lunedì 16 dicembre 2013

Dopo quasi due anni di celebrazione ex-traordinaria e ordinaria

Dopo quasi due anni di celebrazione sia extra-ordinaria e  sia ordinaria: due modi per aiutare umilmente Papa Francesco ad essere “nelle grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa”, organicamente e sistematicamente espresse nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nel suo Compendio. Due esperienze concrete: quello espresso da due giornalisti innamorati delle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il passato cammino pellegrinante della Chiesa: Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro e quello espresso da una  testimonianza e riflessione teologica  in rapporto alla nuova evangelizzazione del cardinale Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna, rinnovamento nella continuità


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Il vescovo mi ha chiesto di esercitare il ministero in una Rettoria dove si celebra sia nella forma ex-traordinaria e sia nella forma ordinaria dell’unico rito alla luce dell’atto di governo di Benedetto XVI con il Motu Proprio Summorum Pontificum.
Con il Messale del beato Giovanni XXIII del 1962 ho celebrato i primi nove anni del mio sacerdozio, ma dopo quarant’anni ho dovuto impegnarmi per essere fedele data la rigorosità delle rubriche tridentine.
Lo scopo dato dal Motu proprio come forma extraordinaria dell’unico rito nella forma ordinaria punta alla prospettiva di
una riforma della riforma adeguata alla nuova evangelizzazione integrando elementi positivi dell’una e dell’altra. Al termine del mandato ho constatato il crescere di una reciprocità tra i fedeli delle due forme partecipando insieme alla stessa catechesi, ma poca disponibilità da parte dei diocesani della forma ordinaria. Ma qual è l’apporto sperimentato in quasi due anni  e attinto dalla forma extra-ordinaria che può arricchire la forma ordinaria, che io pure celebro con grande fervore?
Sul blog.messainlatino.it del 13 dicembre 2013  ho letto un articolo di Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro pubblicato su “il Foglio” dell’11 dicembre 2013. In questo articolo, pur non condividendo alcune accentuazioni, trovo positivo questo atteggiamento: “si mettono a nudo le anime per amore di Nostro Signore, della sua Croce, della Chiesa che è il suo Corpo mistico e del suo vicario che ora si chiama Francesco…Onorare l’impegno di veri cristiani assunto con il battesimo non è privo di spine”. Non è facile essere la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi. E Benedetto XVI nell’Omelia di insediamento sulla Cattedra Romana del Vescovo di Roma, del 7 maggio 2005, osservava: “Questa potestà di insegnamento spaventa uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento, come di fronte ad ogni opportunismo…Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza. Così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode”.
In quest’orizzonte del continuo soggetto ecclesiale, “della fede di tutti i tempi, delle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa” che il Catechismo e il suo Compendio propongono, tutti possiamo e dobbiamo portare un contributo anche critico, con quel religioso rispetto quando lo facciamo verso chi sacramentalmente rimanda a Cristo capo di tutta la Chiesa cioè il Papa.
Per questo faccio in parte mie, perché si tratta di accentuazioni diverse, al termine dell’incarico di celebrare contemporaneamente e nella forma extraordinaria e nella forma ordinaria, alcune osservazioni di Gnocchi - Palmaro: “Così, mentre nella Messa preconciliare centrata sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio del Calvario, l’uomo è chiamato a partecipare alla passione di Cristo per meritare, anche se indegno, di essere glorificato con Lui, in quella postconciliare diviene commensale di Dio al banchetto in cui celebra la propria gloria  fondata sulla libertà. Nel primo caso il cristiano è chiamato a compatire con Gesù, nel secondo è invitato a collaborare con Dio. Se prima adorava, chiedeva perdono e offriva il proprio nulla davanti al Figlio di Dio sacrificato, ora si limita a rendere grazie della libertà che lo rende somigliante a Dio.
“Non è un caso se, tra le molte parti della Messa antica eliminate nel nuovo messale, c’è quella in cui prima di salire all’altare il sacerdote si inchina a chiedere perdono come il pubblicano della parabola del Vangelo di San Luca. Lui, che presta il suo corpo a Cristo, confessa a Dio Onnipotente, alla Beata Maria sempre Vergine, al beato Michele Arcangelo, al beato Giovanni Battista, ai santi apostoli Pietro e Paolo, a tutti i santi, al chierichetto inginocchiato al suo fianco, al sacrestano che ha preparato l’altare e a tutti i fedeli compresi i più barabba che ha molto peccato in pensieri, parole e opere “mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa”. E ha l’umiltà di farsi confortare anche dall’ultimo barabba che gli risponde: “Il Signore abbia misericordia di te e, rimessi i tuoi peccati, ti conduca alla vita eterna”. Se questi, secondo i nuovi canoni, sono farisei che “dicono preghiere”, viene da chiedersi cosa sia il cristiano d’oggi, privo del senso del peccato e indotto dal nuovo rito a considerare compiaciuto: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano”.
“Poi, una volta uscito di chiesa, il fariseo felice di non essere come gli altri peccatori si avvia a patteggiare con lo spirito mondano: sufficiente e orgoglioso al punto giusto. Questa spina, che i cattolici infanti hanno colto sulla pianta del Vaticano II, ha ridefinito l’antico rapporto Chiesa – mondo. Fino al Concilio, la Chiesa sapeva di dover insegnare una dottrina ostica al vasto campo dell’umanità, che una scrittrice cattolica come Flannery O’Connor chiamava significativamente il territorio del diavolo. Era il mondo come spazio da evangelizzare, ma anche come nemico dichiarato della Chiesa, pericoloso perché impegnato da sempre a combatterla. Lo schema evocava naturalmente la militanza come categoria feriale e ineluttabile del cattolico fervente. Era un modello semplice e lineare, durato quasi duemila anni: la Chiesa insegna, il mondo in parte accoglie, in parte respinge, e così fino alla fine dei tempi. La Chiesa si dichiara “in ascolto” del mondo, benigna al cospetto delle sue istanze, bisognosa di imparare, di capire, di comprendere, di cambiare pelle per seguire la mondanità in tutte le sue evoluzioni. Scopre di possedere lo stesso sguardo, di avere lo stesso sangue e, fatalmente si accontenta di fare un po’ di strada insieme. Così, tenendosi per mano al mondo, senza assegnarsi più il compito di insegnare ma solo quello di accompagnare, la Chiesa prosegue senza freni nel processo di liquefazione. Intimidita da ciò che sta fuori le mura, risulta completamente inerme anche al cospetto di tradimenti interni. Una vittima perfetta per la colladauta strategia modernista descritta da san Pio X, che non aggredisce frontalmente la dottrina, ma la erode attraverso la tecnica della diluzione. Le verità morali o dogmatiche vengono lasciate decadere e sottaciute, svuotate di significato oggettivo, svaniscono sullo sfondo in dissolvenza, mentre pastori e teologi parlano, parlano, parlano: parlano d’altro  e parlano in altro modo. Diffondono il niente  sostenuto da un linguaggio approssimativo, evocativo, emozionale che ha esautorato il tradizionale e faticoso linguaggio definitorio, didattico, assertivo. Nulla è dimenticato, ma in realtà tutto è tradito in un limbo un po’ pelagiano e un po’ luterano senza essere mai veramente cattolico.
Spine come questa non sono spuntate improvvisamente con il pontificato di Papa Francesco, ma sarebbe ingenuo tacere che troppi oggi lo colgono come fossero i primi fiori di un’altra primavera promessa. In un libro di quarant’anni fa, Jean Madiran definiva fin dal titolo questo fenomeno come “L’eresia del XX secolo”. Una debacle teologica che “si basa sull’immaginario. E’ una mitologia. Non parte da una concezione falsa di natura e grazia ma da un disconoscimento radicale dell’ordine naturale, il quale porta con sé anche un disconoscimento dell’ordine sovrannaturale. Non si fonda su un aspetto della realtà svalorizzandone o sfigurandone altri aspetti: essa si trova tutta intera fuori da ogni realtà, sta in un limbo ideologico verbale. Non disconosce la realtà naturale e non si inganna: la respinge, distoglie da essa le anime per indirizzarle altrove, verso il nulla”.
“Il modernismo e i suoi derivati, pur dichiarando l’obiettivo prossimo di una nuova teologia, in realtà, come ha mostrato Karl Rahner, mirano all’impossibilità della teologia. Se attaccano il termine “consustanziale” del simbolo di Nicea non lo fanno per affermare un’altra teologia della Trinità, ma per negarla e sprofondare di conseguenza in un vortice nichilista negando l’intelligibilità del reale. Se i concetti di natura, sostanza e persona cambiano a seconda delle mode filosofiche, la legge naturale finirà per non avere alcuna consistenza immutabile, diventerà espressione della coscienza collettiva. E il cerchio anticristico si sarà chiuso: niente più discorso su Dio e, di conseguenza, niente più discorso sull’uomo e niente più ordine nel mondo. Il programma della rivoluzione.
“La filosofia moderna” dice Madiran “non è in essenza una filosofia, è un atteggiamento religioso al livello della religione naturale, una contro-religione-naturale, l’opposto dei primi quattro comandamenti del Decalogo. Essa contesta ogni dipendenza del soggetto pensante e lo stabilisce in una aseità e in una autarchia. E se la filosofia moderna si è sempre sviluppata nel senso di una prassi, è che non si trattava soltanto di credere o di pretendere, ma, mostruosamente, di “far sì” che il soggetto pensante si facesse autonomo e indipendente. (…) la praxis moderna equivale a dire che le cose dovrebbero essere ciò che il soggetto pensante vuole che siano”.
“Prima ancora dei fedeli, le vittime di una tale deriva della coscienza nelle lande dell’autonomia sono stati i sacerdoti. Gettati in pasto al mondo senza poterlo abbracciare del tutto per quel “Tu es sacerdos in Aeternum”, quel carattere sacramentale impresso una volta per sempre, si sono trovati improvvisamente fuori posto. Fuori sincrono finanche nell’abbigliamento che è andato scimmiottando quello sccolare mantenendo un che di clericale che si percepisce anche a occhio laico. Da qui discende la crisi drammatica, fatta di copiosi abbandoni, di gravi e diffusi problemi morali, di crollo verticale delle vocazioni, di smarrimento di identità e di passione”.

Papa Francesco si rende conto di trovarsi di fronte soprattutto a tre recezioni ed ermeneutiche del Concilio: ermeneutica della rottura nel progressismo qui descritto, ermeneutica della rottura intessa in senso tradizionalistico, come è quella che abbiamo sentito in Gnocchi – Palmaro e ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità, come emerge dall’intervento del cardinale Schonborn nel Duomo di Milano martedì 10 dicembre, sul tema “la chiesa nella società secolarizzata”. Papa Francesco punta all’essenziale della fede e a far sì che nessuno si chiuda ideologicamente nella propria ermeneutica per una ermeneutica che raccolga gli apporti positivi di tutti: un miracolo!. Questo l’intervento del cardinale:

“Vorrei che questo incontro fosse uno scambio di testimonianza, ma anche di riflessione teologica sulla nostra missione nel mondo di oggi. Comincio con un breve accenno alla diocesi di Vienna, dove siamo solo poco più di un milione di fedeli. La decrescita dei cattolici a Vienna è drammatica. Siamo ormai sotto il quaranta per cento, e tra non molto arriveremo al trenta per cento. E questo per tre ragioni fondamentali: innanzitutto la demografia, che colpisce quasi tutte le confessioni religiose. In secondo luogo, un fenomeno sempre più diffuso è rappresentato dall’uscita civile dalla chiesa. Da noi, in Austria, basta andare da un magistrato e non sei più cattolico. Qualcuno lo fa perché non vuole più pagare le tasse, altri perché già da tempo non partecipano più alla vita della chiesa cattolica. Ogni anno perdiamo l’uno per cento dei cattolici, gente che defeziona. Non dico che è apostasia, ma è drammatico. In dieci anni, con  questo trend, avremo perso più del dieci per cento di cattolici. Terza e ultima ragione, la continua perdita di prassi religiosa, cui hanno contribuito anche i gravi scandali che hanno ferito molti fedeli. Anche il mio predecessore Hans Hermann Groer dovette lasciare l’incarico di arcivescovo in seguito alle accuse di pedofilia. Siamo diventati poveri, umiliati. Poveri non economicamente, ma umanamente. E’ una chiesa scoraggiata.
Quando sono entrato nell’ordine domenicano, alla matura età di diciotto anni – la mia mamma  mi diceva che ero troppo giovane, ma io ero felice – era il 1963, appena prima della crisi. Allora, avevamo quattro conventi domenicani in Austria, oggi ne rimane uno solo. Gli altri tre sono stati chiusi. E’ un dolore, ma nello stesso tempo, durante il mio episcopato, abbiamo potuto fondare quattro nuovi monasteri a Vienna, di nuove comunità monastiche. Loss and gain, diceva John Henry Newman, perdita e guadagno. Come vivere, allora, questa situazione di chiesa umiliata, diminuita, scoraggiata? Come uscirne? Penso che il Signore ci abbia condotto su un cammino in cui chiede di non concentrarci sui problemi, ma di ricordarci ciò che Dio fa per noi.

1.        La prima intuizione della missione è quella riscontrabile negli Atti degli Apostoli e vorrei accennare tre passi di questo libro che sono diventati per noi un faro, una guida.  Il primo e l’ultimo passaggio, l’ultimo versetto, capitolo 28. Quando Paolo arrivò a Roma, trascorse due anni interi nella casa presa in affitto. Lì accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti Gesù Cristo. E le ultime due parole degli Atti degli Apostoli sono “meta parresias akolytos”, con tutta franchezza e senza impedimento. Così si conclude il libro degli Atti degli Apostoli, con Paolo che parla in modo franco e akolytos, senza impedimenti. E’ un paradosso: Paolo prigioniero annuncia il regno  di Dio con franchezza e senza impedimento. Questo testo è rimasto per noi come un motto per il cammino intrapreso negli ultimi anni.
2.        Il secondo testo è quello del capitolo 15.  Abbiamo meditato insieme il processo del cosiddetto Concilio di Gerusalemme, un problema enorme di conflitto attorno all’obbligo della legge della circoncisione per i pagani battezzati. Ebbene, non discussero il problema, non si sono focalizzati sulle criticità. Hanno ascoltato l’esperienza dell’uno e dell’altro. Il cristianesimo è una comunità di racconti, e penso che dobbiamo riscoprire il raccontarci a vicenda ciò che Dio fa nella nostra vita. E questo dà gioia. L’idea dell’accoglienza l’abbiamo tradotta nelle nostre assemblee diocesane. A Vienna ne abbiamo fatte quattro, nel Duomo di Santo Stefano, con uno stile di ascolto e preghiera. Ascoltare le esperienze dell’altro, come accaduto con la lettura degli Atti degli Apostoli, pagine molto meditate. Quando Papa Benedetto ha visitato l’Austria nel 2007, abbiamo proposto a tutte le parrocchie di scrivere la continuazione degli Atti. Raccontare ciò che si era esperimentato dell’Opera di Dio nella vita di ciascuno, nella comunità, nella parrocchia negli ultimi cinque anni. Abbiamo raccolto cinque grandi libri portati al Papa. Alla fine del viaggio, nel santuario mariano di Mariazell, Benedetto ha riconsegnato ad alcuni dei consiglieri pastorali un libro di quel passo del Vangelo, dicendo loro di continuare a scrivere gli Atti degli Apostoli.
3.        L’ultima assemblea diocesana, ad ottobre, si è focalizzata su un brano molto ricco, il naufragio di Paolo a Malta. Alcuni hanno detto  che eravamo pazzi, per l’immagine che davamo della chiesa, La chiesa non fa naufragio, ma abbiamo meditato a lungo insieme. E’ stata una bella esperienza. Papa Benedetto ha detto che “il rinnovamento della missionarietà della Chiesa verrà dalla lectio divina”. E in millecinquecento delegati, divisi  in gruppi, abbiamo fatto questa esperienza: prendere il testo del naufragio di Malta per vedere e meditare ciò che è accaduto, per capire ciò che questo dice sulla nostra situazione. E’ stato molto fruttuoso. Mai avrei pensato che si poteva lavorare così bene con un testo così scioccante. Il gruppo di Paolo ha perso tutto, la nave, il grano che era nelle stive. Tutto. Eppure, tutti sono sopravvissuti. Paolo lo diceva, “nessuno perirà, la vostra vita sarà salva”. Abbiamo meditato sul passaggio in cui si narra lo sbarco sull’isola, naufragati. E la gente del luogo si mostrò fin da subito ben intenzionata nei loro confronti. Quanta bontà esiste in questo mondo secolarizzato, in questo mondo attuale.
4.        Dobbiamo essere pronti a perdere tutto per essere arricchiti dagli altri. Questo cammino l’abbiamo messo sotto il titolo ‘Mission first’, perché oggi tutto si deve dire in inglese. Prima la missione. Ma io dico con sincerità, siamo molto poveri. Non posso portarvi gloriose esperienze di missione, perché la missione bisogna scoprirla. A tal proposito, devo dire una parola al riguardo al Sinodo sull’evangelizzazione che si è svolto a Roma nel 2012. Sono rimasto abbastanza deluso. Il primo giorno mi sono permesso di chiedere ai miei confratelli vescovi e cardinali: “Partiamo dalle nostre esperienze, ma non delle esperienze della gestione della curia, ma delle esperienze di missione”. I vescovi dovrebbero essere i primi evangelizzatori. Invece cosa abbiamo fatto? Ognuno nel suo discorso, ben preparato, ha messo l’etichetta “evangelizzazione” su tutto ciò che già facciamo come vescovi. Certo, la preparazione al battesimo è missione, la preparazione del matrimonio pure. Tante cose oggi nella nostra vita parrocchiale sono missione. Ma non sono evangelizzazione.
5.        In questa, infatti, c’è qualcosa di particolare, di differente. Certo, tutto ciò che facciamo ha un impulso di evangelizzazione e di missione. Ma c’è una gioia speciale, indimenticabile  nell’atto proprio dell’evangelizzazione.  E questo si fa solo faccia a faccia. Si può evangelizzare con Twitter, internet, Facebook. Anche con i libri che scriviamo. Fa parte dell’insegnamento. Ma abbiamo bisogno dell’incontro faccia a faccia con una persona, perché quello è il momento in cui Cristo fa l’evangelizzazione attraverso noi. Vi racconto una cosa che facciamo a Vienna, che certamente non farà aumentare domani la presenza domenicale dei credenti né il numero dei cattolici. Alcuni anni fa abbiamo cominciato, per san Valentino, il 14 febbraio, a distribuire nelle stazioni della metropolitana e delle ferrovie, lettere di amore di Dio a te. Una lettera manoscritta, ma fatta con citazioni bibliche, in un modo molto personale. Alcuni si sono scandalizzati, dicendo che è impossibile rendere Dio così ridicolo, scrivendo lettere di amore. La mia gioia e anche sorpresa è che la maggior parte dei collaboratori della curia partecipava questa azione. Non direi che questa iniziativa è già evangelizzazione, ma è almeno qualcosa: scendere dalla stazione della metropolitana, essere in questa situazione anche un po’ ridicola, con la gente che va in fretta, che non ha tempo di discutere. Ma questo atto di contatto faccia a faccia cambia forse anche loro.
6.        Ecco perché dico che bisogna cambiare lo sguardo. Penso che la condizione della nuova evangelizzazione sia cambiare lo sguardo, guardare altrove. Non ho il tempo di confessare pubblicamente i miei sbagli nella missione, farò solo un esempio, risalente a tre o quattro anni fa. Andavo in treno da Innsbruck a Vienna. A bordo c’era un gruppo di giovani che mi hanno riconosciuto. Erano diciottenni che avevano già bevuto un po’, mi hanno sbeffeggiato. Io aveva il mio breviario e volevo essere lasciato in pace, stavo pregando. Allora ho fatto uno sforzo per concedere loro almeno un sorriso. A Salisburgo sono scesi tutti. Dovevano fare la maturità e andavano a festeggiare in Turchia, dove si fa tutto, si beve, e altro. Quando sono scesi dal treno, ho cominciato a piangere. Ho detto: “Signore, quale stupido servitore hai cercato. Qui c’erano una ventina di giovani che avevano finito la maturità, che mi avevano riconosciuto, il loro cardinale. E io non ho avuto nessuna parola di minimo interesse”. Avrei potuto chiedere com’era andata la maturità. Niente. Perché io avevo il mio breviario. Mai dimenticherò questo fallimento, questa occasione mancata di evangelizzazione. Non avrei dovuto parlare loro del Vangelo, ma dare uno sguardo, senza pensare a ciò che avrebbero fatto in Turchia. Ogni tanto penso che il Signore soffra per noi, così ciechi e duri. Per noi che non abbiamo il cuore di usare il suo sguardo di attenzione e compassione. Papa Francesco ci invita tanto a cambiare lo sguardo. Prima di mettere nelle caselle “divorziato”, bisogna chiedere “chi sei tu”, “che persona sei”. Io ho una soluzione per questo e anche perciò sono molto curioso di guardare cosa succederà al prossimo Sinodo, con il questionario.
7.        Come fare per stare sulla strada della verità?Avete avuto quel bellissimo incontro delle famiglie, qui a Milano. Che bella la gioia di una famiglia credente. Ma oggi la famiglia è patchwork, è una famiglia fatta di divorziati, risposati. E’ tutto complicato. Come siglare un’alleanza tra la verità che libera e la misericordia? Questa è la grande sfida della nuova evangelizzazione. C’è anche un pericolo attuale di vedere lo sviluppo di un neoclericalismo, perché vedo nel cambiamento della società e della chiesa molti nostri confratelli disorientati, che si chiedono dov’è il loro posto, cosa devono fare. C’è la tentazione di lasciar correre tutto e di chiudere. Io non so trovare il cammino giusto. Io ho dovuto affrontare un caso che ha fatto il giro del mondo, riguardante la più piccola parrocchia della nostra diocesi. Con il parroco disattento a ciò che accadeva, fu eletto al consiglio pastorale un giovane che convive con un altro uomo. Ma è un giovane credente, che partecipa alla vita della parrocchia, che suona l’organo. Io ero davanti alla decisione se annullare questa elezione o lasciar stare. E’ stata una decisione molto difficile. Ho invitato questo giovane, e lui ha chiesto di poter venire con il suo patner, il suo amico. Sono venuti e ho visto due giovani puri, anche se la loro convivenza non è ciò che l’ordine della creazione ha previsto. Quella stessa settimana, la stampa austriaca era piena di storie sui gravissimi abusi di due monaci su alcuni allievi della loro scuola. Ebbene, io ho deciso di non mandare via il ragazzo. Lui mi aveva detto che non avrebbe partecipato alla comunione, che avrebbe capito la situazione. Rocco Buttiglione scrisse un bellissimo articolo sul Foglio per difendere il mio comportamento, che mi ha attirato molte critiche. Ma capisco, è un tema difficile. Io non sono d’accordo, per niente d’accordo, con il cosi detto matrimonio gay. Nonostante ciò, ci sono situazioni dove dobbiamo guardare prima di tutto alla persona. Questa è la grande sfida che dobbiamo accogliere. Come vivere il vangelo nella società secolare, dove siamo minoranza. A Vienna posso dire che con quasi il sessanta per cento di matrimoni che finiscono in divorzio, la famiglia cristiana non rappresenta oggi la normalità, bensì l’eccezionalità. La normalità è ciò che viviamo con la patchwork family.
8.        Cosa vuol dire questa situazione per noi preti? Penso che dobbiamo imparare di nuovo cosa vuol dire vivere nella diaspora. Siamo molto deboli, ma minoranza non vuol dire essere una setta. Per la prima delle nostre assemblee diocesane, io ho formulato cinque sì per  delineare la nuova evangelizzazione. Il primo sì all’oggi, al nostro tempo. Lasciamo la nostalgia degli anni Cinquanta, quelli della mia infanzia, nel villaggio, quando la chiesa si riempiva di gente per tre volte ogni domenica. Tutti in chiesa. Lasciamo la nostalgia per la vitalità dei nostri oratori degli anni Cinquanta e Sessanta. Diciamo sì all’oggi: Dio ama questo mondo, e noi dobbiamo avere uno sguardo di amore, di simpatia al mondo nel quale viviamo. Amiamo l’oggi nel quale viviamo. Il secondo sì e un sì consapevole e deciso a quella che è la nostra situazione. La decrescita dei cattolici, il lasciare tante cose, il veder morire tante cose che amiamo. Un sì al “bel funerale”, come amano i viennesi. Sì, è la nostra situazione. Molte cose moriranno, ma Dio ci ama nella nostra situazione.
9.        Lo studio del popolo d’Israele in esilio è una scuola tremenda per noi, oggi. Ma dobbiamo vedere i segni buoni nel nostro tempo. Anche laddove non c’è chiesa. Il terzo sì è il sì alla nostra vocazione comune di battezzati. Io insisto molto sul sacerdozio comune di tutti i battezzati. Tenere a mente la “Lumen  gentium”, testo capitale, nel quale si parla della relazione tra il sacerdozio comune dei battezzati e il sacerdozio ministeriale degli ordinati. Il Concilio parla di una differenza essentia non gradu tantum, una differenza di essenza  e non solo di grado. Differenza essenziale. Noi non siamo un grado superiore dell’essere cristiano. Il sacerdote ministeriale è essenzialmente a un altro livello del sacerdozio battesimale comune. Quando il cardinale Ratzinger è diventato prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, io ero già membro della commissione teologica inetrnazionale e così ho conosciuto l’usciera del palazzo del Sant’Uffizio, Clelia. Nel 1982 o 1983, ho chiesto alla Clelia com’era il loro nuovo prefetto. E lei: “E’ un vero cristiano”. Ebbene, ecco, se questo si può dire di uno di noi, preti, vescovi, cristiani, è una bella testimonianza.
10.    L’evangelizzazione si fa da veri cristiani e la loro vita è la loro testimonianza. San Francesco ha detto "annunciate a tutti il vangelo, se necessario anche con parole". Diceva questo perché è un vero cristiano. Questa è l’evangelizzazione. Alcuni preti mi hanno detto che parlo troppo del sacerdozio comune, chiedendomi qual è la parte che rimane loro. E’ vero, sì. Dove rimane la loro parte? Qual è il loro ruolo? Nella mia lettera di Natale per i preti di Vienna ho proposto un metodo molto semplice di lectio divina: per scoprire la nostra vocazione di preti, individuiamo quali immagini della Bibbia ci parlano al cuore. Sono tante immagini per i pastori, i preti, per i ministri. Quale immagine parla al cuore? Ho fatto alcuni esempi, ho parlato di me stesso, dicendo che l’immagine che mi tocca e che ho preso come stemma del mio episcopato è Vos autem dixi amicos, vi chiamo non più servi ma amici. Ed è l’immagine che ho io della Chiesa, dei  preti. Amici. Un’altra immagine che mi rappresenta è quella in cui Gesù chiama i dodici, mandandoli ad annunciare  la parola.
11.    Il quarto sì per una Chiesa che impara a passo a essere in diaspora, in una diaspora feconda. La vita cristiana in diaspora è una vita di rappresentanza. In tutte le parrocchie, anche nei villaggi dove i partecipanti alla vita parrocchiale sono ormai minoranza, voi siete rappresentanti di molti. Vivete la vostra fede non solo per voi, ma anche per gli altri. Portateli come la Madonna con il mantello. Ognuno crede anche per gli altri, non solo per se stesso. Essere cristiano nella città secolare è essere rappresentante. Possiamo tanto imparare dagli ebrei. Loro hanno la convinzione che quando in una città ci sono dieci ebrei ciò sia una benedizione per quella città. Questo vale per tutti noi, rappresentanza come fuoco di evangelizzazione.
12.    L’ultimo sì è al nostro ruolo per la società. E questo anche se siamo minoranza, anche se politicamente in molti campi  in Europa non abbiamo più potere di imporre la legislazione che ci piacerebbe o che pensiamo corrisponda al diritto naturale. Pensiamo al discorso dell’aborto, dell’eutanasia, alle discussioni drammatiche che chiedono il diritto umano all’aborto, la limitazione della libertà di coscienza dei medici. Nonostante siamo pochi, abbiamo il ruolo del sale, che è sempre minoranza. Non piacerebbe, infatti, una pasta dove il sale è in abbondanza. Le nostre parrocchie, le nostre comunità, i nostri movimenti, conventi, associazioni, sono una grande rete di carità, di misericordia, di coscienza sociale. E quanto più la rete sociale della società diventa debole, tanto più importante diventa l’impegno cristiano nella società”.

Christoph Schoenborn  è uno degli alunni più fedeli al teologo Ratzinger, un estensore del Catechismo della Chiesa cattolica, non può essere qualificato certamente ermeneuta della rottura progressista, ma nemmeno della rottura tradizionalista. E’ piuttosto dell’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità senza chiudersi ideologicamente in essa. Ha molti tratti di Papa Francesco.
Fatta questa constatazione ho letto sul Blog di Raffaella del 14 dicembre 2013 ciò che ha affermato sempre il cardinale di Vienna, intervenendo alla presentazione del libro “L’ultima parola” della vaticanista Giovanna Chirri: “Nel discorso di Benedetto XVI a Friburgo, del settembre 2011, c’è l’appello alla Chiesa al distacco dal mondo. Tutto ciò che Benedetto ha detto a Friburgo si legge come il programma di Papa Francesco. Pochi pensatori hanno dato come Benedetto indicazioni su come comportarsi in un mondo secolarizzato, vivendo in una diaspora simile a quella degli ebrei, che non deve farci paura”, ha sottolineato il porporato domenicano che – nel salone dell’Opera Romana Pellegrinaggi – ha anche fatto un test tra i presenti, ai quali ha chiesto di chi fossero le parole “ sulla tendenza contraria al vangelo di una Chiesa soddisfatta di sé, che si è accomodata nella sua istituzionalizzazione, ignorando la chiamata ad essere aperta s Dio e al prossimo”. “Sono parole di Benedetto, tanto criticato, ma tutti ora le attribuiscono a Francesco, l’uomo dell’anno”, ha sottolineato Schonborn , per il quale “tra Benedetto e Francesco c’è una semplicità davvero cristiana. Si può dire un’amicizia”.
Dopo le dimissioni – ha raccontato il cardinale Schonborn – ho incontrato Benedetto una sola volta, al primo settembre scorso, alla messa che ha celebrato per i suoi ex allievi, al cui raduno per la prima volta in 33 anni non ha partecipato. “Ma resta un caso unico – ha aggiunto – quello di un professore che fa ogni anno un incontro con gli studenti”. “Quel giorno – ha confidato Schonborn ai giornalisti – ho visto l’esperienza singolare di incontrare uno dopo l’altro due Papi. Benedetto l’ho trovato sereno. E ha pronunciato a braccio un’omelia pronta per stampare”.
Accanto ai ricordi dolci, però, il cardinale Schonborn ha rievocato anche i momenti difficili del Pontificato ratzingeriano, lanciando questa sera anche una critica molto dura al cardinale Tarcisio Bertone, ex segretario di Stato, in merito al caso Williamson, cioè alla revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani decisa ignorando le criminali dichiarazioni negazioniste di uno di loro.
“La comunicazione interna alla S. Sede – ha accusato Schonborn – era disastrosa, e il papa ne ha tratto una conclusione tremenda nella lettera a tutto l’episcopato, che resta un capolavoro. Ma io mi chiedo – ha scandito – perché nessuno ha preso sulle sue spalle il disastro avvenuto. Dal responsabile diretto di quel dossier fino al Segretario di Stato, qualcuno doveva prendere quella responsabilità che certo non era di Benedetto XVI. E lui si è indirizzato a tutti i vescovi del mondo. E questa comunicazione dice molto su Joseph Ratzinger, per lui non c’è per niente strategia. Come la verità che porta la luce della chiarezza e che sa imporsi da sé stessa. Da questo possiamo tutti imparare, cardinali e giornalisti”Schonborn  si è chiesto anche il perché di “tanta incomprensione in Germania: avevano scritto – ha ricordato – ‘noi siamo papa’, ma poco dopo si sono vergognati di lui” E in proposito ha rivelato che nel Conclave del 2005, mai ha avuto un ruolo la questione che Ratzinger fosse tedesco: questo fatto – ha detto- non è entrato in nessun modo nella discussione alla mia conoscenza”.
“Nel seminario di Frisinga dove ha studiato, nella biblioteca non c’è nessun libro di Ratzinger. Nella biblioteca del Duomo dove è stato ordinato nemmeno. E’ doloroso. Questo è frutto di ignoranza: di superbia di non vedere la grandezza di Ratzinger, tuttavia – ha sottolineato – fa parte del suo cammino, della sua grandezza il fatto che mai se ne è amareggiato”“Ma – ha osservato il cardinale di Vienna ricordando il titolo del libro di Giovanna Chirri – non è detta ancora “l’ultima parola”. E la testimonianza di un uomo di tale intelligenza, un gigante, che  non per caso che ha conquistato Gran Bretagna, Stati Uniti, Africa e Libano, questa umiltà alleata con un’intelligenza grandissima non può rimanere ignota. Nel '900, anche se Balthasar è autore di un’opera gigantesca, solo lui ha la qualità di un maestro che dura per sempre. Solo Ratzinger ha la statura di un classico che potrà rimanere con Agostino e Anselmo”.

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