venerdì 15 dicembre 2017

Avvento III

“Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto”. E subito dopo san Paolo  aggiunge la motivazione: “Il Signore è vicino” con la Confessione, la Comunione, la Carità di Natale

Questa domenica, la terza del tempo di Avvento, nella Novena di Natale, è detta “Domenica gaudete”, “siate lieti” pensando alla Confessione, alla Comunione, alla Carità di Natale, perché il canto d’ingresso della Santa Messa riprende un’espressione di san Paolo nella Lettera ai
Filippesi che così dice: Siate sempre lieti nell’incontro sacramentale e caritativo con il Signore, ve lo ripeto: siate lieti. E subito dopo aggiunge la motivazione: il Signore, datore di ogni bene, si fa sacramentalmente vicino. Ecco la ragione della gioia. Ma che cosa significa che Colui che è nato bambino  2017 anni fa, come ci ricorda il presepio, vissuto, morto, risorto asceso al Padre, il Signore si fa sacramentalmente vicino? In che senso dobbiamo intendere questa “vicinanza” di Dio? L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Filippi, pensa evidentemente al ritorno di Cristo, alla speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso e pieno di limiti, di rischi, può essere vissuto e accettato pieni di gioia se conduce, come abbiamo riflettuto nella prima parte dell’Avvento, verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino.  Tuttavia, lo stesso san Paolo, nella sua Lettera ai Tessalocinesi, invitandoli a non “affliggersi come gli altri che non hanno speranza” (1 Ts 4,13). Compare qui un elemento distintivo dei cristiani cioè che essi hanno un futuro e non vale proprio la pena ravvivare il coraggio di finire nel nulla: non è che certo sappiamo nei particolari ciò che ci attende, ma sappiamo che la nostra vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, come premio di chi tenta e ritenta di vivere nella verità e nell’amore, diventa vivibile anche il presente con pochi risultati. Solo la vicinanza del suo amore attraverso esperienze concrete di amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, nonostante i meravigliosi progressi tecnici, è imperfetto. Tuttavia, lo stesso san Paolo, nella sua Lettera ai Tessalocinesi, avverte che nessuno può conoscere il momento del compimento della storia cioè della finale venuta visibile del Signore (1 Ts 5,1-2) e mette in guardia da ogni allarmismo, quasi che il ritorno di Cristo fosse imminente ( 2 Ts 5,1-2), oggi legato al rischio della guerra nucleare. Così, già allora, la Chiesa illuminata dallo Spirito Santo,  comprendeva sempre meglio che la “vicinanza” natalizia del Dio con noi non è una questione di spazio e  di tempo (mille anni per Dio è come il giorno di ieri che è passato), bensì una questione di amore: l’amore avvicina ed è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia nell’intimo soprattutto in esperienze concrete, aspettiamo: la vita che è “veramente” vita con ogni bene e senza più alcun male. Anche il prossimo Natale sta per venire a ricordarci questa verità fondamentale della nostra fede e, dinnanzi al presepe, potremmo prepararci ad assaporare nella Confessione, nelle Comunioni e in atti natalizi di carità la letizia cristiana, contemplando nel neonato Gesù che per amore si è fatto a noi vicino, unito in qualche modo, ad ogni uomo e Risorto ci perdona nella Confessione natalizia e alimenta la vita veramente vita nella Comunione.
Che invocando l’intercessione di Maria ci ottenga da Gesù, che nascendo porta agli uomini la benedizione di Dio, sia consapevolmente accolto in tutte le case del mondo. 

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