lunedì 12 maggio 2014

Rifare la struttura dell'umano e quella culturale dle nostro Paese

“Come far sì che i nostri alunni cerchino e trovino la Verità nella Bontà e nella Bellezza? Come fondare la speranza di quel bene che la conoscenza della verità ci procura, sapendo che ci sono verità che interpellano l’uomo intero, non solo l’intelletto? Come insegnare a percepire la bellezza, a fare autentiche esperienze estetiche, di quelle che lasciano il segno rivelandoci il senso della nostra vita? Come insegnare ad accogliere senza paura la bontà che l’essere distribuisce a piene mani e a scoprire l’amore nella sua gratuità? (J.M. BergoglioLa Bellezza educherà il mondo, Bologna, 2014, 20-21)

Cari amici buonasera!

Prima di tutto vi ringrazio, perché avete realizzato una cosa proprio bella! Questo incontro è molto buono: un grande incontro della scuola italiana, tutta la suola: piccoli e grandi; insegnanti, personale non docente, alunni e genitori; statale e non statale… Ringrazio il Cardinale Bagnasco, il Ministro Giannini, e tutti quanti
hanno collaborato; e queste testimonianze, veramente belle, importanti. Ho sentito tante cose belle, che mi hanno fatto bene! Si vede che questa manifestazione non è “contro”, è “per”! Non è un lamento, è una festa! Una festa per la scuola.  Sappiamo bene che ci sono problemi e cose che non vanno, lo sappiamo. Ma voi siete qui, noi siamo qui perché amiamo la scuola. E dico “noi” perché io amo la scuola, io l’ho amata da alunno, da studente e da insegnante. E poi da Vescovo. Nella Diocesi di Buenos Aires incontravo spesso il mondo della scuola, e oggi vi ringrazio per aver preparato questo incontro, che però non è di Roma ma di tutta l’Italia. Per questo vi ringrazio tanto. Grazie!

Perché amo la scuola? Proverò a dirvelo. Ho un’immagine. Ho sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere. E ho l’immagine del mio primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. Lei mi ha fatto amare la scuola. E poi sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene! Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla. Questo è il primo motivo perché io amo la scuola.

Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere!  Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi pianopiano si approfondisce un indirizzo e ci si specializza. Ma se uno ha imparato a imparare, - è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: Don LorenzoMilani.

Gli insegnati sono i primi che devono rimanere aperti alla realtà – ho sentito le testimonianze dei vostri insegnanti; mi ha fatto piacere sentirli tanto aperti alla realtà – con la mente sempre aperta a imparare! Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno “fiuto”, e sono attratti  da professori che hanno un pensiero aperto, “incompiuto”, che cercano un “di più”, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti. Questo è uno dei motivi perché io amo la scuola.

Un altro motivo è che la scuola è un luogo di incontro. Perché tutti noi siamo in cammino, avviando un processo, avviando una strada. E ho sentito che la scuola . l’abbiamo sentito tutti oggi – non è un parcheggio. E’ un luogo di incontro nel cammino. Si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori, il preside incontra le famiglie, eccetera. E’ un luogo di incontro. E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per conoscerci, per amarci, per camminare insieme. E questo è fondamentale proprio nell’età della crescita, come un complemento alla famiglia. La famiglia è il primo nucleo di relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma a scuola noi “socializziamo”: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine, per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti. Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! Vi piace questo proverbio africano? Vi piace? Diciamolo insieme: per educare un figlio ci vuole un villaggio! Insieme! Per educare un figlio ci vuole un villaggio! E pensate a questo.

E poi amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla. E nell’educazione è tanto importante quello che abbiamo sentito anche oggi: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! Ricordatevelo! Questo ci farà bene per la vita. Diciamolo insieme: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Tutti insieme! E’ sempre più bella una sconfitta pulitache una vittoria sporca!

La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana.

In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male,anche in mezzo a problemi. La veraeducazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita!

E finalmente vorrei dire che nella scuola non solo impariamo a conoscere, contenuti, ma impariamo anche abitudini e valori. Si educa per conoscere tante cose, cioè tanti contenuti importanti, per avere certe abitudini e anche per assumere i valori. E questo è molto importante. Auguro a tutti voi, genitori, insegnanti, persone che lavorano nella scuola, studenti, una bella strada nella scuola, una strada che faccia conoscere le tre lingue, che una persona matura deve saper parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua della maniMa, armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che ti fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniosamente e insieme! Grazie ancora agli organizzatori di questa giornata e a tutti voi che siete venuti. E per favore…per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola! Grazie!” (Papa Francesco, Discorso al Mondo della Scuola Cattolica Italiana, 10 maggio 2014).

 L’incontro ha avuto il tono non di una manifestazione “contro”, un lamento per quello che non va, ma una festa “per” quello che la scuola è, che così dovrebbe essere cioè “una apertura alla realtà in tutti gli ambiti, in tutti gli aspetti cioè alla verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza; un’apertura al bene, al bello” e quindi a Dio e su questo cammino la Scuola Cattolica porta a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia e a trovare la via verso il futuro storico ed eterno. Papa Francesco ha sviluppato la scuola come apertura alla realtà in tutti gli aspetti cioè alla verità che libera dalla schiavitù dell’ignoranza, avvertendo però che “non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare l’impostazione”.”Per favore…per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola”.  Questo aspetto negativo dell’attuale situazione l’ha sviluppato il cardinale Bagnasco sia nel discorso di saluto e soprattutto nell’intervista al Corriere della Sera dell’11 maggio 2014.

Ha ricordato che “l’emergenza educativa è l’obiettivo pastorale del decennio per i vescovi italiani. Ed è sotto gli occhi di tutti. Vede come primi soggetti la famiglia, la Chiesa e la società nel suo insieme. Siamo tutti in emergenza, compresa la società. Dobbiamo non soltanto rifare le strutture scolastiche, ma soprattutto rifare la struttura dell’umano e la struttura culturale del nostro Paese. Che a mio avviso sta perdendo le proprie caratteristiche essenziali e storiche – ideali, valori, visione antropologica -, in nome di un mundialismo che è un valore solo se fa confluire e non azzerare tutte le identità culturali”. E’ il tentativo di una ragione – astorica che cerca di auto costruirsi soltanto in una razionalità a – storica: la sapienza dell’umanità come tale, la sapienza delle grandi tradizioni religiose è da valorizzare nella scuola come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Per Bagnasco “c’è un decadimento dell’identità culturale del nostro Paese. Ma dove va e finire il dialogo tra le culture, se si cammina verso l’omologazione? Si dialoga quando qualcuno ha da apportare qualcosa di proprio. Se invece si va verso un’uniformità che azzera le diverse identità, non si ha un arricchimento culturale e civile; si ha una poltiglia indistinta. E la causa più remota e più vera, al di là dei fattori che vengono indicati di solito, è una volontà precisa di azzeramento, di uniformità, di omogeneizzazione. Il risultato è un indebolimento delle persone e delle società”. Una “volontà precisa” da  parte “coloro che hanno interesse a che le società siano sempre più deboli, smarrite, quindi facili preda di interessi economici, politici, ideologici. Di fronte allo smarrimento e alla debolezza, chi è più forte e ha le idee più chiare ha buon gioco…Penso innanzitutto ai poteri economici e finanziari. Esistono centrali internazionali, forze e centri di potere più o meno chiari che non hanno nulla di istituzionale e nessuna legittimità democratica…Siamo di fronte a un’esplosione a catena. La violenza dilagante. La corruzione. Una società ha un suo volto; e il volto della società, come il volto di un uomo, è fatto anche di valori morali e di ideali alti. Il decadimento del quadro valoriale è concomitante con il forte  individualismo, dove l’io individuale diventa una prigione a se stesso, tagliando i ponti con gli altri e diventando così legge autoreferenziale. Il bene e il male, la verità e la menzogna sono giudicati solo in base al proprio giudizio individuale, a prescindere dal bene comune E il bene comune richiede sempre il sacrificio personale”.
Questo orizzonte l’aveva descritto Benedetto XVI al IV Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona il 19 ottobre 2006Aveva rilevato che anche l’Italia “partecipa di quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mente sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare”. Ideologicamente si riduce l’originaria apertura della ragione a tutti gli aspetti, a tutti gli ambiti  della realtà cioè alla verità, anima della scuola, a soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile e anziché per “educare ci vuole un villaggio” la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. “Così Dio viene escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenire superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura, che era una rivendicazione della centralità dell’uomo e della sua libertà. Nella medesima linea, l’etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e sulla direzione della nostra vita. Perciò questa cultura è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza”.
Bagnasco dice che “lo Stato democratico non deve pretendere il monopolio dell’educazione. Deve riconoscere la libertà e il diritto nativo dei genitori di educare i figli secondo le proprie visioni dentro un quadro generale garantito dallo Stato. Non a caso non si parla più di scuole private ma di Scuole paritarie”. La libertà di educazione non è un semplice valore ma con la vita e la famiglia uno dei tre principi non negoziabili. Oggi sono assolutamente necessari spazi di libertà educativa per rispondere al grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza come richiama spesso papa Francesco, in  cui i bambini e i giovani siano posti veramente davanti a delle proposte significative. “Come lei  - Bagnasco nel discorso di saluto – non si stanca di insegnarci, infatti, l’esistenza è un cammino e occorre mettersi in marcia, perché l’uomo non è un essere stanziale ma in movimento, continuamente chiamato a superare se stesso. Senza corrispondere a questa chiamata interiore. che definisce il fascino e l’esigenza della libertà umana, l’uomo non si compie e rischia di starsene immobile, rinchiudendosi progressivamente in se stesso, spegnendosi alla vita” e al dono della vita: l’Italia con il più basso tasso di natalità del mondo.. In questo momento la più grande rivoluzione da farsi in Italia è quella della scuola..
La Scuola Cattolica dovrebbe far proprio quello che Benedetto XVI ha detto a Verona: “Nell’attuale contesto umano e culturale, anzitutto in rapporto alla ragione che ha dato vita alle scienze moderne e alle relative tecnologie. Una caratteristica fondamentale di queste ultime èinfatti l’impiego sistematico degli strumenti della matematica per poter operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie. La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo con la celebraaffermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. E’ questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza”. E’ una prospettiva affascinante soprattutto per la Scuola Cattolica.

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