martedì 4 aprile 2017

Chi può sentirsi offeso dalla richiesta cattolica di convertirsi a Cristo?

Questa richiesta missionaria si regge su due colonne: storicamente Gesù Cristo, il Verbo incarnato crocefisso e risorto, è il vero uomo; ogni persona umana realizza interamente se stessa quando vive in Cristo nel suo corpo che la Chiesa in continuità con la Tradizione. Cristo è il vero uomo e ogni uomo è il vivente in Cristo: l’umanesimo cioè la centralità, la finalità di ogni persona è culturalmente avvenuto in Europa, in Occidente e si fonda sulla verità che la persona
umana realizza se stessa solamente in Cristo. E proporre Cristo alla persona non è mai violenza. In Cristo il Padre, Dio, il Donatore divino “ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Siamo condotti da queste divine parole all’origine del nostro esserci, dell’esserci di ogni persona: alla radice trascendente del nostro e altrui essere dono del Donatore divino cioè alla verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza nel sapere da dove veniamo: ”ci ha scelti”.Ciascuno di noi è stato pensato e voluto fra tante possibili persone umane. Lo sguardo del Padre si è posato su di te, a preferenza di tanti altri: sei stato scelto come unico nel tuo e altrui essere suo dono cioè persona. Quando è accaduto questo? “…prima della creazione del mondo”, il mondo, questo universo immenso entro cui ti senti come un granello di polvere, non esisteva ancora e il Padre ti ha pensato e voluto liberamente, ha scelto te. Se dunque esisti, non è senza una ragione di amore. Ma storicamente ci ha rivelato di averci scelti, pensati e voluti in Cristo. Cioè: quando il Padre ha pensato e voluto il Cristo cioè Dio in un volto umano, ha pensato e voluto anche ciascuno di noi. Con lo stesso atto di pensiero e con la stessa decisione di volontà con cui ha pensato e voluto Cristo, ha pensato e voluto ciascuno di noi, singolarmente e comunitariamente presi come fratelli, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi. Nella sua bontà impensabile Il Padre ha voluto che l’Unigenito consustanziale a lui nello Spirito Santo, unico Dio, fosse il Primogenito di molti fratelli nella natura umana. Il primo dunque che è stato scelto prima della creazione del mondo è il Verbo incarnato, crocifisso e risorto, ed in Lui ciascuno di noi è stato poi pensato evoluto ad immagine di Lui: “ha assunto una forma umana uguale alla tua” scrive un Padre della Chiesa “e ti ha adattato di nuovo alla bellezza originaria con la redenzione”. E’ quanto scrive l’apostolo Paolo: “Egli ci ha salvato e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia: grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità” (2 Tm 1.9). Possiamo comprendere meglio il significato della seconda affermazione di fede-ragione cioè dell’umanesimo cristiano con al centro della cultura, della civiltà ogni persona, una novità assoluta nella storia: ogni persona umana realizza se stessa solamente in Cristo. Se siamo stati pensati e voluti nel Dio che ha assunto un volto umano, nel Verbo incarnato, questi è l’unica nostra intelligibilità, la nostra verità di fede-ragione che fonda la libertà, l’uguaglianza, la fraternità che sono gli elementi della cultura cristiana dell’Europa, dell’Occidente. Cercare una spiegazione ed una comprensione di sola ragione liberale fuori da questo fondamento equivale porci fuori della realtà di questi valori, equivale negare se stessi riducendo l’uomo a un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza illuminista, roussauniano, della cultura moderna liberale, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità, anzi con ogni umanesimo ateo: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortementepresente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulladirezione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Il Concilio Vaticano II ha richiamato che l’incontro con Cristo non è un “optional” nei confronti del quale la nostra persona può essere neutrale. Ma come un grandeteologo della Chiesa orientale, N. Cabasilas, “mente e desiderio sono stati forgiati in funzione di Lui, per conoscere il Cristo abbiamo ricevuto il pensiero; per correre verso di Lui il desiderio, e la memoria per portare l’incontro di Lui in noi e nella società”. Chiaro quindi il Cristocentrismo e in questo orizzonte il dialogo con l’antropocentrismo originario dell’Illuminismo, come il teocentrismo ecumenico liberale. Solo nella sintesi c’è il Vaticano II, non testi solo antropocentrici o teocentrici. L’autentica missione della Chiesa, i cui principi sono stati stabiliti da Nostro Signore in persona dopo la Risurrezione e come tali vissuti in continuitàdinamica per tanti secoli: “Andate, dunque, e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io ho comandato a voi” (Mt 28,19-20). Il Vangelo di Marco, che raccolse i ricordi del Beato Pietro, ci testimonia che, in una delle sue apparizioni dopo la Risurrezione, il Signore ripeté il concetto: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura”, aggiungendo: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato” (Mc 16,15-16). Quindi ogni persona umana realizza se stessa vivendo, desiderando Cristo e la comunione tra persone e Cristo è data all’Eucarestia, fonte e culmine del vissuto liturgico cristiano. Il sacrificio nella liturgia eucaristica, come l’identico atto, compiuto una volta per tutte da Gesù Cristo, rendendo presente il Sacrificio della Croce in modo non cruento, ovunque nella Chiesa, nei vari luoghi, nei vari tempi, popoli e nazioni realizza l’incontro con Lui, trasmette umanità. Incontro significa ingresso di Cristo nella persona umana, tale per cui è trasformata in Lui, vive in Lui e di Lui come la vite e i tralci. Cristo infonde nella persona ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui, il suo stesso Spirito. E’ sbagliato ritenere la dignità della persona un valore senza Cristo. La concettualizzazione del dato rivelato sulla persona è avvenuto nel secolo VI con Severino Boezio: sostanza individuale di natura razionale; approfondito da san Tommaso d’Aquino. Fu proprio il pensiero cristiano, sulla base della metafisica dell’essere, a mettere al centro della cultura la natura razionale di ogni uomo come persona dotata di anima e intelletto nel quale riflette l’immagine del Creatore, del Donatore dell’essere di ogni persona. Nella centralità culturale, politica di ogni persona la grande rivoluzione cristiana ed è racchiusa la dignità nel bene comune di ogni persona, di ogni uomo chiamato ad assimilarsi a Cristo. Quindi proporre la conversione a Cristo è proporre la risposta al bisogno di ogni persona, senza fare della persona la finalità sostitutiva del fondamento di Cristo. Tra l’altro la dignità di ogni persona è insidiata dalle conseguenze del peccato originale cioè la tendenza al male fin dal concepimento, bisognosa di redenzione, di pentimento e di conversione a Cristo, all’unica fede salvifica attraverso la predicazione e i Sacramenti a cominciare dal Battesimo, attraverso la testimonianza nell’incontro con chi crede. Accostando il Concilio Vaticano II con una mentalità relativistica della verità, intesa come “ricerca”, “processo” , mentalità oggi egemone, si deforma la Dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa e la Dichiarazione Nostra Aetate sulla relazione della Chiesa con le religioni non cristiane. Il Concilio Vaticano II nel dialogo con tutti pone Dio a fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. La Dichiarazione Dignitatis Humanae giustamente pone l’esigenza di “mantenere le due immunità che la Chiesa ha sempre difeso” e che sono: “l’immunità dalla costrizione a pensare e ad agire in conflitto con le proprie convinzioni e quella di esser impedito con la forza di praticare in pubblico o in privato la propria religione”; immunità effettivamente “fondate nella persona umana e quindi, in ultima analisi, nella natura stessa di ogni uomo”. Come purtroppo è stata molta interpretazione dopo il Concilio? Considerando la libertà religiosa nella cornice del pluralismo contemporaneo, si è giunti a vedere la compresenza delle varie e spesso contraddittorie religioni non un male da tollerare, ma un bene da tutelare, riconoscendo ad ogni Credo pari dignità e identici diritti. Anche per ragioni politiche, per un modo di intendere il dialogo, il problema della verità della religione viene così non superato ma ignorato: delle proprie convinzioni personali, principio fondamentale dell’individualismo liberale, diventa così la ragione giustificativa dell’indifferenza di fronte a verità ed errore – bene e male, religione vera e religione falsa, fede cattolica o altre professioni cristiane. Questo prescindere dal problema vero/falso o buono/cattivo in relazione a verità ed errore nella religione scioglieva il soggetto umano dalla sua stessa obbligazione naturale alla ricerca e alla scelta del bene con relativa fuga dal male, alla conoscenza della verità cioè del Donatore di ogni essere dono, all’avvenimento storico di Dio che possiede un volto umano, all’osservanza della sua legge, almeno nei limiti di quella naturale. L’escludere Dio dalla cultura e dalla vita pubblica erigendo sul piano della prassi la libertà individuale come valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare è stato condannato dalla “Mirari vos” di Gregorio XVI, dalla “Quanta cura” e dal “Syllabus” del beato Pio IX, dall’Immortale Dei di Leone XIII, dalla Pascendi di san Pio X, dal decreto dell’allora Sant’Uffizio Lamentabili ed ultimamente dalla Humani generis di Pio XII. Riconoscendo pari dignità intrinseca a tutti i Credo si veniva, per logica conseguenza, a sciogliere il soggetto dalla sua stessa obbligazione naturale a ricercare il bene e il vero Dio e a fuggire il male. Il Concilio mantenne il concetto cattolico dell’obbligo morale di ogni uomo, inerente alla natura di dono del proprio e altrui essere del Donatore divino quindi persona, di ricercare il vero Dio con la propria intelligenza e nel modo di vivere, di coglierlo nel suo darsi storico fino a possedere un volto umano in Gesù Cristo, amandoci fino alla fine come umanità e come ogni persona. Questo risulta in modo netto dal Nuovo Testamento (Gv 14,1; Eb 11,6; Atti 17,27 discorso di Paolo sull’Areopago). Quest’obbligo e questa capacità originaria, nascendo dalla natura umana, non può non essere assolto seguendo i dettami della propria coscienza, invocata anche da san Paolo quale voce interiore che ora assolveva ora accusava i pagani a seconda del loro comportamento personale nei confronti delle norme della legge di natura, inscritte da Dio nei cuori (Rm 2,14-16).Per il Vaticano II la verità del senso religioso, del proprio e altrui essere dono del Donatore divino, coincide con le verità di fede sempre insegnate dalla Chiesa, delle quali dobbiamo renderci sempre più consapevoli e cercare, nei limiti del possibile, di render consapevoli anche gli altri, con tutti gli uomini senza distinzione di religione. “Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa – Dignitatis Humanae -, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza. La verità, però, va cercata in modo da rispondere alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l’aiuto dell’insegnamento o dell’educazione, per mezzo dello scambio e del dialogo con cui, allo scopo aiutarsi vicendevolmente nella ricerca, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengono di aver scoperta; inoltre, una volta conosciuta la verità, occorre aderirvi fermamente con assenso personale” (DH 3.2). Da qui c’è chi propone per tutti la verità come processo di ricerca in comune non nella concettualizzazione filosofica o nella scienza positiva ma addirittura “in materia religiosa e morale” da parte di tutte le religioni, inclusa la nostra fede cattolica; le cui verità non appartengono più a un immutabile Deposito della fede di origine soprannaturale, cosa che esclude a priori la possibilità di una ricerca del genere. Con questo articolo 3.2 della Dignitatis Humanae, viene collegato l’art. 16,2 della Costituzione conciliare Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo e l’art. 8.2 della Dei Verbum sulla divina rivelazione. L’art. 16 della GS è uno degli articoli-chiave dell’intero Concilio, è dedicato alla “dignità della coscienza morale”. Dopo aver ricordato in maniera veramente ortodossa che la coscienza è il luogo nel quale l’uomo non crea ma scopre la legge naturale iscritta da Dio nel suo cuore (san Paolo), luogo nel quale egli è solo con Dio, la cui voce “risuona nell’intimità” e per i cristiani tutto ciò che è dato dalla Rivelazione e proposto dalla Chiesa. Ma c’è, nella interpretazione del Concilio, una parte che rischia di relativizzare la coscienza cattolica con tutte le altre: “Nella fedeltà alla coscienza i cristiani i cristiani si unisono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità numerosi problemi morali, che sorgono tanto nella vita privata quanto in quella sociale. Quanto più dunque, prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi si allontano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità” (GS 16,2). E’ una nozione di verità che, entro ceri limiti, si può applicare anche per i cattolici, alla filosofia e alla scienza positiva, all’intero regno profano delle causae secondae, e non certo per la verità rivelata una volta per tutte da Dio per la fede e la morale. Anche perché la verità come ricerca perenne della verità, al nostro tempo, è degenerata rispetto alle sue stesse premesse cioè al suo originario soggettivismo cartesiano e kantiano; diventando ricerca per la ricerca, per amore dell’esperimento, della novità attribuita fideisticamente all’Azione dello Spirito per i credenti. Ma non basta. Questa processualità temporale, questa “ricerca” deve aver luogo in unione o comunione “con gli altri uomini”, senza distinzione di religione, di fede come l’ONU impone nella globalizzazione. Quindi, in questa interpretazione non certo cattolica del Concilio, con i non cattolici, con i non cristiani che negano tante verità insegnate dalla Chiesa cattolica. E si propone che i cattolici dovranno risolvere “i problemi morali” ecumenicamente, nel dialogo con gli altri, non mediante il confronto con regole tramandate dalla loro fede e morale, ma affidate alla certezza dell’esistenza di “norme oggettive della moralità” che possono esser trovate in comune da tutti gli uomini cosi detti di buona volontà, affidandosi alla loro coscienza morale. Questa non è certo la voce della Chiesa Cattolica ma quella di Jean-Jacques Rousseau. E quando mai le “norme oggettive” della moralità sono state stabilite in questo modo, nella ricerca comune di tutti? Ma ciò che colpisce di più è la separazione, non certo conciliare, della morale dalla Rivelazione cadendo nel ritenere che le norme oggettive vengano in realtà ad essere poste dalla coscienza personale e quindi soggettive”. E come è possibile un ordine “oggettivo” da parte di uomini con concezioni morali non solo diverse ma persino opposte? E come potrebbe costruirsi una vita sociale in comune con tali basi di “etica della situazione”? E già si insinua il dubbio che la Rivelazione non si sarebbe conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo, ma sotto la continua azione dello Spirito maturerebbecontinuamente nel tempo senza la logica della non contradditorietà. Viene qui profetico l’intervento di Benedetto XVI nel dicembre del 2005 sull’interpretazione del Concilio Vaticano II. nella continuità dinamica della Tradizione e non nella discontinuità.

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