martedì 15 febbraio 2011

Vita comune

Il posto del sacerdozio ordinato nella vita della Chiesa e della vita comune nell’esperienza sacerdotale

Cari fratelli e amici, è con vera gioia che vivo questo incontro con voi, sacerdoti e seminaristi della Fraternità san Carlo, qui convenuti in occasione del venticinquesimo anniversario della sua nascita. Saluto e ringrazio il fondatore e superiore generale, Mons. Massimo  Camisasca, il suo consiglio, e tutti voi, parenti e amici, che fate corona alla comunità. In particolare saluto l’Arcivescovo della Madre di Dio di Mosca, mons. Paolo Pezzi, e don Julian Carron, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, che esprimono simbolicamente i frutti e le radici dell’opera della Fraternità san Carlo. Questo momento riporta alla mia memoria la lunga amicizia con Mons. Luigi Giussani e testimonia la fecondità del carisma.
In questa occasione, vorrei rispondere a due domande che il nostro incontro suggerisce:
-         qual è il posto del sacerdozio ordinato nella vita della Chiesa?

-         Qual è il posto della vita comune nell’esperienza sacerdotale?
La vostra nascita dal movimento di Comunione e Liberazione è il vostro riferimento vitale all’esperienza ecclesiale che esso rappresenta, pongono davanti ai nostri occhi una verità che si è andata riaffermando con particolare chiarezza nell’Ottocento in poi e che ha trovato una significativa espressione nella teologia del Vaticano II.
 Mi riferisco al fatto che il sacerdozio cristiano non è fine a se stesso. Esso è stato voluto da Gesù in funzione della nascita e della vita della Chiesa. Ogni sacerdote, perciò può dire ai fedeli, parafrasando sant’Agostino: Vobiscum christianus, pro vobis sacerdos. La gloria e la gioia del sacerdozio è di servire Cristo e il suo Corpo mistico. Esso rappresenta una vocazione bellissima e singolare all’interno della Chiesa, che rende presente Cristo, perché partecipa dell’unico ed eterno Sacerdozio di Cristo. La presenza di vocazioni sacerdotali è un segno sicuro della verità e della vitalità di una comunità cristiana. Dio infatti chiama sempre, anche al sacerdozio; non vi è crescita vera e feconda della Chiesa senza un’autentica presenza sacerdotale che la sorregga e la alimenti. Sono grato perciò a tutti coloro che dedicano le loro energie alla formazione dei sacerdoti e della riforma della vita sacerdotale. Come tutta la Chiesa, infatti, anche il sacerdozio ha bisogno di rinnovarsi continuamente, ritrovando nella vita di Gesù le forme essenziali del proprio essere.
Le diverse possibili strade di questo rinnovamento non possono dimenticare alcuni elementi irrinunciabili. Innanzitutto un’educazione profonda alla meditazione e alla preghiera, vissute come dialogo con il Signore risorto presente nella sua Chiesa. In secondo luogo, uno studio della teologia, che permetta di incontrare le verità cristiane nella forma di una sintesi legata alla vita della persona e della comunità; solo uno sguardo sapienziale può infatti valorizzare la forza che la fede possiede di illuminare la vita e il mondo, conducendo continuamente a Cristo, Creatore e Salvatore.
La Fraternità san Carlo ha sottolineato, durante il corso breve ma intenso della sua storia, il valore della vita comune. Anch’io ne ho parlato più volte nei miei interventi prima e dopo la mia chiamata al soglio pontificio. “E’ importante che i sacerdoti non vivano isolati da qualche parte, ma stiano insieme in piccole comunità, si sostengano a vicenda e facciano così esperienza dello stare insieme nel loro servizio a Cristo e nella rinuncia per il regno dei Cieli e ne prendano anche sempre più coscienza” (Luce del mondo, 208). Sono sotto i nostri occhi le urgenze e di questo momento. Penso per esempio alla carenza di sacerdoti. La vita comune non è innanzitutto una strategia per rispondere a questa necessità. Essa non è neppure, di per sé, solo una forma di aiuto di fronte alla solitudine e alla debolezza dell’uomo. Tutto questo ci può essere, certamente, ma soltanto se la vita fraterna viene concepita e vissuta come strada per immergersi nella realtà della comunione. La vita comune è infatti espressione del dono di Cristo che è la Chiesa, ed è prefigurata nella comunità apostolica, che ha dato luogo ai presbiteri. Nessun sacerdote infatti amministra qualcosa che gli è proprio, ma partecipa  con gli altri fratelli a un dono sacramentale che viene direttamente da Gesù.
La vita comune perciò esprime un aiuto che Cristo dà alla nostra esistenza, chiamandoci, attraverso la presenza dei fratelli, ad una configurazione sempre più profonda alla sua persona. Vivere con altri significa accettare la necessità della propria continua conversione e soprattutto scoprire la bellezza di tale cammino, la gioia dell’umiltà, della penitenza, ma anche della conversazione, del perdono vicendevole, del mutuo sostegno. Ecce quam bonum et quam iucundum abitare fratres in unum (Sal 133,1).
Nessuno può assumere la forza rigenerante della vita comune senza la preghiera, senza guardare all’esperienza e all’insegnamento dei santi, in particolare modo dei Padri della Chiesa, senza una vita sacramentale vissuta con fedeltà. Se non si entra nel dialogo eterno che il Figlio intrattiene col Padre nello Spirito Santo nessuna autentica vita comune è possibile. Occorre stare con Gesù per poter stare con gli altri. E’ questo il cuore della missione. Nella compagnia di Cristo e dei fratelli ciascun sacerdote può trovare le energie necessarie per prendersi cura degli uomini, per farsi carico dei bisogni spirituali e materiali che incontra, per insegnare con parole sempre nuove, dettate dall’amore, le verità eterne della fede di cui hanno sete anche i nostri contemporanei.
Cari fratelli e amici, continuate ad entrare in tutto il mondo per portare a tutti la comunione che nasce dal cuore di Cristo! L’esperienza degli Apostoli con Gesù sia sempre il faro che illumini la vostra vita sacerdotale! Incoraggiandovi a continuare sulla strada tracciata in questi anni, volentieri imparto la mia benedizione a tutti i sacerdoti e seminaristi della Fraternità san Carlo, alle missionarie di san Carlo, ai loro familiari e amici” (Benedetto XVI, Alla Fraternità Sacerdotale dei Missionari di san Carlo Borromeo, 12 febbraio 2011).

Già nella Lettera ai seminaristi Benedetto XVI  aveva ricordato che il seminario è una comunità in cammino sia per chi, per divenire quello che è nel suo essere dono del Donatore divino, non pone se stesso come fine ma  servire verginalmente Cristo nel suo Corpo che è la Chiesa e sia per chi con gioia è consapevole che non si diventa sacerdoti da soli ma con l’ordinazione nella fraternità sacramentale. E quindi il Seminario inizia alla “comunità dei discepoli”, l’insieme fraterno di coloro che vogliono servire la comune Chiesa nella ininterrotta comunione tra di loro.

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