sabato 30 aprile 2011

Far diventare vita la Pasqua

Come possiamo far diventare “vita” la Pasqua, far nuove tutte le cose?

“Cristo risorto dai morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si irradia come da un centro luminoso, incandescente, tutta la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e significato.
La celebrazione liturgica della morte e risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai primi credenti: “Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Ef 5,8-9).
Come possiamo allora far diventare “vita” la Pasqua? Come può assumere una “forma” pasquale tutta la nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù: tale evento non è un semplice ritorno alla vita precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità Per questo, san Paolo non solo lega in maniera inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù (1 Cor 15,16-20), ma indica anche come si deve vivere il mistero pasquale nella quotidianità della nostra vita.
Nella Lettera ai Colossesi, egli dice: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (3,1-2). A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l’Apostolo intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in anticipo un paradiso celeste. Il pensiero del “cielo” sarebbe in tale caso una specie di alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto. L’Apostolo precisa molto bene ciò che intende per le “cose di lassù”, che il cristiano deve ricercare, e “le cose della terra”, dalle quali deve guardarsi.
Ecco anzitutto quali sono “le cose della terra” che bisogna evitare: “Fate morire – scrive san Paolo – ciò che appartiene alla terra:impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria” (3, 5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato. Dunque, quando l’Apostolo invita i cristiani a distaccarsi con decisione dalle “cose della terra”, vuole chiaramente far capire ciò che appartiene all’”uomo vecchio” di cui il cristiano deve spogliarsi, per rivestirsi di Cristo. Come è stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettante chiarezza san Paolo ci indica quali sono le “cose di lassù”, che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse riguardano ciò che appartiene all’”uomo nuovo”, che si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi “ad immagine di Colui che lo ha creato” (Col 3,10). Ecco come l’Apostolo delle Gentili descrive queste “cose di lassù”:Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni e gli altri (…)Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto” (Col 3,12-14). San Paolo è dunque ben lontano dal’invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che siamo cittadini di un’altra “città”, dove si trova la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra. Partecipando fin d’ora alla vita del Cristo risorto dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore della città terrena.
E questa è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per trasformare il mondo, per dare alla città terrena un volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell’uomo e della società secondo la logica della solidarietà, della bontà, nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno. L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono accompagnare la vita cristiana; al vertice c’è la carità, alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e alla matrice. Essa riassume e compendia “le cose del cielo”:la carità che, con la fede e la speranza, rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne definisce la natura profonda.
La Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose. Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza riserve per le cause più urgenti e più giuste, come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in ogni luogo” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 27 aprile 2011).

Sono tante anche le attese del nostro tempo: noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di Cristo, come compimento della creazione, ha rinnovato l’uomo, la famiglia umana senza toglierlo dal mondo in cui costruisce la sua storia con Dio, non possiamo non essere i testimoni luminosi di questa vita nuova, di questo essere nuovo che la Pasqua ha portato. La Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più profondamente nella fede, per poter operare in ogni situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di Dio che crea e ricrea, la logica dell’amore. La luce della Risurrezione di Cristo, come “mutazione” mai accaduta,come “salto” decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, non può non far divenire donne e uomini nuovi e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la quale viviamo.
Certo non possiamo tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha donato nella Pasqua, ma donarla a quanti avviciniamo. Si tratta di far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove c’è morte. Testimoniare ogni giorno, facile o difficile, la gioia del Signore risorto cioè presente significa vivere in “modo pasquale”, rendendo credibile che Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per e in Lui possiamo far nuove tutte le cose (Ap 21,5).

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