lunedì 6 aprile 2015

Preghiera 59

14 aprile 2015
Dio che possiede un volto umano, morto e risorto, presente nella Chiesa ci tocca, ci libera, ci guarisce, ci consola anche per mezzo di realtà materiali, tra queste l’acqua e l’olio benedetti
Liturgia della Divina Misericordia
Inizio (119) Cristo risorge
Comunione (120) Cristo risusciti
Esposizione (388) T’adoriam Ostia divina
Omelia
San Marco ci racconta nel suo Vangelo che i discepoli, scendendo dal monte della Trasfigurazione, discutevano tra loro su che cosa volesse dire “risorgere dai morti” (Mc 9,10). Prima il Signore aveva annunciato loro la sua passione e la risurrezione dopo tre giorni. Pietro aveva protestato per l’annuncio della morte e si è sentito un duro rimprovero: “Va’ dietro a me, Satana!  Perché tu non
pensi secondo Dio” (Mc 8,33), secondo la verità del Padre cioè l’amore di chi si dona e donando questa vita risorge nell’amore. Ma ora si domandavano che cosa potesse essere inteso con il termine “risurrezione”. E succede anche a noi. Quando il Vescovo 13 anni fa mi ha chiesto di accettare il mandato di esorcista per due volte non  mi sono sentito di accettare. Alla terza volta tramite il vicario generale oggi Vescovo Zenti, ho interpellato don Giussani confessando la mia difficoltà. “Ma nel Vangelo di Marco non vengono memorizzati cinque esorcismi?” “Si – ho risposto – ma era Gesù…”. “Ah proprio questo non me lo aspettavo da te. Lui vivo, risorto, presente in continuità nella Chiesa attraverso i suoi ministri, gli esorcisti, non opera oggi quello che il Vangelo memorizza?…”. Una testimonianza di cosa significa risorto dai morti per la nostra fede e l’ho potuto esperimentare tante volte in questi tredici anni.
Il Natale del Figlio di Dio che assume un volto umano in tutto uguale a noi, quindi viene concepito e nasce bambino da una vergine, possiamo immaginare la notte di Betlemme, la gioia di Maria come mamma, la gioia di san Giuseppe e dei pastori e il giubilo degli angeli. Ma la risurrezione che non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena come Lazzaro; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, che cos’è? Non entra nell’ambito delle nostre esperienze naturali pur esperimentandone nel modo divino di amare, di liberare dai mali, di guarire e di consolare, gli effetti soprannaturali, e così il messaggio, la lieta notizia, il Vangelo che riguarda Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi per cui il nostro corpo non resta in polvere, anzi tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo, la risurrezione rimane in qualche misura non compreso in una cultura secolarizzata per la quale sarebbe valido soltanto ciò che è sperimentabile. D’altra parte la risurrezione è una speranza senza alternative di fronte alla prospettiva di finire nel nulla della polvere, del niente. Nel demone della attuale secolarizzazione o silenzio su Dio e con Dio soprattutto a livello pubblico, culturale, c’è la tentazione di squalificare la risurrezione come credenza del passato, riducendo Gesù Cristo a solo personaggio del passato eventualmente da imitare a livello etico e morale, come tutti i grandi personaggi storici senza il bisogno di incontrarlo ogni Domenica nella Messa, di confessare a Lui i peccati e ricevere da Lui tramite il sacerdote la riconciliazione, ritenendo che per tutti i mali bastino i neurologi, le medicine degli psichiatri secolarizzando completamente la malattia e la medicina.
La Chiesa, poiché la memoria, l’annuncio, la presenza e l’azione soprannaturale del Risorto, la liberazione dal Maligno in lei e attraverso di lei, è la ragione stessa del suo esistere, cerca, soprattutto con la liturgia pasquale, di condurci alla sua comprensione, traducendo questo avvenimento soprannaturale misterioso nel linguaggio dei simboli nei quali possiamo contemplare questo evento sconvolgente che cambia tutto l’orizzonte della vita perché la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana di chi esperimenta gli effetti della presenza del Risorto, come la liberazione dagli effetti del Maligno, la guarigione, la consolazione nelle tribolazioni e questo dall’inizio del cristianesimo e fino alla fine die tempi Certo, si tratta di un grande mistero cioè di una realtà divinamente umana, ma è il mistero della nostra salvezza, della nostra fiducia, della nostra speranza che trova nella risurrezione del Verbo incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione del compimento della vita veramente vita il cui germe ci è stato innestato fin dal Battesimo, l’unico futuro per la storia e per il cosmo. Ma la cifra di questa realtà divino umana che la rende credibile alla ragione è l’amore constatabile da tutti e soltanto nella logica dell’amore esso può essere accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo, il Dio vivente che storicamente possiede un volto umano, che ci ha amato fino a dare la vita per noi, come umanità e come singole persone, è perfetta ed intima unione con Dio che è l’Amore davvero più forte del  Maligno, del peccato, della morte. Egli era una cosa sola con la Vita divina indistruttibile da cui tutto proviene e a cui tutto è destinato e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva non riprenderla per sempre, non poteva soccombere  definitivamente alla morte: in concreto nell’Ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce che stiamo attualizzandola anche in questa celebrazione, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà vita, ci libera da elementi malefici, ci guarisce, ci salva e ci consola. La sua risurrezione è stata dunque come un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte e con l’avvento cristiano in occidente dalla paura degli spiriti, dei demoni. Essa ha inaugurato una nuova dimensione della vita e della realtà, dalla quale emerge un mondo nuovo, storicamente l’ingresso in un ordine decisamente diverso che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira in sé ricreando anche il naturale. Il Suo Regno, che non proviene da questo ma accade in questo mondo, non è un non ancora, un al di là immaginario, posto in un futuro che non arriva mai, il Suo Regno è presente, constatabile là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge in tante relazioni, soprattutto in quella preferenziale di grande amicizia. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che per sua natura, è imperfetto e tormentato dal Maligno. E il suo amore, allo stesso tempo, diventa per noi una garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente vita” con ogni bene senza più alcun male, una meta così grande, com’è la risurrezione per ogni persona, per la storia e il futuro umano, per il cosmo, da giustificare la fatica del cammino storico.
(258) 1. Nei cieli un grido risuonò: alleluia! Cristo Signore trionfò! Alleluia! R) Alleluia, alleluia, alleluia!
2. Morte di croce egli patì, alleluia! Ora al suo cielo risalì, alleluia! R)…
3. Cristo ora è vivo in mezzo a noi, alleluia! Noi risorgiamo insieme a Lui, alleluia. R)…
Preghiera e Catechesi
Centro della presenza e dell’azione del Risorto nella Chiesa e attraverso la Chiesa convenendo insieme liturgicamente è il Sacramento, i Sacramentali come l’acqua benedetta, esorcizzata e l’olio benedetto nella preghiera di liberazione, di guarigione, di consolazione. 
Sacramento significa che in primo luogo non siamo noi uomini o l’oggetto materiale a fare qualche cosa, ma Dio in anticipo ci viene incontro con il suo agire, ci guarda come in questo momento esposto con l’Eucarestia sull’altare e ci conduce verso di sé. E c’è ancora qualcos’altro di singolare: Dio che possiede un volto umano, che ci ha amati sino alla fine, morto e risorto, presente nella Sua Chiesa ci tocca per mezzo di realtà materiali, attraverso doni del creato che Egli assume al suo servizio, facendone strumenti dell’incontro tra noi e Lui stesso. Non è l’acqua benedetta, l’olio benedetto che agiscono: pensare questo sarebbe magia! Ma la consapevolezza, la fede che Lui agisce, pregando, attraverso l’acqua benedetta, l’olio benedetto.
L’acqua come elemento basilare e condizione fondamentale di ogni vita è il segno essenziale dell’atto in cui nel Battesimo, si diventa altri cristi, cristiani, della nascita alla vita nuova di figli nel Figlio di Dio che è Padre e quindi nello Spirito santo in grazia di Dio, liberi di fronte al Maligno.
L’olio, diversamente dall’acqua che è elemento vitale in genere e quindi rappresenta l’accesso comune di tutti alla nuova vita da cristiani, l’olio appartiene alla cultura dell’ambiente mediteraneo. Non dimentichiamo che il Dio vivente, Dio come persona che si rapporta con la persona umana fin da Abramo, ha agito storicamente in un luogo ben determinato della terra, ha veramente e fatto storia con gli uomini, storia con noi anche questa sera qui convenuti per essere liberati, guariti, consolati da Lui. L’olio è dono del creato e anche frutto del lavoro dell’uomo. E’ sintesi tra creazione, frutto della terra, e storia, frutto del lavoro dell’uomo, nel quale Dio ha voluto agire visibilmente con noi nel tempo della storia, diventare nel Dio che possiede un volto umano, in Gesù Cristo, uno di noi per liberarci dal dominio del Maligno, del Male, della malattia, della morte.
I re e i sacerdoti vengono unti con olio, che così è segno di dignità e di responsabilità, come anche della forza che viene da Dio e libera dagli elementi negativi. La parola “cristiani”, infatti, con cui i discepoli di Cristo vengono chiamati ad Antiochia già all’inizio della Chiesa proveniente dai pagani, deriva dalla parola “Cristo” (At 11,20-21) – traduzione greca della parola ebraica “Messia”, che significa “Unto”. Essere cristiani, e quanto è importante ravvivarne la consapevolezza, vuol dire: provenire da Cristo, appartenere come figli nel Figlio a Cristo, all’Unto di Dio. a Colui al quale Dio ha donato il sacerdozio e la regalità contro il dominio del Maligno. Significa appartenere a Colui che Dio stesso ha unto nell’assumere il volto umano nell’incarnazione – non con olio materiale, ma con Colui cui rimanda la visibilità sacramentale dell’olio: con il suo santo Spirito che nel Dio trinitario è l’Amore. L’olio di oliva è così in modo del tutto particolare simbolo della compenetrazione del volto umano del Figlio di Dio da parte dello Spirito Santo. Quando al culmine della  nostra preghiera di liberazione, di guarigione, di consolazione verremo toccati dal sacramentale dell’olio benedetto nel nostro intimo diciamo: Vieni Spirito santo, vieni per Maria.
Gli oli santi, tra cui l’olio degli infermi con cui anche questa sera verremo segnati non per il Sacramento dell’unzione dei malati ma per il sacramentale di liberazione, di guarigione e di consolazione, nella Messa crismale del Vescovo con tutti i sacerdoti stanno al centro, per tutto l’anno, dell’azione liturgica del mattino del giovedì santo.  Esprimono così anche l’unità della Chiesa, garantita dall’Episcopato con tutti i sacerdoti, e rimandano a Cristo, il vero “pastore delle nostre anime”, come lo chiama san Pietro (1 Pt 2,25). E, al contempo, gli oli portati nelle parrocchie, tengono insieme tutto l’anno liturgico, ancorato al mistero del Giovedì Santo. Infine, rimandano all’Orto degli Ulivi, in cui Gesù ha accettato interiormente la sua Passione, non senza aver pregato di esserne liberato aggiungendo, però, “non la mia, ma la tua volontà di amore sia fatta”. L’Orto degli Ulivi è però anche il luogo dal quale Egli risorto è asceso al Padre, è quindi il luogo della Redenzione, della vittoria sul Maligno: Dio non ha lasciato Gesù nella morte, dove è giunta l’azione storica di Satana. Gesù, crocefisso – risorto, vive per sempre fuori dello spazio e del tempo presso il Padre, e proprio per questo è onnipotente, e  così si fa presente sacramentalmente nello spazio e nel tempo non solo per Israele ma per tutti ed è qui, questa sera davanti a noi, in noi convenuti in preghiera. Questo duplice mistero del Monte degli Ulivi è anche sempre “attivo” nell’olio sacramentale della Chiesa. Questa sera vogliamo rivivere nei tre sacramenti, per me quattro con l’Ordine e per gli sposati pure quattro con il Matrimonio, il segno della bontà di Dio che attraverso la materialità dell’olio ci ha toccato: nel Battesimo (olio dei catecumeni, crisma), nella Cresima (crisma) come sacramento dello Spirito santo, per me nel Sacramento dell’Ordine, e, infine, nel Sacramento dell’Unzione degli infermi, in cui l’olio ci viene offerto, per così dire, quale medicina di Dio – come la medicina del sacramentale di questa sera (quanto è importante nel momento del tocco esserne coscienti) che ora ci rende certi della sua bontà, ci deve rafforzare quando i problemi continuano e quindi consolare, ma che, allo stesso tempo, al di là del momento dell’azione malefica e della malattia, rimanda alla liberazione, alla guarigione definitiva, al non ancora della risurrezione (Gc 5,14). Nel chiedere la sua azione nel già, adesso, abbiamo davanti, però, anche il non ancora, una meta così grande da giustificare la fatica del cammino. Così l’olio come azione visibile dell’invisibile risorto, nelle sue diverse forme, ci accompagna lungo tutta la vita: a cominciare dal neocatecumenato e dal Battesimo   fino al momento in cui con l’Estrema unzione ci prepariamo all’incontro con il Dio Giudice e Salvatore. In questo momento, poiché il Risorto vi toccherà con l’Olio benedetto  attraverso il Sacerdote e il Diacono, vorrei ricordarvi l’”unzione” della nostra ordinazione. L’olio, nei vari sacramenti e sacramentali, è sempre segno della misericordia di Dio e nel sacerdozio, nel diacono significa sempre anche l’incarico di portare la misericordia di Dio agli uomini. Nella lampada della nostra vita sacerdotale, diaconale, pur con tanti limiti, non può mai venir a mancare l’olio della misericordia.
Attraverso la storia della colomba col ramo d’ulivo, che annuncia la fine del diluvio e così la nuova pace di Dio con il mondo degli uomini sottoposti a tentazione azione ordinaria di Satana  e azione straordinaria, per cui la preghiera non abbandonarci nella tentazione, liberaci dal Male, non solo la colomba, ma anche il ramo sacramentale d’ulivo benedetto alle Palme da conservare in casa e l’olio di liberazione e guarigione sono diventati simbolo della pace nell’intimo della nostra persona e nelle nostre  relazioni. I cristiani, soprattutto dei primi secoli, ci tenevano ad ornare le tombe dei loro cari defunti con la corona della vittoria e il ramo d’ulivo, simbolo della pace di Cristo: riposino in pace! Sapevano e ricordavano che Cristo ha vinto il maligno e la morte e che i loro defunti riposavano nella pace di Cristo in attesa della risurrezione completa del corpo. Senza il demone dell’attuale secolarizzazione occidentale anche nel morire si sapevano, si pensavano attesi da Cristo e dalla nostra Madre, Cristo che aveva a loro promesso e anche a noi la pace che il mondo non è mai in grado di dare. Si ricordavano che la prima parola del Risorto ai suoi era stata: “Pace a voi” ( Gv 20,19). Egli stesso porta, per così dire, il ramo d’ulivo, introduce la sua pace nel mondo. Annuncia la bontà salvifica di Dio. Egli è la nostra pace. Anche se il Maligno non ci vuole così, siamo persone di pace, persone che riconoscono e vivono in tutte le tribolazioni il mistero della Croce come mistero di riconciliazione, di liberazione, di guarigione, di consolazione. Cristo non vince alzando la voce, mediante la spada ma per mezzo della Croce come agnello che si lascia uccidere, potendo invocare una legione di angeli e far fuori chi lo faceva soffrire nella sua umanità in tutto uguale alla nostra tranne che il peccato. Vince superando l’odio. Vince mediante la forza del suo amore più grande: Padre, perdonali, non sanno quello che fanno! La Croce di Cristo esprime il “no” alla violenza del Maligno. E proprio così è il segno della vittoria di Dio, che annuncia la nuova via di Gesù. Il sofferente è stato più forte dei detentori del potere succubi di Satana. Nell’autodonazione della Croce, Cristo ha vinto la violenza cui spinge continuamente Satana. E noi sacerdoti, diaconi, genitori siamo chiamati ad essere, nella comunione con Gesù Cristo, uomini di pace, siamo chiamati ad opporci da ogni violenza di Satana e a fidarci del potere più grande dell’amore, dell’amore che arriva al perdono.
I martiri, unguendosi,  hanno detto il loro “no” concreto all’ingiustizia: respingendo la partecipazione al culto idolatrico diabolico, all’adorazione dell’imperatore, della politica, si sono rifiutati di piegarsi davanti alla falsità diabolica, all’adorazione delle persone umane e del loro potere. Con il loro “no” alla falsità e a tutte le sue conseguenze hanno innalzato il potere del diritto e della verità, dell’amore, della solidarietà. Così hanno servito la vera pace.
Nella Chiesa antica l’olio consacrato è stato considerato, in modo particolare, come segno della presenza dello Spirito santo, che a partire da Cristo si comunica a noi. Egli è l’olio della letizia. Questa letizia è una cosa diversa dal divertimento o dall’allegria esteriore che la società moderna, che ha tutto secolarizzato anche la Domenica cioè escluso Dio, si auspica. Il divertimento, nel suo posto giusto, è certamente cosa buona e piacevole. E’ bene poter ridere. Ma il divertimento non è tutto, come spinge il maligno soprattutto tra i giovani. E’ solo una piccola parte della nostra vita, e quando diventa il tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde la disperazione o il dubbio se la vita sia veramente buona, e se sarebbe meglio non esistere. Quante tentazioni di suicidio, la tentazione più diabolica. La gioia, che da Cristo ci viene incontro, è diversa. Essa ci dà l’allegria, sì, ma certamente può andare insieme anche con la sofferenza. Ci dà la capacitò di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia intimamente lieti, consolati. Ci dà la capacità di condividere la sofferenza altrui facendo toccare concretamente così la bontà di Dio. Mi commuove sempre il racconto degli atti degli Apostoli. Satana, attraverso il Sinedrio, li aveva fatti flagellare e loro “erano lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù” (5,41). Chi si sente amato è pronto a soffrire per l’amato. La gioia dei martiri ha aperto a Cristo le porte della storia, della cultura greco - romana. Quando saremmo benedetti dall’acqua esorcizzata, toccati dall’olio consacrato, benedetto, ci tocca la bontà del Creatore, l’amore del Redentore, l’abbraccio dello Spirito Santo e io sacerdote, il diacono diventare “collaboratori della vostra gioia” (2 Cor 1,24). Preghiamo che la sua letizia, non soccombendo nella tentazione, ci pervada sempre più in profondità e di essere capaci di portarla in un mondo che ha così urgentemente bisogno della gioia nel già che scaturisce dall’incontro con Cristo che libera.
(213) 1. Le tue mani son piene di fiori: dove li portavi, fratello mio? Liportavo alla tomba di Cristo, ma l’ho trovata vuota, fratello mio! R) Alleluia, alleluia.
2. I tuoi occhi riflettono gioia: dimmi: cos’hai visto, fratello mio? Ho veduto morire la morte: ecco cosa ho visto, fratello mio! R) Alleluia…
3. Stai cantando un’allegra canzone: dimmi: perché canti, fratello mio? Perché so che la vita non muore: ecco perché canto, fratello mio! R) Alleluia…
 Venite processionalmente, incominciando da quelli in fondo alla Chiesa, per il tocco dell’Unzione con l’olio benedetto ed esorcizzato: è il sacramentale della presenza invisibile del Risorto e della sua azione ecclesiale mentre, con questa fede, abbiamo presenti quelle speranze di liberazione, di guarigione, di consolazione per cui siamo qui convenuti come Chiesa, con sempre all’orizzonte la grande speranza, il non ancora, la sicura meta ultraterrena che giustifica anche i momenti di fatica del vivere.
(67) O Gesù ti adoro, ostia candida, sotto un vel di pane, nutri l’anima, solo in te il mio cuore si abbandonerà. Perché tutto è vano se contemplo Te.
Ora guardo l’Ostia che si cela a me, ardo dalla sete di vedere Te: quando questa carne si dissolverà, il tuo viso luce, si disvelerà. Amen.
Preghiamo. O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore qui risorto dinnanzi a noi, ci hai liberato dal Maligno, dal peccato e dalla morte, eredità dell’antico peccato trasmessa a tutto il genere umano, rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio risorto; e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita, l’immagine dell’uomo terreno, così per l’azione del tuo Spirito che in Dio è l’Amore, fa che portiamo l’immagine dell’uomo celeste. Per Cristo nostro Signore.
Amen
Dio sia benedetto…
Ed ora il sacramentale dell’acqua benedetta ed esorcizzata
Preghiamo. Signore Dio onnipotente, fonte e origine dell’anima e del corpo, benedici + quest’acqua e fa che ne serviamo con fede per implorare il perdono dei nostri peccati e la grazia di essere sorretti in ogni infermità  e difesi da ogni insidia del nemico. La tua misericordia, o Padre, faccia scaturire per noi l’acqua viva della salvezza, perché possiamo accostarci a te, con cuore puro e fuggire ogni pericolo dell’anima e del corpo. Per Cristo nostro Signore.
Amen
Prossimo incontro martedì 12 maggio. Dal 24 al 28 aprile accompagno il pellegrinaggio a Medjugorje e vi ricordo tutti.
(315) Regina coeli… 

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