lunedì 30 marzo 2015

Santa Messa nella Cena del Signore

Dall’"oggi" del Giovedì Santo Gesù Cristo ci ha donato se stesso nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue cui partecipare almeno ogni Domenica (Mi rifaccio all’Omelia di Benedetto XVI del 9 aprile 2009)
La liturgia del Giovedì Santo inerisce nel testo della preghiera la parola “oggi” cioè da quando per sempre ha donato se stesso a noi, sempre presente nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue per assimilarci a Lui nel suo amore come figli nel Figlio e quindi renderci fratelli. E almeno ogni Domenica come battezzati uniamo il nostro “oggi” con
l’”oggi” di quella sera. Come la Chiesa, alla luce del racconto dell’istituzione, delle parole della Scrittura, contemplando la continuità del farsi presente del Signore stesso che agisce nei sacramenti, lo memorizza?
Il racconto dell’istituzione comincia con un “qui” che aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, “…diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo”. Soltanto in tutta la preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale la Chiesa è in totale accordo con l’avvenimento del Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene descritto con le parole: “rese grazie con la preghiera di benedizione”. Il Signore ringrazia. Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un altro. Il Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, per riceverlo nuovamente da Lui benedetto e trasformato. Il pregare con le parole “offriamo”, “supplichiamo”, “chiediamo di accettare”, di “benedire queste offerte” si nasconde nella parola “eucaristia”.
La Chiesa orante guarda alle mani e agli occhi del Signore. Vuole quasi osservarlo, vuole percepire il gesto del suo pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di Gesù, per così dire, anche attraverso i sensi. !Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili…” Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito gli uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli uomini; alle mani, che sono state inchiodate alla Croce e che per sempre da Risorto porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire per l’umanità nel suo insieme per ciascuna persona in particolare. Ora siamo incaricati noi sacerdoti di fare sacramentalmente fino al suo ritorno glorioso ciò che Egli ha fatto: prendere nelle mani il pane perché mediante la preghiera eucaristica sia trasformato nella sua presenza. Nell’Ordinazione sacerdotale, le mani dei presbiteri sono state unte, affinché diventino la visibilizzazione della sua azione nei sacramenti, della sua benedizione continua, servano a rendere presente la sua bontà.
Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (Gv 17,1), il Canone prende le parole: “Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente…”. Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dal dare troppo peso alle cose del mondo, al già del non ancora, ad orientarci nella preghiera verso Dio non anteponendo nulla a Lui e così a risollevarci, chiedendo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano e non lascino entrare le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza, soprattutto non entri il male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma soprattutto preghiamo per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché diventiamo capaci di vedere al presenza di Dio nel mondo, affinché guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendolo  unito ai fratelli e sorelle, in particolare in coloro che hanno bisogno di noi, che sono in attesa della nostra parola, del nostro amore e della nostra azione.
Benedicendo, il Signore spezza poi il pane e lo distribuisce ai discepoli. Lo spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa dei suoi e dà loro ciò di cui hanno bisogno per la vita. Ma è anche il gesto dell’ospitalità con cui lo straniero, l’ospite viene accolto  nella famiglia e gli viene concessa ora partecipazione alla sua vita. Nel pane spezzato, il Signore distribuisce se stesso ai figli in Lui Figlio del Padre nello Spirito santo. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche alla sua morte, all’amore sino alla morte all’umanità e a ciascuno in particolare. Egli distribuisce se stesso, il vero “pane per la vita del mondo” (Gv 6,51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più profondo ha bisogno è la comunione con Dio stesso. Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma il pane, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso. Questa trasformazione, però, vuol essere l’inizio della trasformazione del mondo. Affinché diventi un mondo di risurrezione, un mondo di Dio. Sì, si tratta di trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono inizio nel pane, consacrato, trasformato, transustanziato.
Spezzare il pane è un gesto di comunione cioè unire attraverso il condividere. Nel gesto stesso si rivela l’intima natura dell’Eucarestia: essa è agape, è amore reso corporeo. Nella parola “agape” i significati di Eucaristia e amore si compenetrano. Nel gesto di Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua  radicalità estrema: Gesù si lascia spezzare come pane vivo. Nel pane distribuito riconosciamo il mistero del chicco di grano, che muore e così porta frutto. Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire (la Croce) del chicco di grano (l’Incarnazione) e proseguirà sino alla fine del mondo. Allo stesso tempo vediamo che l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica. E’ completa solo, se l’agape liturgica diventa amore nel quotidiano, vissuto di relazione. Nel culto cristiano le due cose diventano una – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale e il culto dell’amore nei confronti del prossimo. Con il Risorto che rende eucaristicamente  continuamente presente in tutti luoghi e in tutti tempi l’unico sacrificio della Croce avviene un’esplosione di luce, un’esplosione dell’amore che scioglie le catene del peccato e della morte, facendo crescere una nuova dimensione della vita e della realtà dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira  sé.
Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino. Il Canone romano qualifica il calice glorioso, che il Signore dà ai fedeli, alludendo con ciò al Salmo 23 (22), quel Salmo che parla di Dio come del Pastore potente e buono. Lì si legge: “Davanti a me tu prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici….Il mio calice trabocca”. Una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì, il Signore ci prepara la mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso – il calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti anelano – il calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze, amore sponsale: adesso è arrivata l’”ora”, alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo misterioso con Maria. Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste nozze si fondono nell’autodonazione sino alla morte di Dio che possiede un volto umano. Nelle parole dell’Ultima Cena di Gesù e nel Canone della Chiesa, il mistero solenne delle nozze si cela sotto l’espressione “Nuovo Testamento”. Questo calice è il nuovo testamento –“la nuova Alleanza nel mio sangue”, come Paolo riferisce la parola di Gesù sul calice (1 Cor 11,25). Il Canone romano aggiunge: “per la nuova ed eterna alleanza”, per esprimere l’indissolubilità del legame nuziale di Dio con l’umanità. Il motivo per cui le antiche traduzioni della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto che non sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova e antica Alleanza non è un atto di intesa tra due parti uguali, ma mero dono di Dio che ci lascia in eredità il suo amore divino – se stesso. E certo, mediante questo dono del suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende poi veramente “patner” e si realizza il mistero nuziale dell’amore.
Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo ascoltare ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato originario. Gli studiosi dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri di Israele, “ratificare un’alleanza” significa “entrare con altri in un legame basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed entrare così in una comunione di diritti l’uno con l’altro”. In questo modo si crea una consanguineità reale benché non materiale. I patner diventano in qualche modo “fratelli dalla stessa carne e dalle stesse ossa”. L’alleanza opera un insieme che significa pace. Possiamo adesso farci almeno un’idea di ciò che avvenne nell’Ultima Cena e che, da allora, si rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia almeno ogni Domenica in tutti i luoghi e in tutti i tempi? Dio, il Dio vivente, il Dio che possiede un volto umano stabilisce con noi una comunione di pace, anzi, Egli crea una “consanguineità” tra se e noi, e tra noi. Mediante l’incarnazione di Gesù (il chicco caduto in terra), mediante il suo sangue versato (muore) siamo stati tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio stesso, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. Il sangue di Gesù è il  suo amore, nel quale la vita divina e quella umana, il Dio che possiede un volto umano con l’incarnazione, sono divenute una cosa sola. Occorre pregare il Signore, affinché possiamo, con la luce dello Spirito santo, renderci sempre più coscienti della grandezza di questo mistero cioè di questa realtà divino-umana! La consapevolezza evangelica e l’accoglienza di fede sacramentale permette a Lui di sviluppare la sua forza trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei di Gesù, pervasi dalla sua pace e così anche in comunione gli uni con gli altri.
Ora, però emerge ancora un’altar domanda. Nel Cenacolo, Cristodmona ai discepoli il suo corpo e il suo sangue, cioè se stesso nella totalità della sua persona di Dio che possiede un volto umano. Ma può farlo? E’ ancora fisicamente presente in mezzo a loro, non è ancora morto e risorto, sta di fronte a loro! La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva annunciato precedentemenet nel discorso del Buon pastore: “Nessuno mi toglie la mia vita (la passione non è un incidente): io al do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo…” (Gv 10,18). Nessuno può toglierGli la vita: Egli la dà per liebra decissione. In quell’ora anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie in anticipo nella libertà del suo amore pieno. Egli dona la sua vita e la riprende nella risrrrezioen per poterla condividere per sempre con l’umanità nel suo isnieme e con ogni persona.
Signore questa sera, oggi come l’oggi dell’Ultima Cena Tu ci, mi doni la tua vita,ci doni te stesso. Penetraci con il tuo amore. Facci vivere nel tuo “oogi”. Rendici strumenti della tua pace.

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