giovedì 15 aprile 2010

Benedetto XVI

Benedetto XVI, da cinque anni “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”

“Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle vostre preghiere”. Così la sera del 19 aprile 2005, tre
giorni dal 78° compleanno, si esprimeva Joseph Ratzinger con un messaggio  non solo di  umiltà ma dal profondo  significato teologico - sacramentale: nel ministero verso il Corpo eucaristico e verso il Corpo Mistico c’è tanto da fare, c’è bisogno di vignaioli attivi ma la Chiesa non è del Papa con i Vescovi e quindi dei presbiteri e dei diaconi ma del Signore; gli ordinati sono chiamati a lavorarci con cuore nuovo, sempre giovane e lieto senza diventarne i padroni.
Certo in questo momento la “piccola barca del pensiero di molti cristiani”, aveva detto Ratzinger il giorno prima, nella messa pro eligendo pontifice, da lui presieduta in quanto decano del sacro collegio dei cardinali, si trova in mezzo a onde minacciose perché “si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. Effettivamente ci si sta rendendo conto che è in  atto una “IV rivoluzione” – successiva alla Riforma, alla Rivoluzione francese e a quella sovietica – più radicale delle precedenti perché fa scoppiare la questione antropologica con la riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto ella natura, come tale non libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. L’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido per se stesso, sconvolgendo  non solo il corpo sociale ma anche con un taglio netto con il cristianesimo e più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità. Di fronte a questa cultura sempre più estesa, provocando anche “nei sacerdoti e religiosi fraintendimenti” nella stessa interpretazione del Concilio, c’è un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza cui è particolarmente attento Benedetto XVI. Con la luce di una formazione essenzialmente biblica, patristica e liturgica egli affronta le problematiche attuali con acute capacità critiche, ma alla Luce del Vaticano II con una grande volontà costruttiva, una grande apertura e anche simpatia. Prioritario è riproporre con una nuova evangelizzazione la “Verità salvifica di Gesù Cristo alla ragione del nostro tempo”. “Al termine del secondo millennio, il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, in una crisi profonda, basata sulla crisi della sua pretesa di verità”, con una duplice dimensione:
-         la sfiducia riguardo alla possibilità, per l’uomo, di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine, dando il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità;
-         e i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo.
Con il primo atto magisteriale, 28 giugno 2005, firma il Motu Proprio per l’approvazione e la pubblicazione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.Fate in modo che i sacerdoti e i catechisti adottino questi strumenti, che vengano spiegati nelle parrocchie, nelle unioni e nei movimenti e che vengano utilizzati nelle famiglie come importanti letture! Nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società, offrite agli uomini la certezza della fede completa della Chiesa! La chiarezza e la bellezza della fede cattolica sono ciò che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi! Questo in particolare se viene presentata da testimoni entusiasti ed entusiasmanti”.
Così documenta che il Vaticano II è rinnovamento ma non frattura nel percorso bimillenario della Chiesa Cattolica, perché la continuità dinamica o Tradizione è criterio veritativo nel trasmettere la verità cristiana. Non è possibile sostituire nella Chiesa una costituzione vecchia con una nuova, dato che gli elementi essenziali sono immutabili e consegnati dal Signore. Il 22 dicembre del 2005, rifacendosi all’esperienza diretta di giovane teologo di fiducia del cardinale Frings ricordò che Giovanni XXIII, decidendo di chiamare a raccolta la Chiesa per discutere di rinnovamento, non mise mai in discussione il depositum fidei: la dottrina resta “certa e immutabile” e non ci può essere discontinuità. E’ importante esprimere in modo nuovo i contenuti veritativi attingendo dalla cultura attuale elementi che permettano di mettere meglio in luce l’uno e l’altro aspetto della fede, ma è altrettanto importante sapere che i modi nuovi di espressione sono validi solo se nascono da una “comprensione consapevole della verità stessa”.
Allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, dell’amore, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze è un compito scelto dal suo motto episcopale cooperatoris veritatis (dalla terza Lettera di Giovanni), “un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire  in essa alla fede cristiana piena cittadinanza”. Ma rifacendosi alla forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli “tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti rendendo possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico – romano” afferma che anche oggi, come lo fu in altri tempi, questa è la strada maestra per l’evangelizzazione: “il Signore ci guidi e vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi”.
Nell’Enciclica sociale Caritas in veritate(29 giugno 2009) così si esprime: “La carità nella verità, di cui Gesù Cristo si è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”. Per Benedetto XVI l’amore cristiano, centro e cuore tanto della fede quanto della dottrina, senza la verità “diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda di emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta fino a significare il contrario”(n. 3). E’ aderendo alla verità cioè al progetto di Dio che l’uomo diventa libero, per cui l’annuncio della verità, non meno del servizio caritativo ai poveri e ai bisognosi è forma eminente di carità anche nell’ambito sociale. “Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori – talora nemmeno i significati –con cui giudicarla e orientarla” (n. 9). “Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” (n. 4). Ed è solo su queste basi che si può impostare un discorso sulla crescita e sullo sviluppo. Altrimenti sono soltanto parole vane, una sociologia, non un cristianesimo. La questione è essenziale per la Chiesa e per la sua dottrina sociale.
A partire da qui sta il suo governare pregando e studiando mettendosi al lavoro su diversi fronti, primo fra tutti la liturgia e l’unità fra i cristiani e il dialogo con le altre religioni, rendendo possibile, nell’attuale globalizzazione, un dialogo fra culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita.
Sulla liturgia sta cercando di eliminare abusi nati da “fraintendimenti del Concilio”. La Messa non è una semplice rievocazione o una sacra rappresentazione, il protagonista non è il celebrante. Il rimando sacramentale a Cristo, alla sua presenza, al suo donarsi è fondamentale. L’essenzialità e la fedeltà alle norme liturgiche non sono fini a se stessi, né si tratta di nostalgia del passato. La liturgia ha bisogno di bellezza perché attraverso la bellezza Dio parla agli uomini.
Circa l’unità fra i cristiani, Benedetto XVI fa ogni sforzo per rendere possibile l’accoglienza nella comunione ecclesiale dei lefebvriani, accoglie a braccia aperte mediante un’apposita costituzione apostolica, gli anglicani desiderosi di essere in comunione con Roma e sviluppa il dialogo con il mondo ortodosso invitando alla collaborazione fra oriente e occidente a difesa dei valori comuni di fronte a una serie di “ismi”che tutto dissolvono: marxismo, liberismo selvaggio, collettivismo, libertinismo, agnosticismo, sincretismo, vago misticismo, fideismo.
Nel dialogo con le altre religioni fa capire che può dialogare solo chi possiede una consapevolezza radicata circa la propria identità, altrimenti non di dialogo si tratta ma di abbandono a suggestioni buoniste: l’amore buonista diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente soprattutto nel contesto sociale e culturale che relativizza la verità.
Pur con momenti difficili si sono anche raggiunti risultati senza alcun cedimento, ma puntando sulla verità, insistendo sul fatto che il dialogo va riempito di contenuti non solo sinceri ma veri e rivendicando la libertà anche per la chiesa cattolica senza cedere a ricatti.
Benedetto XVI porta la Chiesa non solo alla continuità dinamica con tutto il suo passato ma proponendo al mondo contemporaneo e alla sua cultura. Una proposta che guarda avanti e che trova proprio nella fedeltà al Concilio la sua base. E questo là  dove constata che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo scivolando nell’ideologia della tecnoscienza che rifiuta l’orientamento di forze al di fuori di essa,si era in gran parte concentrato soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l’orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito . anche se resta grande ciò che ha continuato a fare nella formazione dell’uomo e nella cura dei deboli e dei sofferenti.
Occorre allargare gli spazi della ragione. Non è razionale solo ciò che empiricamente esperimentabile in modo scientifico. Razionale è tutto ciò che attiene alla natura umana, compresi quegli spazi di conoscenza che provengono dal connubio di fede e ragione, di sentimento e ragione. È ragionevole soprattutto  credere in Dio, in Dio che crea l’uomo a sua immagine e somiglianza, in quel Dio che possiede un volto umano che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Razionale  è vivere la fede, non riducibile a una decisione etica o a una grande idea ma per l’incontro con la persona viva di Gesù Cristo, del Risorto che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Ragionevole è la speranza cristiana veramente affidabile, in virtù della quale possiamo affrontare il presente: il presente, anche il presente faticoso, può essere vissuto con amore se conduce alla vita veramente vita da risorti.
Di qui la proposta, rivolta a non credenti, di vivere veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. E qui a confronto dell’epoca dei lumi quando l’uomo, rivendicando legittimamente la sua centralità e la sua libertà, il valore assoluto di ogni persona sempre fine nella democrazia e mai riduttivamente mezzo per altri o per altro, ha cercato di codificare alcune norme morali fondamentali etsi Deus non daretur, partendo cioè dall’idea che Dio non esista. Spossata purtroppo dalle guerre di religione e dall’uso politico della fede, l’umanità ha cercato in quel tempo di sganciarsi dall’ipotesi di Dio in nome dello spirito di libertà. L’operazione ha potuto funzionare soltanto finché nella cultura sono rimaste tracce di cristianesimo in grado di agire comunque da collante e da regolatori sociali attorno ad alcuni principi socialmente condivisi. Kant stesso, favorevole in un primo momento della rivoluzione borghese per un fine naturale nei puri limiti della ragione, si è reso conto del rischio che se ne verifichi uno contro natura, perverso: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore…allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; l’anticristo…inaugurerebbe il suo, pur breve, regime fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo. In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stati destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine perversa di tutte le cose” ( citato in Spe salvi, n19). Ratzinger propone di ribaltare la prospettiva: anche chi non riesce a concepire una razionalità aperta al trascendente ma solo nell’immanenza strumentale, viva umanisticamente come se un’entità suprema e regolatrice esistesse. Propone un “rinnovato cortile dei gentili” (così era detto lo spazio antistante il tempio a Gerusalemme, dove tutti, ebrei e pagani, potevano entrare), un luogo di confronto fra credenti e non credenti, sviluppabile anche grazie alle nuove tecnologie informatiche. Si tratta di una proposta coraggiosa da parte di un Papa.
I monaci che nel Medioevo portarono alla cultura, alla costruzione dell’Europa, ha ricordato in un altro discorso fondamentale del suo Pontificato, quello tenuto al collegio dei Bernardini di Parigi il 12 settembre 2008, in quell’epoca confusa “in cui niente sembrava resistere”, riuscirono a far sì che una fede pienamente accolta, vissuta e pensata divenisse cultura non perché seguissero una filosofia, un’etica, una grande idea, ma perché cercavano Dio. Il vero fondamento di tutta la cultura europea socratica sta in questa ricerca appassionata del senso della vita, da dove viene e a che cosa è destinata cioè della verità, di Dio e da questo desiderio alla disponibilità al bene e all’amore. E la lezione resta valida anche oggi, anche per chi crede, perché in ogni tempo una cultura accade sulla ricerca di Dio, storicamente di Dio dal volto umano che ci ha amato sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. E il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore raggiunge ogni io nel proprio e altrui essere dono come in tutto il mondo che lo circonda. Solo il suo amore ci dà la possibilità, anche in tempi difficili, di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che per sua  natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo ogni io umano aspetta: la vita che è veramente vita.
Nell’incertezza di questo periodo storico e di questa società, Benedetto XVI in questi cinque anni, sta offrendo agli uomini la certezza della fede completa della Chiesa. I segnali sono molto chiari, anche per  chi ha la coscienza oscurata sui valori non politicamente negoziabili: non può, quindi, restare tranquillo innestando una battaglia la più difficile e la più insidiosa nella consapevolezza – alcuni spunti li ho presi dall’articolo di Aldo Maria Valli sul Foglio di martedì 13 aprile – che “mordersi e divorarsi a vicenda” non è espressione di libertà ma mancanza di fede e che “la priorità suprema e fondamentale della chiesa e del successore di Pietro” consiste nel “condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia”.

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