sabato 21 agosto 2010

Motu proprio

Non esiste alcuna Liturgia Tridentina

“Non esiste alcuna Liturgia Tridentina e fino al 1965 nessuno avrebbe potuto immaginare che cosa volesse dire tale espressione. Il Concilio di Trento non ha ‘fatto’ alcuna liturgia. E in senso stretto non esiste neppure un Messale di Pio V. Il Messale che uscì nell’anno 1570 per disposizione di Pio V si distinse solo in minimi dettagli dalla prima edizione stampata del Missale Romanum uscita all’incirca 100 anni prima. Nella riforma di Pio V si trattò in fondo solo di eliminare le escrescenze del tardo Medio Evo, che si erano largamente insinuate, e gli errori verificatisi durante la trascrizione e la stampa; e questo scopo si raggiunse prescrivendo come obbligatorio per l’intera Chiesa il Messale della città di Roma, che quasi non aveva subito processi del genere. Al tempo stesso, mediante l’obbligatorietà esclusiva del  Missale Typicum stampato a Roma si intendeva rimuovere le incertezze che erano emerse nella confusione dei tentativi liturgici dell’epoca della Riforma, nei quali, infatti, la differenza tra cattolico e riformato era diventata abbastanza fluttuante. Che lo scopo fosse solo questo, si vede dal fatto che consuetudini liturgiche risalente a oltre duecento anni prima vennero espressamente escluse dalla Riforma. Già nel 1614 uscì sotto Urbano VIII una nuova edizione del Messale, che a sua volta conteneva alcuni miglioramenti, e così ogni secolo, sia prima che dopo Pio V, ha lasciato le sue tracce nel Messale, che si è trovato costantemente in un processo continuo di purificazione, da una parte, e di crescita, dall’altra, in cui però rimaneva sempre lo stesso libro. In base a questi dati di fatto occorre criticare come irreale l’insistenza sulMessale Tridentino’, si deve però sottoporre a critica anche il modo in cui il Messale rinnovato è stato presentato. Ai ‘tridentini’ bisogna dire che la Liturgia della Chiesa, insieme con essa, è sempre viva e pertanto si trova sempre in un processo di maturazione, nel quale possono esservi ritocchi di maggiore e minore rilievo. Per la Liturgia cattolica una età di 400 anni sarebbe troppo poco – essa risale realmente fino a Cristo e agli Apostoli e da lì è giunta fino a noi in un unico processo costante; come la Chiesa così anche il Messale non può essere mummificato. Al tempo stesso, pur con tutti i pregi del nuovo Messale, bisogna constatare criticamente che esso è stato presentato come se fosse un libro elaborato ex novo da professori e non invece come una fase di una crescita ininterrotta. Una cosa del genere non si era mai avuta prima; essa contraddice il typus dello sviluppo liturgico, e solo questo fatto ha provocato l’idea assurda che Trento e, 400 anni fa, Pio V abbiano a loro volta redatto un Messale. In questo modo la Liturgia Cattolica è stata ridotta a un prodotto degli inizi dell’epoca moderna, provocando così uno spostamento delle prospettive che è davvero inquietante. Anche se ben pochi di coloro che oggi esprimono disagio vedono chiaramente queste connessioni, esiste una consapevolezza istintiva che la liturgia non può essere un prodotto di prescrizioni ecclesiali o addirittura di erudizione professorale, ma che può essere ciò che è solo in quanto frutto della Chiesa vivente.
Per non essere frainteso vorrei affermare che, riguardo al contenuto (a prescindere da singole critiche) sono molto grato per il nuovo Messale, per l’ampliamento del tesoro delle orazioni, dei prefazi, per i nuovi canoni, per l’aumento dei formulari di messe feriali ecc., per non parlare della possibilità della lingua vernacola. Ma ritengo un dato infelice che in ciò si sia suscitata l’idea di un libro nuovo, invece di presentarlo del tutto nell’unità della Storia della Liturgia. Credo pertanto che una nuova edizione dovrà mostrare e dire chiaramente che il cosiddetto Messale di Paolo VI non è altro che una edizione rinnovata dello stesso Messale sul quale hanno già lavorato Pio X, Urbano VIII, Pio V e i loro predecessori, risalendo fino all’epoca della Chiesa nascente. La consapevolezza dell’unità intima mai interrotta della storia della fede – unità che si esprime nella sempre presente unità della preghiera derivante da tale storia – è essenziale per la Chiesa. Questa consapevolezza viene frantumata tanto dove si opta per un libro che sarebbe stato fatto 400 anni fa, quanto dove si vorrebbe avere la liturgia più fresca possibile in quanto fatta da se. In fondo, il modo di pensare è in ambedue i casi lo stesso. La questione è se la fede sia il risultato di prescrizioni e ricerche erudite o se invece giunga a noi nella storia vivente della Chiesa che rimane identica attraverso i secoli”  (Joseph Ratzinger  Teologia della Liturgia, LEV pp. 707-709).

Da cattolici non si può distinguere tra la vecchia e la nuova realtà da credere, da celebrare, da vivere e da pregare. Questa distinzione va contestata molto decisamente perché lo strumento più grande della comunicazione del vero nella vita della Chiesa è la sua stessa continuità dinamica. Si chiama Tradizione. La Tradizione è la coscienza della comunità che vive ora, ricca della memoria di tutta la sua vicenda storica. La Tradizione è sempre ricordata prima della Scrittura per rispettare l’ordine cronologico, dal momento che, all’origine di tutto, c’è questa Tradizione che viene dagli Apostoli ed è all’interno di una comunità costituita che i Libri santi sono stati composti o ricevuti: Soggetto della Parola di Dio è la Chiesa e sua anima la documentazione ispirata della Scrittura. Il Concilio non ha creato nulla di nuovo da credere, da celebrare, da vivere, da pregare o addirittura sostituito al vecchio. Costituisce un elemento fondamentale delle sue affermazioni il prendere sempre più coscienza della Chiesa e il vedere se stesso come continuazione e approfondimento dei Concili precedenti, in particolare di quello di Trento e del Concilio Vaticano I. L’obiettivo era unicamente quello di mantenere praticabile, sotto condizioni mutate, la stessa identica fede da credere, da celebrare, e di renderla pastoralmente nuovamente viva. Conformemente a ciò la riforma liturgica ha cercato di rendere più trasparente l’espressione della fede; ha inteso tuttavia essere espressione dell’unica fede, non una sua modificazione oggettiva.

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