzioni non devono comportare alcun danno al messaggio che traducono, che è il messaggio del Vangelo, vale a dire, il Mistero dell’amore infinito e misericordioso di Dio per gli
uomini consumato nel sacrificio pasquale di Cristo». È illusorio ritenere che basti tradurre i testi liturgici per renderli «comprensibili». Inoltre, il traduttore non deve «interpretare, perché l’«interpretazione» compete ai pastori, non ai filologi. Soltanto un'adeguata «formazione permanente del cuore e della mente » può rendere accessibile la liturgia senza intaccarne il mistero. Nella foto, il Messale di Barbara di Brandeburgo-Gonzaga, miniato su suggerimento di Andrea Mantegna (Mantova, ca. 1459).

La costituzione del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium utilizza cinque volte il termine comprensibilità (intelligere) come caratteristica della liturgia1, ma è al punto 34 dove, pur non menzionando espressamente la parola, se ne chiarisce il significato: «I riti splendano per nobile semplicità; siano trasparenti per il fatto della loro brevità e senza inutili ripetizioni; siano adattati alla capacità di comprensione dei fedeli né abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni».
Senza dubbio, la comprensibilità dell’azione liturgica è in relazione diretta con il fatto che la fede biblica si mostra sempre con una formulazione razionale e necessariamente comunicabile. Infatti, l’intelligenza della liturgia unita alla comprensibilità stessa del Mistero che viene celebrato e della Parola che viene proclamata, altro non sono che Cristo stesso, ovvero il fatto che Dio si è definitivamente rivelato attraverso una natura umana, con parole e azioni proprie degli uomini.
Ebbene, in ultima analisi, che cosa significa comprendere la liturgia? In altre parole: la complessità della comprensione sparisce come per magia nel fatto stesso di pronunciare le preghiere dei testi liturgici in una lingua «viva»? A essere sinceri, dobbiamo riconoscere che la Parola di Dio e la liturgia che la celebra non sono in realtà «immediatamente» comprensibili. Di fatto, buona parte dei fedeli cristiani di oggi trova una grande difficoltà a comprendere e assimilare la liturgia nella propria vita spirituale quotidiana.
Così, per esempio, il significato profondo di molte affermazioni teologiche fondamentali della preghiera eucaristica viene enunciato in un orizzonte di senso molto lontano dalla cultura attuale. Chi capisce oggi il carattere espiatorio della morte di Cristo? E, per la stessa ragione, come possono essere intese espressioni del tipo: «essere redenti col suo sangue», «essere trasformati in offerta perenne», «che la vittima di riconciliazione porti pace e salvezza...»? Questa enumerazione potrebbe continuare con tanti altri enunciati della liturgia. E il problema cresce di giorno in giorno, perché la società si allontana progressivamente dalle forme concettuali nelle quali questi aspetti del mistero cristiano sono stati formulati.
A questa situazione si riferiva Benedetto XVI quando, trattando dei princìpi conciliari relativi alla prassi liturgica, affermava: «Intelligibilità non vuol dire banalità, perché i grandi testi della liturgia - anche se parlati, grazie a Dio, in lingua materna - non sono facilmente intelligibili, hanno bisogno di una formazione permanente del cristiano perché cresca ed entri sempre più in profondità nel mistero e così possa comprendere»2.
In continuità con la citata necessità di formazione, papa Francesco ha sottolineato: «Rimane ancora molto da fare per una corretta e completa assimilazione della Costituzione sulla sacra Liturgia da parte dei battezzati e delle comunità ecclesiali. Mi riferisco in particolare all’impegno per una solida e organica iniziazione e formazione liturgica, tanto dei fedeli laici quanto del clero e delle persone consacrate»3.
Proprio per questo, penso che dalla necessità di un’autentica iniziazione liturgica consegua che l’opinione secondo la quale la liturgia sarebbe chiamata a essere un terreno in continuo cambiamento, sempre in cantiere, benché sembri molto suggestiva, sia controproducente. Come insegnava san Giovanni Paolo II, «la liturgia della Chiesa va al di là della riforma liturgica. Non siamo nella medesima situazione del 1963 : una generazione di sacerdoti e di fedeli, che non ha conosciuto i libri liturgici anteriori alla riforma, agisce con responsabilità nella Chiesa e nella società. Non si può, dunque, continuare a parlare di cambiamento come al tempo della pubblicazione del documento, ma di un approfondimento sempre più intenso della liturgia della Chiesa, celebrata secondo i libri attuali e vissuta prima di tutto come un fatto di ordine spirituale»4. La liturgia non deve essere un «laboratorio» del nostro agire; non è un progetto per portare a termine una rivoluzione antropocentrica che sposti Dio dal centro dell’azione di culto. Perciò le traduzioni non devono comportare alcun danno al messaggio che traducono, che è il messaggio del Vangelo, vale a dire, il mistero dell’amore infinito e misericordioso di Dio per gli uomini consumato nel sacrificio pasquale di Cristo. Questo messaggio richiede una risposta che non può essere altra se non l’accoglienza mediante la adorazione. Facendo eco a papa Francesco voglio ricordare che «noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Gli orientali lo conservano, loro lodano Dio, loro adorano Dio, cantano, il tempo non conta. Il centro è Dio»5. Ricuperare il primato di Dio è essenziale nella liturgia anche per la sua comprensibilità.
Non indulgere al «politicamente corretto »
Con queste premesse, come proseguire nel cammino di rinnovamento liturgico? E, più specificamente, come facilitare una maggiore comprensione della liturgia da parte di ministri e fedeli?
Con queste lodevoli finalità, durante gli anni trascorsi dalla riforma liturgica conciliare sono state adottate abitualmente due soluzioni: a) inserimento di monizioni o didascalie nei riti; b) elaborazione di traduzioni «comprensibili» dell’edizione tipica dei libri liturgici. Per quanto riguarda questo secondo aspetto, la traduzione in una lingua viva dei testi liturgici suppone una ricchezza che deve essere protetta e salvaguardata. In questo senso, una falsa soluzione sarebbe quella di una traduzione comprensibile che, per semplificare i problemi, banalizzasse alcune verità della fede oppure le mettesse da parte. Un aspetto particolare e pernicioso di questa posizione sarebbe la sottomissione alla politically correct messo alla ricerca di un linguaggio inclusivo6. Sono consapevole della difficoltà e della complessità del compito, così come dei dibattiti che ha sollevato. A questo riguardo san Giovanni Paolo II affermava: «Le conferenze episcopali hanno avuto il grave incarico di preparare le traduzioni dei libri liturgici (cfr Sacrosanctum Concilium, 36 e 63). Le necessità del momento hanno a volte portato a utilizzare traduzioni provvisorie, che sono state approvate ad interim. Ma ora è giunto il tempo di riflettere su certe difficoltà emerse successivamente, di porre rimedio a certe carenze o inesattezze, di completare le traduzioni parziali»7.
Per collaborare alla soluzione di queste o simili difficoltà, la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti pubblicò all’inizio del secondo millennio l’istruzione Liturgiam authenticam, che sinceramente considero uno strumento di grande aiuto per superare gli ostacoli appena segnalati. Ma al tempo stesso non mi sfugge che quel documento non è stato sempre ben accolto. Alcuni ambienti parlano di una certa impasse nelle traduzioni dei libri liturgici, conseguenza di una eccessiva preoccupazione per la letteralità che, dicono, è al centro stesso dell’architettura di Liturgiam authenticam. Non mancano perfino coloro che affermano che i testi nati secondo i criteri dell’istruzione semplicemente non servono per la preghiera della comunità.
Eppure, dinanzi a tali critiche, la realtà è che diversi libri liturgici editi dopo la pubblicazione di Liturgiam authenticam8 sono stati serenamente accolti in molte chiese locali, dove si utilizzano senza problemi, con gratitudine e profitto spirituale. Basti pensare, senza andare lontano, alle diverse edizioni del Messale Romano in lingua spagnola e inglese già approvati, oppure al rituale del matrimonio nell’edizione italiana e spagnola, o al rituale delle esequie in versione italiana.
«Tradurre» non dev’essere «interpretare»
Questo stato di cose mi porta a esprimere una perplessità: siamo abituati a leggere tutti i giorni gli interventi del Romano Pontefice immediatamente tradotti in diverse lingue e lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica, con tutta la complessità di un’opera del genere, è stato tradotto in una grande quantità di lingue. Allora, a che cosa si deve la difficoltà nella traduzione del Messale Romano in certe lingue? La risposta probabilmente si trova in una somma di fattori molto diversi, ma io vorrei concentrarmi su un aspetto che mi sembra decisivo: non si cerca in realtà una traduzione che offra una versione in un’altra lingua, ma qualcosa di più. Molti traduttori, nello svolgere il loro lavoro si sentono chiamati ad apportare un’interpretazione del testo che favorisca l’inculturazione e la riforma della Chiesa. Ma questo lavoro di reinterpretazione è compito dei traduttori? Chi ha conferito loro tale incarico? È importante, pertanto, che le Conferenze episcopali siano consapevoli che i traduttori non devono svolgere un lavoro oltre i limiti della loro missione e competenza. Traduttori e pastori hanno ciascuno la propria funzione nei rispettivi ambiti di competenza. La conoscenza degli esperti e degli eruditi è importante, ma non può soppiantare le decisioni dei pastori, che continuano a essere i responsabili della missione di discernere che cosa aiuta e che cosa non aiuta a celebrare con fede i Sacramenti9. Con umiltà voglio far notare ai pastori che in certe occasioni le traduzioni degli esperti non sono «semplicemente» traduzioni, bensì interpretazioni personali, in alcuni casi molto discutibili, al fine di orientare la riforma o l’inculturazione della liturgia, e pertanto della Chiesa stessa, nella direzione delle loro opinioni teologiche ed ecclesiologiche.
A mio parere, questo aspetto si collega con la relazione esistente tra traduzione e interpretazione. A questo si riferiva Benedetto XVI nell’affrontare la traduzione del prò multis nel racconto dell’istituzione dell’Eucaristia nella preghiera eucaristica. «La resa di “prò multis'" con “per tutti” non era affatto una semplice traduzione, bensì un’interpretazione, che sicuramente era e rimane fondata, ma tuttavia è già un’interpretazione ed è più di una traduzione»10.
In un certo senso, l’identificazione tra traduzione e interpretazione era uno dei presupposti dell’istruzione Comme le prévoit11, documento che offriva gli orientamenti delle traduzioni liturgiche durante il periodo di riforma immediatamente successivo al Concilio. Ora, come notava Benedetto XVI, «questa fusione di traduzione e interpretazione appartiene, in un certo senso, ai princìpi che, subito dopo il Concilio, guidarono la traduzione dei libri liturgici nelle lingue moderne. Si era consapevoli di quanto la Bibbia e i testi liturgici fossero lontani dal mondo del parlare e del pensare dell’uomo d’oggi, così che anche tradotti essi sarebbero rimasti ampiamente incomprensibili ai partecipanti alla liturgia. Era un’impresa nuova che i testi sacri fossero resi accessibili, in traduzione, ai partecipanti alla liturgia, pur rimanendo, tuttavia, a una grande distanza dal loro mondo; anzi, in questo modo, i testi sacri apparivano proprio nella loro grande distanza. Così, ci si sentì non solo autorizzati, ma addirittura in obbligo di fondere già nella traduzione l’interpretazione, e di accorciare in questo modo la strada verso gli uomini, il cui cuore e intelletto si voleva fossero raggiunti appunto da queste parole»12.
Consapevole di queste premesse, egli continua: «Fino a un certo punto, il principio di una traduzione contenutistica e non necessariamente letterale del testo di base rimane giustificato. Dal momento che devo recitare le preghiere liturgiche continua- mente in lingue diverse, noto che, talora, tra le diverse traduzioni, non è possibile trovare quasi niente in comune e che il testo unico che ne è alla base, spesso è riconoscibile soltanto da lontano. Vi sono state poi delle banalizzazioni che rappresentano delle vere perdite. Così, nel corso degli anni, anche a me personalmente, è diventato sempre più chiaro che il principio della corrispondenza non letterale, ma strutturale, come linea guida nella traduzione, ha i suoi limiti. Seguendo considerazioni di questo genere, l’Istruzione sulle traduzioni Liturgiam authenticam, emanata dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti il 28 marzo 2001, ha posto di nuovo in primo piano il principio della corrispondenza letterale, senza ovviamente prescrivere un verbalismo unilaterale. L’acquisizione importante che è alla base di questa Istruzione consiste nella distinzione, cui ho già accennato all’inizio, fra traduzione e interpretazione. Essa è necessaria sia nei confronti della parola della Scrittura, sia nei confronti dei testi liturgici. Da un lato, la parola sacra deve presentarsi il più possibile come essa è, anche nella sua estraneità e con le domande che porta in sé; dall’altro lato, è alla Chiesa che è affidato il compito dell’interpretazione, affinché - nei limiti della nostra attuale comprensione - ci raggiunga quel messaggio che il Signore ci ha destinato. Neppure la traduzione più accurata può sostituire l’interpretazione: rientra nella struttura della rivelazione il fatto che la Parola di Dio sia letta nella comunità interpretante della Chiesa, e che fedeltà e attualizzazione siano legate reciprocamente. La Parola deve essere presente quale essa è, nella sua propria forma, forse a noi estranea; l’interpretazione deve misurarsi con la fedeltà alla Parola stessa, ma al tempo stesso deve renderla accessibile all’ascoltatore di oggi»13.
Riassumendo, è vero che l’interpretazione fa parte del processo che permette e facilita la comprensione della liturgia, ma il compito principale dei traduttori consiste nell’offrire una versione il cui significato sia il più vicino possibile al senso della parola originale. I fedeli hanno il diritto di ricevere i testi liturgici nell’integrità, freschezza e originalità con cui sono usciti dalla penna dei loro autori, siano essi del periodo aureo della patristica, nel medioevo, dell’epoca tridentina o di nuova composizione nella editio tipica attuale. Il difficile e lodevole compito dei traduttori consiste nel rendere fedelmente questi testi nelle lingue vive. L’interpretazione, sempre necessaria, compete ai pastori della Chiesa illuminati dallo Spirito Santo.
Non pretendere di «scappare dal sacrificio»
Un ultimo punto riguarda l’opinione di coloro che dicono che appartenga pure alla missione di una traduzione autentica la vigilanza per l'adeguamento evangelico delle versioni dei liturgici. Così alcune pubblicazioni recenti sottolineano come certe categorie teologiche dei testi liturgici trasmessi dalla tradizione costituirebbero, così come sono enunciati, un serio ostacolo per una evangelizzazione efficace.
In questo senso si potrebbero citare le espressioni e i concetti coniati intorno alle categorie di espiazione, soddisfazione e, in generale tutta la terminologia sacrificale dell’Ordo Missae, che offrirebbero un’immagine di Dio non credibile per l’uomo attuale o, almeno, molto lontana dalla sua sensibilità. Per questo tali categorie non si dovrebbero tradurre, ma andrebbero semplicemente sostituite da altre più conforme alle premesse culturali odierne. Un tale modo di procedere, come ricorda Louis Bouyer, fu portato a termine nell’immediato dopo concilio. L’autore indica con dispiacere che un bel giorno l’ente con il quale collaborava come traduttore decise di evitare determinate espressioni sacrificali dell’Ordo Missae e come, dinanzi al suo diniego di piegarsi a questo dettame, tu incoraggiato a sospendere i suoi lavori14.
È interessante costatare che molti autori favorevoli all’esclusione delle categorie sacrificali sono gli stessi che si rifiutano di mettere in pratica il motu proprio Summorum pontificum. Non mancano di una certa logica. L’applicazione di Summorum pontificum contraddice la loro idea secondo la quale la liturgia rinnovata comporterebbe una diversa espressione della fede e pertanto una modificazione della teologia eucaristica. Ora, proprio in virtù di questo cambio del paradigma teologico, devono prima ottenere una metamorfosi delle edizioni tipiche dei libri liturgici, mediante le loro «traduzioni riformatrici» e le loro «interpretazioni».
A dire il vero, mi domando se queste categorie sacrificali, raccolte da tutto il magistero recente15, siano realmente sfasate e debbano essere sostituite per rendere possibile l’evangelizzazione. Dobbiamo stare attenti, poiché tutti possiamo subire la tentazione di pretendere di scappare dal sacrificio, dalla croce. Come ricordava Papa Francesco, «il tentatore cerca di distogliere Gesù dal progetto del Padre, ossia dalla via del sacrificio, dell’amore che offre sé stesso in espiazione, per fargli prendere una strada facile, di successo e di potenza»16. Come sono sempre attuali le parole della prima messa da Vescovo di Roma del nostro amato Papa Francesco! «Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo vescovi, preti, cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore»17.
In realtà la via dell’amore seguita da Gesù suppone che «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è stato Lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati»18. E possiamo partecipare a questo amore, che espia e ripara per i nostri peccati, nell’Eucaristia. Infatti, «la celebrazione eucaristica è ben più di un semplice banchetto: è proprio il memoriale della Pasqua di Gesù, il mistero centrale della salvezza. “Memoriale” non significa solo un ricordo, un semplice ricordo, ma vuol dire che ogni volta che celebriamo questo sacramento partecipiamo al mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo»19.
Le categorie sacrificali che troviamo nel Messale Romano non impediscono l’evangelizzazione, ma la presuppongono poiché «la messa «non è una rappresentazione; è un’altra cosa. E proprio l’Ultima Cena; è proprio vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. E una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo»20.
Formazione permanente della mente & del cuore
Mi piacerebbe concludere tornando all’inizio di questo intervento. La liturgia deve essere intelligibile, ma «solo una formazione permanente del cuore e della mente può realmente creare intelligibilità»21.
Ciò comporta due strade. Da una parte la via dell’umiltà della quale parlava Romano Guardini: «Quanto la liturgia richiede si può esprimere con una sola parola: umiltà. Umiltà come rinuncia: cioè sacrificio della propri autorità e indipendenza. E insieme umiltà come contributo: cioè accettazione di una vita religiosa già data, oltrepassante assai l’àmbito limitato di quella propria personale»22. La liturgia richiede quindi da parte di tutti, traduttori compresi, l’umiltà di uscire da noi stessi, dalle nostre idee e pregiudizi per entrare in un orizzonte nuovo, quello proprio della celebrazione del mistero di Cristo.
E insieme all’umiltà, la necessità di una costante formazione e catechesi che, in materia di nuove traduzioni, è fondamentale perché possono essere adeguatamente accolte. «Molti troveranno difficile adattarsi a testi insoliti dopo quasi quarant’anni di uso costante della traduzione precedente. Il cambiamento dovrà essere introdotto con la dovuta sensibilità e l’opportunità di catechesi che esso presenta dovrà essere colta con fermezza»23. In definitiva, siamo chiamati a seguire l’esempio di san Paolo: Ego enim accepi a Domino quod et tradidi vobis (1 Cor 11, 23); «Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso», scrive l’Apostolo al momento di narrare l’istituzione dell’Eucaristia. La liturgia si riceve nella Chiesa come un dono vivente che ci supera, ci sovrasta e al tempo stesso ci unisce all’obbedienza amorosa del Figlio eterno a suo Padre nello Spirito Santo.

1 Cfr Concilio Vaticano II, cost. Sacrosanctum Concilium, nn. 3, 17, 18, 48 e 59.
2 Benedetto XVI, Discorso ai parroci e al clero della diocesi di Roma, 14-2-2013.
3 Francesco, Messaggio ai partecipanti al Simposio Sacrosanctum Concilium. «Gratitudine e impegno per un grande movimento ecclesiale», 18-2-2014.
4 S. Giovanni Paolo II, lett. ap. Vìcesiums quintus annus, n. 14.
5 Francesco, Conferenza stampa durante il volo di ritorno a Roma, 28-7-2013.
6 J. Ratzinger, Opera omnia, voi. II (Teologia della liturgia), Lev 2010, p. 759: «La crisi [delle traduzioni] è quasi ancora più grave negli Stati Uniti, nel mondo anglofono, con il continuo cambiamento del linguaggio, con il problema del political correct e quello del linguaggio inclusivo. Vi sono negli Stati Uniti delle comunità nelle quali non si osa più dire “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, perché vi si vede un indizio di “maschilismo”: Padre e Figlio, due uomini. Si dice allora: “Nel nome del Creatore, del Redentore e dello Spirito Santo”. E solo un esempio per mostrare la gravità di questo problema e spiegare l’insistenza di alcuni vescovi (non della Conferenza Episcopale in quanto tale) perché si utilizzi quello che essi chiamano il linguaggio reale; l’altro non sarebbe più, secondo loro, il linguaggio reale. Il linguaggio inclusivo fa scomparire cose essenziali, come per esempio nei Salmi l’intera struttura cristologica, perché le parole maschili sono proibite. Quindi, il problema delle traduzioni è un problema grave. Vi è un nuovo documento della Santa Sede su questo problema, che, mi sembra, costituisce un progresso molto reale. Aggiungerei questo: si dovrebbero conservare anche alcuni elementi di latino nella liturgia normale; una certa presenza del latino, come vincolo di comunione ecclesiale, mi sembrerebbe importante». Sul problema specifico cui si riferisce il cardinale Ratzinger, cfr Cdf, Risposte a dubbi sulla validità del battesimo, 1-1-2008 e A. Miralles, La Chiesa non ha il diritto di cambiare ciò che Cristo ha istituito, in «L’Osservatore romano» 1-3-2008.
7 Giovanni Paolo II, lett. ap. Vicesimus quintus annus, n. 20.
8 Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, ist. Liturgiam Authenticam, 28-3-2001.
9 Sono in questa linea le parole di Benedetto XVI riferite alla Sacra Scrittura: «Certamente, tutto ciò che essi [gli esperti] hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi. Questa potestà di insegnamento spaventa tanti uomini dentro e fuori la Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede» (Benedetto XVI, Omelia per l’insediamento sulla Cathedra romana del Vescovo di Roma, 7-5-2005).
10 Benedetto XVI, Lettera al Presidente della Conferenza episcopale tedesca, 14-4-2010.
11 Consilium ad exsequendam de Sacra Liturgia, ist. Comme le prévoit, 22-1-1969, Notitiae 5 (1969). Cfr Enchiridion Vaticanum 3 (1968-1970) 422-445.
12 Benedetto XVI, Lettera al Presidente della Conferenza episcopale tedesca, 14-4-2010.
13 ibidem
14 «A Rome méme, J’aì participé au travail du Consilium pour la révision de la liturgie, spécialement en ce qui concerne la révision du missel. En France, comme onavait fait appel au dé- but à ceux qui avaient travaillé avec le Centre de Pastorale Liturgique, j'ai participé aux premiers essais de traduction. Mais comme on nous donnait pour directives pour traduire le canon romain, par exemple, d’éviter tous les mots comme oblation, sacrìfice, immolation, j ’ai été, avec ceux qui protestaient contre cette dénaturation, "remercié ”, et peu à peu, de nouveaux venus ont pris la place de ceux qui avaient fait le C.P.L. devenu entre-temps le C.N.P.L.» (L. Bouyer, Le métier de théologien, 79). J’ai été remercié, modo francese per esprimere di aver ricevuto una lettera in cui, ringraziandolo per i preziosi servizi prestati, lo si invita a non parteciparvi più.
15 Bastino come esempio le affermazioni del Catechismo della Chiesa Cattolica, 615-616, 1414-1476; S. Giovanni Paolo II, enc. Ecclesia de Eucharistia, nn. 9-13.
16 Francesco, Angelus 9-3-2014.
17 Francesco, Omelia nella Cappella Sistina, 14-3-2013.
18 Francesco, Omelia in Santa Marta, 8-1-2015.
19 Francesco, Udienza generale 5-2-2014.
20 Francesco, Omelia in Santa Marta, 10-2-2014.
21 Benedetto XVI, Discorso ai parroci e clero della diocesi di Roma, 14-2-2013.
22 R. Guardini, Vom Geist der Liturgie, Friburgo 1918. Traduzione italiana a cura di Mario Bendiscioli, Morcelliana, Brescia 19303 p.33
23 Benedetto XVI, Discorso ai membri del Comitato «Vox Clara», 28-4-2010. La stessa idea nel Discorso ai vescovi d’Inghilterra, Galles e Scozia, 19-10-2011; Discorso ai vescovi della conferenza episcopale dell’Australia in visita ad limino apostolorum, 20-10-2011; Discorso ai vescovi della conferenza episcopale degli Stati Uniti in visita ad limino apostolorum, 26-11-2011.

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