venerdì 19 novembre 2010

Unità dei cristiani

L’unità tra tutti i discepoli di Cristo non “la facciamo noi”, ma la “fa” Dio: viene dall’alto, dall’unità del Padre con il Figlio nel dialogo d’amore che è lo Spirito Santo

“ E’ per me una grande gioia incontrarvi in occasione della Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani… Ieri, come ha ricordato Mons. Koch, avete celebrato, con un solenne Atto commemorativo, il 50° anniversario dell’istituzione del vostro Dicastero…
In questi ultimi anni, poi, il Pontificio Consiglio si è impegnato, tra l’altro, in un ampio progetto, il cosiddetto Harvest Projet, per tracciare un primo bilancio dei traguardi conseguiti nei dialoghi teologici con le principali Comunità ecclesiali del Vaticano II. Si tratta di un prezioso lavoro che ha messo in evidenza sia le aree di convergenza, sia quelle in cui è necessario continuare ad
approfondire la riflessione. Rendendo grazie a Dio per i frutti già raccolti, vi incoraggio a proseguire il vostro impegno nel promuovere una corretta recezione dei risultati già raggiunti e nel far conoscere con esattezza lo stato attuale della ricerca teologica a servizio del cammino verso l’unità. Oggi alcuni pensano che tale cammino, specie in occidente, abbia perso il suo slancio; si avverte, allora, l’urgenza di ravvivare l’interesse ecumenico e di dare una nuova incisività ai dialoghi. Sfide inedite, poi, si presentano:
-         le nuove interpretazioni antropologiche ed etiche,
-         la formazione ecumenica delle nuove generazioni,
-         l’ulteriore frammentazione dello scenario ecumenico.
E’ essenziale prendere coscienza di tali cambiamenti e individuare le vie per procedere in maniera efficace alla luce della volontà del Signore: “che siano tutti una cosa sola” (Gv 17,21).
Anche con le Chiese ortodosse e le Antiche Chiese Orientali, con le quali esistono “strettissimi legami” ( Unitatis Redintegratio, 15), la Chiesa cattolica prosegue con passione il dialogo, cercando di approfondire in modo serio e rigoroso il comune patrimonio teologico, liturgico e spirituale, e di affrontare con serenità e impegno gli elementi che ancora ci dividono. Con gli Ortodossi si è giunti a toccare un punto cruciale di confronto e di riflessione: il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa. E la questione ecclesiologica è anche al centro del dialogo con le Antiche Chiese Orientali: nonostante molti secoli di incomprensione e di lontananza, si è constatato, con gioia, di avere conservato un prezioso patrimonio comune.
Cari amici, pur in presenza di nuove situazioni problematiche o di punti difficili per il dialogo, la meta del cammino ecumenico rimane immutata, come pure l’impegno fermo nel proseguirla. Non si tratta, però, di un impegno secondo categorie, per così dire, politiche, in cui entrano in gioco l’abilità di negoziare o la maggiore capacità di trovare compromessi, per cui ci si potrebbe aspettare, come buoni mediatori, che, dopo un certo tempo, si arrivi ad accordi accettabili da tutti. L’azione ecumenica ha un duplice movimento. Da una parte la ricerca convinta, appassionata e tenace di trovare tutta l’unità nella verità, per escogitare modelli di unità, per illuminare opposizioni e punti oscuri in ordine al raggiungimento dell’unità E questo nel necessario dialogo teologico, ma soprattutto nella preghiera e nella penitenza, in quell’ecumenismo spirituale che costituisce il cuore pulsante di tutto il cammino: l’unità dei cristiani è e rimane preghiera, abita nella preghiera. Dall’altra parte, un altro movimento operativo che sorge dalla ferma consapevolezza che noi non sappiamo l’ora della realizzazione dell’unità di tutti i discepoli di Cristo e non la possiamo conoscere, perché l’unità non la “facciamo noi”, la “fa” Dio: viene dall’alto, dall’unità del Padre con il Figlio nel dialogo di amore che è lo Spirito Santo; è un prendere parte all’unità divina. E questo non deve far diminuire il nostro impegno, anzi, deve renderci sempre più attenti a cogliere i segni e i tempi del Signore, sapendo riconoscere con gratitudine quello che già ci unisce e lavorando perché si consolidi e cresca. Alla fine, anche nel cammino ecumenico, si tratta di lasciare a Dio quello che è unicamente suo e di esplorare, con serietà, costanza e dedizione, quello che è nostro compito, tenendo conto che al nostro impegno appartengono i binomi di agire e soffrire, di attività e pazienza, di fatica e gioia.
Invochiamo fiduciosi lo Spirito Santo, perché guidi il nostro cammino e ognuno senta con rinnovato vigore l’appello a lavorare per la causa ecumenica. Incoraggio tutti voi a proseguire nella vostra opera; è un aiuto che rendete al Vescovo di Roma nell’adempiere la sua missione al servizio dell’unità” ( Benedetto XVI, Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei Cristiani, 18 novembre 2010).

Anche qui, come nella Verbum Domini, Benedetto XVI sviluppa una visione dinamica e dialogica della Rivelazione, nella linea della Costituzione conciliare Die Verbum. La rivelazione cristiana, anche a livello ecumenico, è essenzialmente una chiamata al dialogo, ad una Parola creatrice di evento e di incontro, di cui la Chiesa fa esperienza sin dalle sue origini. Non si può teorizzare tutto, prevedere tutto, programmare tutto a livello ecumenico: si tratta di lasciare a Dio quello che unicamente suo e di esplorare, con serietà, costanza e dedizione, quello che è nostro compito per cui l’unità dei cristiani è preghiera, abita nella preghiera.

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