martedì 26 aprile 2011

La Risurrezione

La risurrezione è la più grande “mutazione” mai avvenuta, il “salto” verso una dimensione di vita profondamente nuova, il compimento della creazione, la rivelazione dell’amore divino

“”Il Signore attrae nuovamente i discepoli nella comunione dell’alleanza con sé e con il Dio vivente. Li fa partecipare alla vita vera, li rende, essi stessi, viventi e condisce la loro vita con la partecipazione alla sua passione, alla forza purificatrice della sua sofferenza.
Quale fosse concretamente la comunione conviviale con i suoi, non entra nella nostra immaginazione. Ma possiamo riconoscere la sua natura interiore e vedere che nella comunione liturgica, nella celebrazione dell’Eucaristia, questo stare a tavola con il Risorto continua, anche se in modo diverso.
Chiediamoci, in modo riassuntivo, di quale genere sia stato l’incontro con il Signore risorto. Sono importanti le seguenti distinzioni:
-         Gesù non è uno che sia ritornato alla normale vita biologica e che, poi, secondo le leggi della biologia, debba un giorno nuovamente morire.
-         Gesù non è un fantasma (uno “spirito”). Ciò significa: non è uno che, in realtà, appartiene al mondo dei morti, anche se può in qualche modo manifestarsi nel mondo della vita.
-         Gli incontri con il Risorto sono, però, anche una cosa diversa da esperienze mistiche, in cui lo spirito umano viene per un momento sollevato al di sopra di se stesso e percepisce il mondo del divino e dell’eterno, per poi ritornare nell’orizzonte normale della sua esistenza. L’esperienza mistica è un momentaneo superamento dell’ambito dell’anima e delle sue facoltà percettive. Ma non è un incontro con una persona che dall’esterno si avvicina a me. Paolo ha distinto molto chiaramente le sue esperienze mistiche – come ad esempio la sua elevazione fino al terzo cielo descritta in 2 Corinti 12, 1 – 4 –dall’incontro con il Risorto sulla via di Damasco, che era un avvenimento nella storia, un incontro con una persona vivente.
In base a tutte queste notizie bibliche, che cosa possiamo ora dire veramente sulla peculiare natura della risurrezione di Cristo?
Essa è un evento dentro la storia che, tuttavia, infrange l’ambito della storia e va al di là di essa. Forse possiamo servirci di un linguaggio analogico, che sotto molti aspetti rimane inadeguato, ma può tuttavia aprire un accesso alla comprensione. Potremmo considerare la risurrezione quasi come una specie di radicale salto di qualità in cui si dischiude una nuova dimensione della vita, dell’essere uomini.
Anzi, la stessa materia viene trasformata in un nuovo genere di realtà. L’uomo Gesù appartiene ora proprio anche con lo stesso suo corpo totalmente alla sfera del divino e dell’eterno. D’ora in poi – dice una volta Tertulliano – “spirito e sangue” hanno posto in Dio. Anche se l’uomo, secondo la sua natura, è creato per l’immortalità, esiste solo ora il luogo in cui la sua anima immortale trova lo “spazio”, quella “corporeità” in cui l’immortalità acquisisce senso in quanto comunione con Dio e con l’intera umanità riconciliata. Le Lettere di san Paolo dalla prigionia ai Colossesi (1,12 -23) e agli Efesini (1,3-23) intendono questo, quando parlano del corpo cosmico di Cristo, indicando con ciò che il corpo trasformato di Cristo è anche il luogo in cui gli uomini entrano nella comunione con Dio e tra loro e così possono vivere definitivamente nella pienezza della vita indistruttibile. Siccome noi stessi non possediamo alcuna esperienza di un tale genere rinnovato e trasformato di materialità e di vita, non dobbiamo meravigliarci che questo vada al di là di ciò che possiamo immaginare
E’ essenziale il fatto che con la risurrezione di Gesù non è stato rivitalizzato un qualsiasi singolo morto in un qualche momento, ma nella risurrezione è avvenuto un stato ontologico che tocca l’essere come tale, è stata inaugurata una dimensione che ci interessa tutti e che ha creato per tutti un nuovo ambito della vita, dell’essere con Dio” (Joseph Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, pp. 301 – 304).

La risurrezione di Cristo è un fatto avvenuto nella storia, di cui gli Apostoli sono stati testimoni e non certo creatori. Nello steso tempo essa non è affatto un semplice ritorno alla nostra vita terrena; è invece la più grande “mutazione” mai accaduta, il “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo.
Benedetto XVI  esprime queste domande: perché non ti sei opposto con potenza ai tuoi nemici che ti hanno portato sulla croce? Perché non hai con vigore inconfutabile dimostrato loro che tu sei il Vivente, il Signore della vita e della morte? Perché ti sei mostrato solo a un piccolo gruppo di discepoli della cui testimonianza noi dobbiamo ora fidarci?
La domanda riguarda, però, non soltanto la risurrezione, ma l’intero modo in cui Dio che è amore si rivela al mondo senza mai costringere dal momento che un rapporto costretto non è conforme alla sua natura e di chi è stato creato a sua immagine e somiglianza. Perché solo ad Abramo – perché non ai potenti del mondo? Perché solo ad Israele e non in modo indiscutibile a tutti i popoli della terra? E’ proprio di Dio amore, che non può costringere, che manifesta la sua onnipotenza soprattutto nel perdono, agire in modo sommesso. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia  dell’umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, come nuova creazione avvenuta due mila anni fa in rapporto all’inizio della prima avvenuta quindici miliardi di anni fa, vuole arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Ma di continuo Egli bussa sommessamente, con amore e perdono, alle porte di tutti i nostri cuori e, se liberamente cioè per amore, gli apriamo, lentamente ci rende capaci di “vedere”. Non è forse proprio questo lo stile divino e divinamente umano?Non sopraffare con la potenza esteriore, ma dare libertà per donare e suscitare amore. E ciò che apparentemente è così piccolo non è forse – pensandoci bene – la cosa veramente grande?

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