martedì 4 giugno 2013

Il connubio pastorale di misericordia e pena


Nella pastorale la tensione per il connubio di misericordia e pena: la pena nell’orizzonte di amore pastorale ha una duplice finalità: condannare il delitto e riparare lo scandalo dichiarando pubblicamente che certe azioni non sono conformi al Vangelo, alla morale cristiana, alla vita della Chiesa spingendo a farsi perdonare da Dio e dai fratelli

 Commentando il Vangelo dell’adultera Papa Francesco ha ricordato che Dio perdona sempre e quindi lasciamoci perdonare. Ma per lasciarci perdonare occorre la coscienza di aver fatto del male di fronte ad un amore di Dio sempre è più grande di ogni peccato, di ogni male. Riportando i giornali solo che “Dio perdona sempre” non si è fedeli al magistero di Papa Francesco e sull’Osservatore Romano
del 29 maggio 2013 Francesco Coccopalmerio ha ricordato che la Chiesa pastoralmente non può fare finta di non vedere il male e quindi la legittimità del diritto penale ecclesiastico.  “E’ inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo(”Mt 18,7). “Chi scandalizza uno solo di questi piccoli che credono in me, conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare” (Mt 18,6). Questa parola di Gesù ricorda con vivo dolore che purtroppo il male accade, che purtroppo i delitti possono avvenire e che sono particolarmente gravi quando causano danno (nei testi chiamato “scandalo” cioè inciampo del debole) a coloro che credono in Gesù, specie a quelli più piccoli. Ma c’è anche la Parola di Dio in Gesù con la parabola del Padre misericordioso, del pastore di fronte alla pecorella smarrita, della dramma perduta.A questo punto si pone il problema per una Chiesa chiamata pastoralmente ad  annunciare l’Amore del Padre più grande di ogni peccato, che guarda non quante volte cadiamo ma quante volte, con il suo aiuto attraverso il sacrificio di Cristo e il dono del suo Spirito, possiamo rialzarci soprattutto con il Sacramento, che evangelicamente ama non solo chi è buono o quando siamo buoni ma per farci diventare suoi amici e fino al termine di questa vita biologica mai il male definisce una persona che lo compie: può sempre giungere a rendersi conto, lasciarsi perdonare, ricreare, cominciare di nuovo. Il Vescovo e con lui i sacerdoti non possono lasciar correre il male pubblicamente avvenuto, insabbiare. Bruno Maggionicommentando il racconto di Matteo 18, 25 – 30 relativo al peccato del fedele e alla reazione della comunità ecclesiale attraverso i suoi pastori dice: “La comunità deve prendere le distanze dal peccato, mai dal peccatore. Il peccato la ferisce dentro e fuori. All’interno, perché costituisce motivo di scandalo per i suoi e indebolisce la vita dell’intera comunità impedendole di produrre quei frutti a cui è chiamata. E all’esterno, perché le impedisce di apparire come segno innalzato fra le nazioni e di essere l’anticipo del mondo nuovo purificato e fraterno”. E come, nell’amore pastorale, prendere le distanze dal peccato, senza prenderle dal peccatore?Un aiuto può venire da quanto Benedetto XVI ha chiaramente affermato nell’Omelia dell’11 giugno 2010, in occasione della chiusura dell’Anno sacerdotale: Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che vogliono irrompere tra il gregge, contro i briganti che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il vincastro che dona sostegno e aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano nel ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore,il bastone con il quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamento. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore  se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo stravolgere via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare vincastro del pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e seguire il Signore”.Il bastone ci impegna a reagire al male cioè è dovere del vescovo con i suoi sacerdoti e i genitori reagire al male, cioè far capire che l’accaduto è un male. La reazione al male comporta anche il discorso sulla pena come privazione di un bene, privazione che causa una condizione di sofferenza. La pena, ha, dunque – afferma Coccopalmerio – “la primaria duplice finalità di condannare il delitto, infliggendo un male a chi ha compiuto un male, e di riparare lo scandalo, dichiarando che certe azioni sono contrarie al Vangelo, alla morale cristiana, alla vita della Chiesa. La pena ha poi, una ulteriore duplice finalità: esortare o spingere alla conversione chi ha compiuto il reato, conversione che contiene al contempo la adeguata riparazione del danno inferto alle vittime del delitto, distogliere altri fedeli dal compiere azioni similari oppure il reo stesso dal ripetere il proprio errore…E’ comunque innegabile che il castigo per amore, cioè per facilitare la conversione, può essere ritrovato in tutta la Sacra Scrittura. Ci limitiamo ad alcuni accenni dal solo Nuovo Testamento. Perfino in quello che riteniamo il “testamento spirituale” di Gesù troviamo una minaccia per amore: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16, 16). Lo stesso troviamo con chiarezza nei primi discorsi degli apostoli: “E badate: chiunque non ascolterà quel profeta sarà estirpato di mezzo al popolo” (Atti 3,23). La minaccia è applicata nell’episodio di Anania e Saffira (Atti 5, 1-11), il cui racconto si conclude con l’annotazione: “E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose” (Atti 5,11). Comunque il medesimo stile è facilmente ritrovabile in tutto il Nuovo Testamento, particolarmente negli scritti di Paolo soprattutto nel noto passo di 1 Cporinti, 5,1-5, dove abbiamo un comportamento negativo (incesto), una pena (“una consegna a Satana”, in altre parole la privazione di un bene) e una finalità (“affinché il suo spirito  possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore”, in altre parole la conversione e la salvezza del reo). Similare in 1 Timoteo, 1,19-20: “Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a Satana, perché impari a non più Bestemmiare”.Continua Palmerio: “Se le cose stanno come le abbiamo descritte, se la natura e la funzione del diritto canonico penale sono quelle descritte, i vescovi diocesani devono sentire, e non possono non sentire, l’importanza del diritto penale e conseguentemente il loro dovere di applicarlo nei casi concreti, una autentica manifestazione del loro amore pastorale”. Certo che anche in questa prospettiva di denuncia e correzione, che può giungere persino alla scomunica, deve emergere e far sentire nell’amore pastorale che lo scopo è sempre quello di aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza ravvedersi e lasciarsi con gioia perdonare. Però l’amore pastorale accentua l’andare in cerca della pecora smarrita, l’atteggiamento del Padre misericordioso che in una situazione di disagio del peccatore sente il bisogno del ritorno. Con il suo magistero lo ha detto nella Veglia di preghiera con i giovani in Germania Benedetto XVI il 24 settembre 2011: “Non dobbiamo tacere che il male esiste. Lo vediamo, in tanti luoghi di questo mondo; ma lo vediamo anche – e questo ci spaventa – nella nostra stessa vita. Sì, nel nostro stesso cuore esistono l’inclinazione al male, l’egoismo, l’invidia, l’aggressività. Con una certa autodisciplina ciò forse è, in qualche misura, controllabile. E’ più difficile, invece, con forme di male piuttosto nascosto, che possono avvolgerci come una nebbia indistinta, e sono la pigrizia, la lentezza nel volere e nel fare il bene. Ripetutamente nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi. “Voi siete la luce del mondo”: solo Cristo può dire “Io sono la luce del mondo”. Tutti noi siamo luce solamente se stiamo in questo “voi”, che a partire dal Signore diventa sempre di nuovo luce. E come il Signore afferma circa il sale, in segno di ammonimento, che esso potrebbe diventare insipido, così anche nelle parole sulla luce ha inserito un lieve ammonimento. Anziché mettere la luce sul lampadario, si può coprirla con un moggio. Chiediamoci: quante volte copriamo la luce di Dio con la nostra inerzia, con la nostra ostinazione, così che essa non può risplendere, attraverso di noi, nel mondo?Cari amici, l’apostolo san Paolo, in molte delle sue lettere, non teme di chiamare “santi” i suoi contemporanei, i membri delle comunità locali. Qui si rende evidente che ogni battezzato – ancor prima di poter compiere opere buone – è santificato da Dio. Nel Battesimo, il Signore accende, per così dire, una luce nella nostra vita, una luce che il catechismo chiama la grazia santificante. Chi conserva tale luce, chi vive nella grazia è santo.Cari amici, ripetutamente l’immagine dei santi è stato sottoposta a caricatura e presentata in modo distorto, come se essere santi significasse essere fuori dalla realtà, ingenui e senza gioia. Non di rado si pensa che un santo sia soltanto colui che compie azioni ascetiche e morali di altissimo livello e che perciò certamente si può venerare, ma mai imitare nella propria vita. Quanto è errata e scoraggiante questa opinione! Non esiste alcun santo, fuorché la beata Vergine Maria, che non abbia conosciuto anche il peccato e che non sia mai caduto. Cari amici, Cristo non si interessa tanto quante volte nella vita vacilliamo e cadiamo, bensì quante volte noi, con il suo aiuto, ci rialziamo. Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. Sì, voi siete la luce del mondo, perché Gesù è la vostra luce. Voi siete cristiani – non perché realizzate cose particolari e straordinarie – bensì perché Egli, Cristo, è la vostra, nostra vita di amore. Voi siete santi, noi siamo santi, se lasciamo operare la sua Grazia, il suo  amore in noi”.Io ritengo che questo sia l’orizzonte magisteriale che continua in una straordinaria capacità di amore, di stile, di carisma pastorale di Papa Francecsoe viene colto e accolto se addirittura qui a Verona si organizzano andata e ritorno a Roma in giornata per la sua catechesi del mercoledì.

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