venerdì 6 novembre 2015

Relazione Sinodo

Il messaggio cristiano ha sempre in sé la realtà in tutti gli ambiti cioè la verità e la dinamica della misericordia che in Cristo convergono



 “La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove  la Chiesa è presente, là deve essere  evidente la misericordia del Padre” (MV, 12)” (punto 34 dei 94 che hanno superato i 2/3 nella Relazione finale approvata dal Sinodo)

Nel discorso finale del Sinodo Papa Francesco nella dinamica tra verità e misericordia ha espresso la sua
accentuazione, oggi, sulla misericordia: “Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore”. In Cristo verità e misericordia convergono.
Al punto 4 si esprime la verità che la Chiesa offre in perennità in ascolto della Famiglia: “Il mistero della creazione della vita sulla terra ci riempie di incanto e stupore. La famiglia basata sul matrimonio dell’uomo e della donna è il luogo magnifico e insostituibile dell’amore personale che trasmette la vita. L’amore non si riduce all’illusione del momento, l’amore non è fine a se stesso, l’amore cerca l’affidabilità di un “tu” personale. Nella promessa reciproca di amore, nella buona e nella cattiva sorte, l’amore vuole la continuità di vita, fino alla morte. IL desiderio fondamentale di formare la rete amorevole, solida e intergenerazionale della famiglia si presenta significativamente costante, al di là dei confini culturali e religiosi e dei cambiamenti sociali. Nella libertà del “sì” scambiato dall’uomo e dalla donna per tutta la vita, si fa presente e si sperimenta l’amore di Dio per la sua Chiesa. La famiglia cristiana pertanto  è parte della Chiesa vissuta: una “chiesa domestica”. La coppia e la vita nel matrimonio non sono realtà astratte, rimangono imperfette e vulnerabili. Per questo è sempre necessaria la volontà di convertirsi, di perdonare e di ricominciare. Nella nostra responsabilità, come Pastori, ci preoccupiamo per la vita delle famiglie. Desideriamo prestare ascolto alla loro realtà di vita e alle loro sfide, ed accompagnarli con lo sguardo amorevole del Vangelo. Desideriamo dare loro forza ed aiutare a cogliere la loro missione oggi. Desideriamo accompagnarle con cuore grande anche nelle loro preoccupazioni, dando loro coraggio e speranza a partire dalla misericordia di Dio”.   “L’indissolubilità del matrimonio – Familiaris consortio n.20 – trova la sua verità ultima nel disegno che Dio ha manifestato nella Rivelazione. Egli vuole e dona l’indissolubilità matrimoniale come frutto, segno ed esigenza dell’amore assolutamente fedele che Dio ha per ogni uomo e che il Signore Gesù vive verso la sua Chiesa”.
E dal punto 5 al 34 c’è il discernimento di come la famiglia nel piano di Dio cioè la vocazione della famiglia si trova a porsi nella molteplicità delle attuali situazioni: il contesto socio – culturale, il cambiamento antropologico, conflitti e tensioni sociali, fragilità e forza della famiglia,  la famiglia e il contesto socio – economico, politiche in favore della famiglia, solitudine e precarietà economia ed equità, povertà ed esclusione, ecologia e famiglia, la terza età, la vedovanza, l’ultima stagione della vita e il lutto in famiglia, persone con bisogni speciali, le persone non sposate, alcune sfide peculiari, i bambini, la donna, l’uomo, i giovani, la rilevanza della vita affettiva, la formazione al dono di sé, fragilità e immaturità, tecnica e procreazione umana: queste le sfide davanti alle quali si trova oggi  la pastorale nella dinamica tra verità e misericordia che in Cristo convergono.
Nella II Parte dal punto 35 al 55, dopo lo sguardo sulla molteplicità delle situazioni incontrate nella I Parte a livello “antropologico – culturale”, “socio – economico”, “sociale” il “bisogno di un orientamento sicuro per il cammino e l’accompagnamento. Questa bussola è la Parola di Dio nella storia, che culmina in Gesù Cristo “Via, Verità e Vita” per ogni uomo e donna che costituiscono una famiglia. Ci poniamo in ascolto di quello che la Chiesa insegna sulla famiglia alla luce della Sacra Scrittura e della Tradizione. Siamo convinti che questa Parola risponda alle attese umane più profonde di amore, verità e misericordia, e risvegli potenzialità di dono e di accoglienza anche nei cuori spezzati e umiliati. In questa luce, noi crediamo che il Vangelo della famiglia cominci con la creazione dell’uomo ad immagine di Dio che è amore e chiami all’amore l’uomo e la donna secondo la sua somiglianza (Gn 1,25-27). La vocazione della coppia e della famiglia alla comunione di amore e di vita perdura in tutte le tappe del disegno di Dio malgrado i limiti e i peccati degli uomini. Questa vocazione è fondata sin dall’inizio in Cristo redentore (Ef 1, 3-7). Egli restaura e perfeziona l’alleanza matrimoniale delle origini (Mc 10,6), guarisce il cuore umano (Gv 4,10), gli dà la capacità di amare come Lui ama la Chiesa offrendosi per essa (Ef 5,32).
36. Questa vocazione riceve la sua forma ecclesiale e missionaria dal legame sacramentale che consacra la relazione coniugale indissolubile tra gli sposi. Lo scambio del consenso, che la istituisce, significa per gli sposi l’impegno di reciproca donazione e accoglienza, totale e definitiva, in “una sola carne” (Gn 2,24). La grazia dello Spirito Santo fa dell’unione degli sposi un segno vivo del legame di Cristo con la Chiesa. La loro unione diviene così, per tutto il corso della vita, una sorgente di grazie molteplici: di fecondità e di testimonianza, di guarigione e di perdono. Il matrimonio si realizza nella comunità di vita e di amore , e la famiglia diventa evangelizzatrice. Gli sposi, fatti suoi discepoli, sono accompagnati da Gesù verso Emmaus, lo riconoscono allo spezzare del pane, fanno ritorno a Gerusalemme nella luce della risurrezione (Lc 24, 13-43). La Chiesa annuncia alla famiglia il suo legame con Gesù, in virtù dell’incarnazione per la quale Egli è parte della Santa Famiglia di Nazareth. La fede riconosce nel legame indissolubile degli sposi un riflesso dell’amore della Trinità divina, che si rivela nell’unità di verità e misericordia proclamata da Gesù. Il Sinodo si rende interprete della testimonianza della Chiesa, che rivolge al popolo di Dio una parola chiara sulla verità della famiglia secondo il Vangelo. Nessuna distanza impedisce alla famiglia di essere raggiunta da questa misericordia e sostenuta da questa verità”.
E la II Parte sulla Famiglia nel piano di Dio dal punto 35 al 55 in quattro capitoli sviluppa  nel I Capitolo la famiglia nella storia della salvezza: la pedagogia divina, l’icona della Trinità nella famiglia, la famiglia nella Sacra Scrittura, Gesù e la famiglia; nel II Capitolo la Famiglia nel Magistero della Chiesa: gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Papa Francesco; nel III Capitolo la Famiglia nella dottrina cristiana: Matrimonio nell’ordine della creazione e pienezza sacramentale, i beni della famiglia, verità e bellezza della famiglia; nel quarto capitolo Verso la pienezza ecclesiale della Famiglia: l’intimo legame tra Chiesa e Famiglia, la grazia della conversione e del compimento, la misericordia  nel cuore della Rivelazione. Ci soffermeremo sulla Verità e bellezza della Famiglia e la Misericordia nel cuore della Rivelazione.
Verità e bellezza della Famiglia: “Con intima gioia e profonda consolazione, la Chiesa guarda alle famiglie che sono fedeli agli insegnamenti del Vangelo, ringraziandole e incoraggiandole per la testimonianza che offrono. Grazie ad esse è resa credibile la bellezza del matrimonio indissolubile e fedele per sempre. Nella famiglia matura la prima esperienza ecclesiale della comunione tra persone, in cui si riflette, per grazia, il mistero d’amore della Santa Trinità. “E’ qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita” (CCC, 1657).       
 Il Vangelo della famiglia nutre pure quei semi che ancora attendono di maturare, e deve curare quegli alberi che si sono inariditi e necessitano di non essere trascurati (Lc 13,6-9). La Chiesa, in quanto maestra sicura e madre premurosa, pur riconoscendo che tra i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede. “Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. (…) Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute” (EG, 44). Questa verità e bellezza va custodita. Di fronte a situazioni difficili e famiglie ferite, occorre sempre ricordare un principio generale: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a discernere le situazioni” (FC, 84). Il grado di responsabilità non  è uguale in tutti i casi, e possono esistere fattori che limitano la capacità di decisione. Perciò, mentre va espressa con chiarezza la dottrina, sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione”.
E qui il Papa ricorda che la morale cristiana è tensione, un tentare e ritentare, anche quando non si riesce. Con la fiducia che non saremo noi a giungere a compimento, ma Lui porterà a compimento. E chi dall’esterno può cogliere la tensione interiore non identificabile con il riuscire e non riuscire? Ecco allora che pur giudicando ciò che è bene o male mai possiamo definire uno da quello che fa sia perché non vediamo l’eventuale tensione interiore e sia perché fino al termine della  vita il Padre tenta e ritenta di poter perdonare e far ricominciare. 
Ed ora il punto 55 cioè misericordia  Cuore della Rivelazione poiché Cristo è il volto della misericordia del Padre che non ci ama solo quando e perché siamo buoni, ma pe farci diventare buoni, che non guarda quante volte cadiamo, ma quante volte, con il lasciarci perdonare, ci rialziamo (Benedetto XVI ai giovani in Germania nel 2008): “La Chiesa parte dalle situazioni concrete delle famiglie di oggi, tutte bisognose di misericordia, cominciando da quelle più sofferenti. Con il cuore misericordioso di Gesù, la Chiesa deve accompagnare i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta. La misericordia è “il centro della rivelazione di Gesù Cristo” (MV, 25). In essa risplende la sovranità di Dio, con cui Egli è fedele sempre di nuovo al suo essere che è amore (1 Gv 4,8), e al suo patto. “E’ proprio nella sua misericordia che Dio manifesta la sua onnipotenza” (San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q.30, art. 4; cf. Messale Romano, Colletta della XXVI Domenica del Tempo Ordinario). Annunciare la verità con amore è esso stesso un atto di misericordia. Nella Bolla Misericordiae Vultus, Papa Francesco afferma: “La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore”. E prosegue: “Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia” (MV, 21). Gesù è il volto della misericordia di Dio Padre: “Dio ha tanto amato il mondo (…) perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui (il Figlio)” (Gv 3,16-17).
Il tema del XIV Sinodo ordinario è stato “Vocazione e missione della famiglia nella vita della Chiesa e nella società contemporanea”. I punti trattati nella I e II Parte sono stati 55. Dal 56 la Missione: Capitolo I la formazione della famiglia, la preparazione al matrimonio, la celebrazione nuziale, i primi anni della vita familiare, la formazione dei presbiteri e di altri operatori pastorali; Capitolo II Famiglia, generatività, educazione nella Trasmissione della vita, la responsabilità generativa,  il valore della vita in tutte le sue fasi, adozione e affido, l’educazione dei figli; Capitolo III in famiglia e accompagnamento pastorale, situazioni complesse; Capitolo IV accompagnamento in diverse situazioni, la famiglia soggetto della pastorale, il rapporto con le culture e con le istituzioni, conclusione.  Per il tema verità e misericordia ci soffermiamo su Discernimento e integrazione nei punti 84. 85, 86. “84. I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica della integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità.
85. San Giovanni Paolo II ha offerto un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido” (FC, 84). E’ quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione, come è la situazione del patner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno.
Inoltre non si può negare che in alcune circostanze “l’imputabilità e la responsabilità di una azione possono essere sminuite o annullate” (CCC, 1735) a causa di diversi condizionamenti. Di conseguenza, il  giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla “imputabilità soggettiva” (Pontificio Consiglio per i testi legislativi. Dichiarazione del 24 giugno 2000,2°). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo la norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pur tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi.
86. Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possano favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (FC,34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa”.
“L’Assemblea del Sinodo dei Vescovi – Papa Francesco nell’Udienza del 4 novembre -, che si è conclusa da poco, ha riflettuto a fondo sulla vocazione e missione della famiglia nella vita della Chiesa e della società contemporanea. E’ stato un evento di grazia. Al termine i Padri sinodali mi hanno consegnato il testo delle loro conclusioni. Ho voluto che questo testo fosse pubblicato, perché tutti fossero partecipi del lavoro che ci ha visti impegnati assieme per due anni. Non è questo il momento di esaminare tali conclusioni, sulle quali devo io stesso meditare.
Nel frattempo, però, la vita non si ferma, in particolare la vita delle famiglie non si ferma! Voi, care famiglie, siete sempre in cammino. E continuamente scrivete già nelle pagine della vita concreta la bellezza del Vangelo della famiglia. In un mondo che a volte diventa arido di vita e di amore, voi ogni giorno parlate del grande dono che sono il matrimonio e la famiglia… Davvero le famiglie cristiane possono fare molto per la società d’oggi, e anche per la Chiesa”.
Nella “Relatio synodi” del 24 ottobre 2015, i paragrafi da 84 a 86 espongono una proposta pastorale nuova  sulla quale Papa Francesco dice “devo io stesso meditare”: Discernimento e integrazione. Essendo cresciuto a 265 il numero dei padri sinodali presenti, la maggioranza dei due terzi è diventata 177 ed è stata raggiunta con difficoltà nel caso di questi tre paragrafi, in un caso persino per un solo voto (n. 84: 187 placet e 72 non placet; n. 85:  178 placet e 80 non placet; n. 86: 190 placet e 64 non placet).
La “Relatio synodi” 2015 fornisce tre importanti riferimenti magisteriali, tutti e tre contenuti nel paragrafo 85 che abbiamo proposto; “Familiaris consortio” n. 84; Catechismo della Chiesa cattolica n. 1735; dichiarazione del 24 giugno 2000 del Pontificio consiglio per i testi legislativi. 
Vorremmo esaminare la citazione di “Familiaris  consortio” n.84:
“Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido”.
Riporto questo testo come “un criterio complessivo, che rimane la base per la valutazione di queste situazioni”, sia per il prete il cui compito è di “accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento”,  sia per il fedele, nel proprio “esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento”.
Se si parla di pentimento, questo implica la necessità di riconoscere le proprie colpe e il proprio peccato allo scopo di ottenerne il perdono. Non è corretto, quindi, affermare che ogni nozione di peccato è messa da parte, in questo documento. Resta però il fatto che essa non è più formulata nel titolo della proposizione, che ormai non parla più in modo diretto di penitenza ma di discernimento; e si può rimpiangere questa assenza sul piano dottrinale anche se è sicuramente più simpatica sul piano pastorale. Inoltre è possibile che ci sia una tendenza a comprendere il pentimento più per colpe del passato, mentre la penitenza riguarda più spesso situazioni passate ma anche presenti (e perfino il peccato di altre persone), per ottenere la conversione del peccatore e la riparazione del male provocato dalla sua colpa. La scelta della parola “pentimento” rischia quindi di portare a considerare le seconde nozze dopo un divorzio soltanto come una colpa del passato piuttosto che come una “situazione oggettivamente disordinata” sempre attuale, o persino a esaminare  solo le colpe del passato che avrebbero portato a questa situazione ritenuta non voluta per se stessa e quindi non colpevole. Per quanto riguarda questo processo, sia nella sua comprensione sia nella sua pratica, bisogna quindi essere capaci di un vero discernimento semantico”. D’altra parte, “Familiaris consortio” n. 84, pur ricordando la necessità di distinguere queste diverse situazioni, ne traeva una identica conclusione in tutti i casi: l’impossibilità di fare la comunione, a meno che si “regolarizzi” la propria situazione, in un modo o in altro.
“La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucarestia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più  in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione die figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, “assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi”.
Cosa si può ricavare dalla mancata ripresa esplicita nel documento di questa conclusione pur così forte della “Familiaris consortio”?
In un’”ermeneutica della continuità dinamica”, si riterrà che il silenzio equivale a un consenso, che la citazione della parte di un testo rimanda al testo intero, il quale fornisce alla citazione il suo vero significato cioè la verità. Pertanto un tale processo di discernimento può portare all’eucarestia solo in quanto il fedele è veramente arrivato a uscire da questa situazione oggettivamente disordinata tramite un impegno mantenuto da un fermo proposito, ha potuto così chiedere il perdono delle sue colpe e finalmente ricevere l’assoluzione. Fino a questo punto, non può fare la comunione.
In una “ermeneutica della discontinuità, della rottura”, si riterrà che il silenzio equivale a un dissenso. Se la conclusione della “Familiaris consortio” non è ripresa espressamente, questo significa che è divenuta obsoleta, il contesto familiare essendo stato totalmente modificato da allora, al termine di un cambiamento che il documento definisce non solo culturale ma anche “antropologico”. Quella che era la disciplina della Chiesa ai tempi di san Giovanni Paolo II non dovrebbe esserlo più nella nuova Chiesa che si invoca. Si concluderà probabilmente che questo processo di discernimento può portare all’eucarestia, anche senza cambiamento di vita, purché la persona si sia pentita delle colpe passate ed abbia giudicato che può “in coscienza” fare la comunione.
Sulle conclusioni finali del Sinodo “io stesso -  ha detto Papa Francesco - devo meditare”. E tutti preghiamo perché lo schema interpretativo della “continuità dinamica” di Benedetto XVI nel memorabile discorso del 22 dicembre 2005 venga continuato.
 Per la loro estrema attualità e per un certo disorientamento possono essere utili alcuni passaggi dell’Esortazione apostolica Quinque iam anni (8.12.1970) del beato Paolo VI a cinque anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II mentre celebriamo il cinquantesimo anno. 
“(…) la condizione presente della fede esige da parte di noi tutti un maggiore sforzo, perché tale parola, nella pienezza, giunga ai nostri contemporanei e le opere compiute da Dio siano a essi mostrate senza alcuna adulterazione, con tutta l’intensità d’amore che li salva. Infatti, nel momento stesso in cui
- La proclamazione della Parola di Dio nella liturgia registra, grazie al Concilio, un meraviglioso rinnovamento;
- l’uso della Sacra Scrittura diventa sempre più familiare in mezzo al popolo cristiano;
- i progressi della catechesi, purché attuati secondo gli orientamenti conciliari, permettono di evangelizzare in profondità;
- la ricerca biblica, patristica  e teologica offre spesso un prezioso contributo all’espressione viva del dato rivelato;
- ecco che molti sono turbati nella loro fede da un cumulo di ambiguità, d’incertezze e di dubbi che la toccano in quel che essa ha di essenziale.
Tali sono: i dogmi della SS. Trinità e cristologico, il mistero della SS. Eucaristia e della presenza reale, la Chiesa come istituzione di salvezza, il ministero sacerdotale in mezzo al popolo di Dio, il valore della preghiera e dei sacramenti, le esigenze morali riguardanti, ad esempio, l’indissolubilità del matrimonio o il rispetto della vita umana. Anzi, si arriva a tal punto da mettere in discussione anche l’autorità divina della Sacra Scrittura, in nome di una radicale demitizzazione.
Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso dalla tradizione ininterrotta, che lo  ricollega alla fede degli apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi (Sul senso oggi un aiuto ci viene da un cardinale africano Roberto Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat).
Eccoci allora chiamati – noi tutti che abbiamo ricevuto, con l’imposizione delle mani la responsabilità di conservare puro e integro il deposito della fede e la missione di annunciare incessantemente il Vangelo – a offrire la testimonianza della nostra comune obbedienza al Signore. Per il popolo, che ci è stato affidato, è diritto imprescindibile e sacro il ricevere la parola di Dio, tutta la parola di Dio, di cui la Chiesa non ha cessato di acquistare una sempre più profonda comprensione. Per noi è grave e urgente dovere di annunciargliela instancabilmente, perché esso cresca nella fede e nella intelligenza del messaggio cristiano e dia testimonianza (di amore), con tutta la sua vita, della salvezza (misericordiosa) in Gesù Cristo”.

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