giovedì 11 giugno 2015

Viaggio apostolico a Sarajevo

Viaggio apostolico a Sarajevo (Bosnia ed Erzegovina) di
 Papa Francesco
Penso utile riportare alcuni interventi magisteriali, pastorali del Santo Padre a cominciare dal mattino del 6 giugno  con il saluto ai giornalisti: “Sarajevo è chiamata la Gerusalemme dell’Occidente, è una città di culture religiose, ed etniche tanto diverse; è anche una città che ha sofferto tanto nella storia e adeso è in un bel cammino di pace.
E’ per parlare di questo che io faccio il viaggio: come segno di pace e come preghiera di pace”.
E nell’incontro con le autorità: “”E’ per me motivo
di gioia trovarmi in questa città che ha tanto sofferto per i sanguinosi conflitti del secolo scorso e che è tornata ad essere luogo di dialogo e pacifica convivenza. E’ passata da una cultura dello scontro, della guerra, a una cultura dell’incontro.
Sarajevo e la Bosnia ed Erzegovina rivestono uno speciale significato per l’Europa e per il mondo intero. Da secoli in questi territori sono presenti comunità che professano religioni diverse e appartengono a diverse etnie e culture, ciascuna delle quali è ricca delle sue peculiari caratteristiche e gelosa delle sue specifiche tradizioni, senza che questo abbia impedito per lungo tempo l’instaurarsi di relazioni reciproche amichevoli e cordiali.
Anche la stessa struttura architettonica di Sarajevo ne porta visibili e consistenti tracce, perché nel suo tessuto urbanistico sorgono, a breve distanza una dall’altra, sinagoghe, chiese e moschee, tanto che la città ricevette l’appellativo di “Gerusalemme d’Europa”. Essa infatti rappresenta un crocevia di culture, nazioni e  religioni; e tale ruolo richiede di costruire sempre nuovi ponti e di curare e restaurare quelli esistenti, perché sia assicurata un’agevole, sicura e civile comunicazione.
Abbiamo bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che ci unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti. E’ necessario un dialogo paziente e fiducioso, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui.
In tal modo, anche le gravi ferite del recente passato possono essere rimarginate e si può guardare al futuro con speranza affrontando con animo libero da paure e rancori i quotidiani problemi che ogni comunità civile è chiamata ad affrontare”.
Papa Francesco ha ricordato la visita di San Giovanni Paolo II 18 anni fa dopo la firma degli Accordi di Pace di Dayton: “E’ però importante non accontentarsi di quanto finora realizzato, ma cercare di compiere passi ulteriori per rinsaldare la fiducia e creare occasioni di accrescere la mutua conoscenza e stima. Per favorire questo percorso sono fondamentali la vicinanza – la vicinanza! – e la collaborazione della Comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea, e di tutti i Paesi e le Organizzazioni presenti e operanti sul territorio della Bosnia ed Erzegovina.
La Bosnia ed Erzegovina è infatti parte integrante dell’Europa; i suoi successi e i suoi drammi si inseriscono a pieno titolo nella storia dei successi e dei drammi europei, e sono nel medesimo tempo un serio monito a compiere ogni sforzo perché i processi di pace avviati diventino più solidi e irreversibili.
In questa terra, la pace e la concordia tra Croati, Serbi e Bosgnacchi, le iniziative volte ad accrescerle ulteriormente, le relazioni cordiali e fraterne fra musulmani, ebrei e cristiani e alter minoranze religiose, rivestono un’importanza che va ben al di là dei suoi confini. Esse testimoniano al mondo intero che la collaborazione tra varie etnie e religioni in vista del bene comune è possibile, che un pluralismo di culture e tradizioni può sussistere e care vita a soluzioni originali ed efficaci dei problemi, che anche le ferite più profonde possono essere sanate da un percorso che purifichi la memoria e dia speranza per l’avvenire. Io ho visto oggi questa speranza in quei bambini che ho salutato all’aereo porto – islamici, ortodossi, ebrei, cattolici e altre minoranze – tutti insieme, gioiosi! Questa è la speranza! Facciamo la scommessa su questo.
Abbiamo tutti bisogno, per opporci con successo alla barbarie di chi vorrebbe fare di ogni differenza l’occasione e il pretesto di violenze sempre più efferate, di riconoscere i valori fondamentali della comune umanità, valori in nome dei quali si può e si deve collaborare, costruire e dialogare, perdonare e crescere, permettendo all’insieme delle diverse voci di formare un nobile e armonioso canto, piuttosto che urla fanatiche di odio.
I responsabili politici sono chiamati al nobile compito di essere i primi servitori delle loro comunità con un’azione che salvaguardi in primo luogo i diritti fondamentali della persona umana, tra i quali spicca quello della libertà religiosa. In tal modo sarà possibile costruire, con concretezza d’impegno, una società più pacifica e giusta, avviando a soluzione, con l’aiuto di ogni componente, i molteplici problemi della vita quotidiana del popolo.
Perché ciò avvenga è indispensabile l’effettiva uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e nella sua attuazione, qualunque sia la loro appartenenza etnica, religiosa e geografica: così tutti indistintamente si sentiranno pienamente partecipi della vita pubblica e, godendo dei medesimi diritti, potranno attivamente dare il loro specifico contributo al bene comune”.
E’ un orizzonte quello tracciato da Papa Francesco che pur muovendosi da un patrimonio di fede è comprensibile razionalmente  cui tutti si possono ritrovare e “la Chiesa Cattolica è partecipe attraverso la preghiera e l’azione dei suoi fedeli e delle sue istituzioni, all’opera di ricostruzione materiale e morale della Bosnia ed Erzegovina, condividendo le gioie e le preoccupazioni, desiderosa di testimoniare con impegno la sua speciale vicinanza verso i poveri e i bisognosi, mossa nel fare questo dall’insegnamento del suo divino Maestro, Gesù”.
Nell’incontro con i sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi in Cattedrale, dopo aver sentito le testimonianze di un  sacerdote, di una religiosa, di un religioso ha messo da parte il discorso preparato, sentendo il bisogno di parlare a braccio.
“Le testimonianze parlano da sole. E’ questa la memoria del vostro popolo! Un popolo che dimentica la sua memoria non ha futuro. Questa è la memoria die vostri padri e madri nella fede: qui hanno parlato solo tre persone, ma dietro di loro ci sono tanti e tante che hanno sofferto le stesse cose.
Care sorelle, cari fratelli, non avete diritto di dimenticare la vostra storia. Non per vendicarvi, ma per fare pace. Non per guardare a queste testimonianze come a una cosa strana, ma per amare come loro hanno amato. Nel vostro sangue, nella vostra vocazione, c’è la vocazione, c’è il sangue di questi tre martiri. E c’è il sangue e c’è la vocazione di tante religiose, tanti preti, tanti seminaristi. L’autore della Lettera agli Ebrei ci dice: Mi raccomando, non dimenticatevi dei vostri antenati, quelli che vi hanno trasmesso la fede; questi vi hanno trasmesso come si vive la fede. Lo stesso Paolo ci dice: “Non dimenticatevi di Gesù Cristo”, il primo Martire. E questi sono andati sulle tracce di Gesù.
Riprendere la memoria per fare pace. Alcune parole mi sono rimaste cuore. Una, ripetuta: “perdono”. Un uomo, una donna che si consacra al servizio del Signore e non sa perdonare, non serve. Perdonare un amico che ti ha detto una parolaccia, con il quale avevi litigato, o una suora che è gelosa di te, non è tanto difficile. Ma perdonare chi ti picchia, chi ti tortura, chi ti calpesta, chi ti minaccia con il fucile per ucciderti, questo è difficile. E loro lo hanno fatto, e loro predicano di farlo.
Un’altra parola che mi è rimasta è quella di 120 giorni del campo di concentramento. Quante volte lo spirito del mondo ci fa dimenticare questi nostri antenati, le sofferenze dei nostri antenati! Quei gironi sono contati, non giorno per giorno, ma per minuti, perché ogni minuto, ogni ora è una tortura. Vivere tutti insieme, sporchi, senza pasto, senza acqua, con il caldo o con il freddo, e questo per tanto tempo! E noi, ci lamentiamo quando abbiamo un dente che ci fa male, o che vogliamo la tv nella nostra stanza con tante comodità, e che chiaccheriamo della superiora o del superiore quando il pasto non è tanto buono…Non dimenticate, per favore, le testimonianze dei vostri antenati. Pensate a quanto hanno sofferto queste persone; penaste a quei sei litri di sangue che ha ricevuto il padre – il primo che ha parlato – per sopravvivere. E fate una vita degna della Croce di Gesù Cristo.
Suore, sacerdoti, vescovi, seminaristi mondani, sono una caricatura, non servono. Non hanno la memoria dei martiri. Hanno perso la memoria di Gesù Cristo crocifisso, l’unica gloria nostra….
Cercate il bene di tutti. Tutti hanno la possibilità, il seme del bene. Tutti siamo figli di Dio”.
Nel discorso preparato non è  mancato il riferimento alla Madonna, in una terra così prediletta da Lei: “La Vergine Maria è sempre accanto a noi .come madre premurosa. Lei è la prima discepola del Signore ed esempio di vita dedicata a Lui e ai fratelli. Quando ci troviamo in una difficoltà, o incontriamo una situazione di fronte alla quale sentiamo tutta la nostra impotenza, ci rivolgiamo a lei con fiducia di figli. E lei sempre ci dice – come alle nozze di Cana -:”Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Ci insegna ad ascoltare Gesù e seguire la sua Parola, ma con fede! Questo è il suo segreto, che come madre ci vuole trasmettere: la fede, quella genuina, tanto che ne basta una briciola per spostare le montagne”.
E alla Messa nello Stadio strapieno di Kosevo: “Nelle Letture bibliche che abbiamo ascoltato è risuonata più volte la parola “pace”. Parola profetica per eccellenza! Pace è il sogno di Dio, è il progetto di Dio per l’umanità, per la storia, con tutto il creato. Ed è un progetto che incontra sempre opposizione da parte dell’uomo e da parte del maligno. Anche nel nostro tempo l’aspirazione alla pace e l’impegno per costruirla si scontrano col fatto che nel mondo sono in atto numerosi conflitti armati. E’ una sorta di terza guerra mondiale combattuta “a pezzi”; e, nel contesto della comunicazione globale, si percepisce un clima di guerra.
C’è chi questo clima vuole crearlo e fomentarlo deliberatamente, in particolare coloro che cercano lo scontro tra diverse culture e civiltà, e anche coloro che speculano sulle guerre per vendere armi. Ma la guerra significa bambini, donne e anziani nei campi profughi; significa dislocamenti forzati; significa case, strade, fabbriche distrutte; significa soprattutto vite spezzate. Voi lo sapete bene, per averlo sperimentato proprio qui: quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore! Oggi, cari fratelli e sorelle, si leva ancora una volta da questa città il grido del popolo di Dio e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà: Mai più la guerra!
All’interno di questo clima di guerra, come un raggio di sole attraversa le nubi, risuona la parola di Gesù nel Vangelo: “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,)9. E’ un appello sempre attuale, che vale per ogni generazione. Non dice: “Beati i predicatori di pace”: tutti sono capaci  di proclamarla, anche in maniera ipocrita o addirittura menzognera. No. Dice: “Beati gli operatori di pace”, cioè coloro che la fanno. Fare la pace è un lavoro artigianale: richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Beati coloro che seminano pace con le loro azioni quotidiane, con atteggiamenti e gesti di servizio, di fraternità, di dialogo, di misericordia…Questi sì “saranno chiamati figli di Dio”, perché Dio semina la pace, sempre, dovunque; nella pienezza dei tempi ha seminato nel mondo il suo Figlio perché avessimo la pace! Fare la pace è un lavoro da portare avanti tutti i giorni, passo dopo passo, senza mai stancarsi.
E come si fa, come si costruisce la pace? Ce lo ha ricordato, in maniera essenziale, il profeta Isaia: “Praticare la giustizia darà pace” (32,17). “Opus iustitiae pax”…diventata un celebre motto adottato anche profeticamente dal Papa Pio XII. La pace è opera della giustizia. Anche qui: non una giustizia declamata, teorizzata, pianificata…ma la giustizia praticata, vissuta. E il Nuovo testamento ci insegna che il pieno compimento della giustizia è amare il prossimo come se stessi (Mt 22,39; Rm 13,9).
Quando, con la grazia di Dio, noi seguiamo questo comandamento, come cambiano le cose! Perché cambiamo noi! Quella persona, quel popolo, che vedevo come nemico, in realtà ha il mio stesso volto, il mio stesso cuore, la mia stessa anima. Abbiamo lo stesso Padre nei cieli. Allora la vera giustizia è fare a quella persona, a quel popolo, ciò che vorrei fosse fatto a me, al mio popolo (Mt 7,12).
San Paolo, nella seconda Lettura, ci ha indicato gli atteggiamenti necessari per fare la pace: “Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei confronti di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (3,12-13).
Ecco gli atteggiamenti per essere “artigiani” di pace nel quotidiano, là dove viviamo. Non illudiamoci però che questo dipenda solo da noi! Cadremmo in un moralismo illusorio. La pace è dono di Dio, non in senso magico, ma perché Lui, con il suo Spirito, può imprimere questi atteggiamenti nei nostri cuori e nella nostra carne, e fare di noi dei veri strumenti della sua pace. E, andando in profondità, l’Apostolo dice che la pace è dono di Dio perché è frutto della sua riconciliazione con noi. Solo se si lascia riconciliare con Dio, l’uomo può diventare operatore di pace.
Cari fratelli e sorelle, oggi domandiamo insieme al Signore, per intercessione della Vergine Maria, la grazia di avere un cuore semplice, la grazia della pazienza, la grazia di lottare e lavorare per la giustizia, di essere misericordiosi, di operare per la pace, di seminare la pace e non la guerra”.
Significativo anche l’Incontro Ecumenico e Interreligioso: “Vorrei specialmente ricordare, quale frutto di questo desiderio d’incontro e di riconciliazione, l’istituzione, nel 1997, del locale Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che raduna musulmani, cristiani ed ebrei. Mi rallegro per l’opera che il consiglio sta svolgendo con al promozione di diverse attività di dialogo, di coordinamento di iniziative comuni e il confronto con le Autorità statali. Il vostro lavoro è molto prezioso in questa regione, e a Sarajevo in particolare, crocevia di popoli e di culture, dove la diversità, se da un lato costituisce una grande risorsa che ha permesso lo sviluppo sociale, culturale e spirituale di questa regione, dall’altro è stata motivo di dolorose lacerazioni e sanguinose guerre.
Non è un caso che la nascita del Consiglio per il dialogo Interreligioso e le altre apprezzabili iniziative in campo interreligioso ed ecumenico siano avvenute alla fine della guerra, come una risposta all’esigenza di riconciliazione e di fronte alla necessità di ricostruire una società dilaniata dal conflitto. Il dialogo interreligioso, infatti, qui come in ogni parte del mondo, è una condizione imprescindibile per la pace, e per questo è un dovere per tutti i credenti (Evangelii gaudium 200).
 Il dialogo interreligioso, prima ancora di essere discussione su grandi temi della fede, è una “conversazione sulla vita umana”. In esso si condivide la quotidianità dell’esistenza, nella sua concretezza, con le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze; si assumono responsabilità comuni; si progetta un futuro migliore per tutto. Si impara a vivere insieme, a conoscersi e ad accettarsi nelle rispettive diversità, liberamente, per quello che si è. Nel dialogo si riconosce e si sviluppa una comunanza spirituale, che unifica e aiuta a promuovere i valori morali, i grandi valori morali, la giustizia, la libertà e la pace. Il dialogo è una scuola di umanità e un fattore di unità, che aiuta a costruire una società fondata sulla tolleranza e il mutuo rispetto.
Per questo motivo, il dialogo interreligioso non può limitarsi solo a pochi, ai soli responsabili delle comunità religiose, ma dovrebbe estendersi quanto più è possibile a tutti i credenti. Coinvolgendo le diverse sfere della società civile. E un’attenzione particolare meritano in tal senso i giovani, chiamati a costruire il futuro di questo Paese. Tuttavia, è sempre bene ricordare che il dialogo, per essere autentico ed efficace, presuppone una identità formata: senza identità formata, il dialogo è inutile o dannoso. Questo lo dico pensando ai giovani, ma vale per tutti”.
Ha concluso proponendo ecumenicamente una preghiera “All’Eterno, all’Unico e Vero Dio Vivente, al Misericordioso”.
E all’Incontro con i Giovani ha ricordato “la preziosa opera della scuole cattoliche, giustamente aperte non solo agli studenti cattolici, ma anche a quelli di alter confessioni cristiane e  altre religioni. Tuttavia, la Chiesa cattolica deve sentirsi chiamata ad osare di più, partendo dal Vangelo e spinta dallo Spirito santo che trasforma le persone, la società e la Chiesa stessa.
Anche a voi giovani spetta un compito decisivo nell’affrontare le sfide di questo nostro tempo, che sono certamente sfide materiali, ma prima ancora riguardano la visione dell’uomo….vi incoraggio a far emergere senza paura la forza che viene dal vostro essere persone e cristiani, dal vostro essere semi di una società più giusta, fraterna, accogliente e pacifica. Se vi lasciate plasmare da Lui, se vi aprite al dialogo con lui nella preghiera, con la lettura e la meditazione del Vangelo, diventerete profeti e testimoni di speranza…La fede cristiana ci insegna che siamo chiamati a un destino eterno, ad essere figli di Dio e fratelli in Cristo (1 Gv 3,1), ad essere creatori di fraternità per amore di Cristo…Dal vostro modo di amarvi e di impegnarvi tutti possano vedere che siete cristiani: i giovani cristiani della Bosnia ed Erzegovina! Senza paura; senza fuggire dalla realtà; aperti a Cristo e ai fratelli, Siete parte viva del grande Popolo che è la Chiesa: il Popolo universale, in cui tutte le nazioni e le culture possono ricevere la benedizione di Dio e trovare la via della pace. In questo Popolo ognuno di voi è chiamato a seguire Cristo e dare la vita per Dio e per i fratelli, nella strada che il signore vi indicherà, anzi, che vi indica! Giù oggi, adesso, il Signore vi chiama: volete rispondergli? Non abbiate paura. Non siamo soli! Siamo con il Padre celeste, con Gesù nostro Fratello e Signore, con lo Spirito santo; abbiamo la Chiesa e Maria per Madre. La Madonna vi protegga e vi dia sempre la gioia e il coraggio di testimoniare il Vangelo”.
In undici ore Papa Francesco ha dato un magistero completo non solo alla Chiesa in Bosnia ed Erzegovina ma a tutta la Chiesa.

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