lunedì 24 marzo 2014

Siamo di fronte al rischio che è possibile solo la pastorale e non la dottrina

Il dramma nell’attuale egemonia culturale con la frattura fra Vangelo e cultura porta a ritenere che l’uomo non può conoscere ma solo interpretare. La metafisica è così sostituita dall’ermeneutica. In questo orizzonte storico  il Concilio Vaticano II si è proposto di superare il dualismo proponendo il connubio tra dogma, dottrina e pastorale, tra fede e ragione, tra esperienza sacramentale di Cristo e verità. Purtroppo con la sostituzione in teologia
dell’ermeneutica alla metafisica la fede non ha il servizio della verità della teologia e rischia di  non dare peso alla  conoscenza e di essere proposta solo come  esperienza di un soggetto che, essendo in essa coinvolto, non potrà arrivare a nessuna verità assoluta ma solo  ad interpretazioni soggettive. Nasce qui l’idea che è possibile solo la pastorale, solo il Kerigma e l’esperienza non in connubio con il dogma, la dottrina, con l’ontologia, con l’essere, la verità cioè il Catechismo della Chiesa.

Il magistero di Giovanni Paolo II, che nel 1979 a Puebla, contrappose la Dottrina sociale della Chiesa allaermeneutica dell’analisi marxista di una teologia della liberazione e di Benedetto XVI che lo farà adAparecida nel 2007 con la Conferenza presieduta dal cardinale Bergogliola Dottrina sociale è inserita nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Ma questo pastoralmente non è ancora significativamente avvenuto e l’Evangelii gaudium di Papa Francesco, riaffermando “l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”, il diritto dei vescovi “di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone”, e che “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sociale”  ripropone, alla luce dell’Evangelii nuntiandi, l’evangelizzazione della cultura e delle culture. “Non ci si deve attendere – scrive Papa Francesco nella Evangelii gaudium – che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione: non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana”.
Per renderci conto di quetso imperante, dittatoriale relativismo riteniamo utile proporre una Conferenza, organizzata dall’ Associazione Verità e Vita su “La difesa della vita umana”  del dott. Stefano Fontana tenuta a Bologna il 15 marzo 2014  nel Convento di San Domenico.

“Durante il pontificato di Giovanni Paolo II era emersa la linea del rilancio della Dottrina Sociale della Chiesa e, contemporaneamente, del suo strutturale collegamento con il tema della difesa della vita. L’enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995) doveva essere intesa come un’enciclica sociale. Era la prima volta che, organicamente, si affrontava il tema dell’aborto e degli altri attentati alla vita umana come il principale problema sociale e politico e non solo come un problema morale personale. L’etica della vita – e il Vangelo della vita – diventavano così parte integrante dell’etica sociale e del Vangelo sociale. Il centro dell’Enciclica, da questo punto di vista, era il paragrafo 25 della stessa, dove si diceva che la società non è una massa di individui ammucchiati l’uno sull’altro ma è un tutto ordinato e il primo principio questo ordine è il rispetto per la vita nascente. Nasceva il concetto, se non l’espressione, dei principi non negoziabili, che del resto appartiene alla tradizione del diritto naturale cristiano.

Dicevo che nell’età di Giovanni Paolo II si era tentato il rilancio della Dottrina sociale della Chiesa nel suo insieme. Il Cardinale Woytjla già prima di diventare Papa aveva espresso, in una famosa intervista a Vittorio Possenti, la sua convinzione circa la necessità di questo rilancio. Poi, appena divenuto Papa, era andato a Puebla nel 1979 e lì contrappose la Dottrina sociale della Chiesa alla teologia della liberazione, come del resto farà molti anni dopo, precisamente nel 2007, Benedetto XVI ad Aparecida. Poi venne l’inserimento della Dottrina sociale nel Catechismo, quindi la Centesimus annus e poi l’esame di coscienza sulla DSC al giro di boa del millennio con la Tertio millennio adveniente e il compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Si può dire, però, che un vero rilancio della Dottrina sociale della Chiesa secondo le aspettative di Giovanni Paolo II non sia avvenuto. E non è quindi nemmeno avvenuto l’inserimento organico dentro la DSC del tema della vita come richiesto dalla Evangelium vitae.

Il tema della vita richiama immediatamente al problema dell’essere e richiede uno sguardo metafisico, anzi specificamente ontologico. Il tema della vita è un tema metafisico, anche se non solo. Un tempo questo sguardo ontologico era spontaneo nelle persone e nessuno metteva in dubbio che quanto riempiva la pancia di una donna gravida fosse un essere personale umano. Questo era dovuto al fatto che questo sguardo ontologico sulle cose appartiene al senso comune, è naturale e spontaneo. Non è una questione per studiosi. Un bambino, se non viene mentalmente traviato, è un filosofo realista. Ad un certo punto non è  più stato così. La vita ha continuato, naturalmente, ad interpellare il nostro sguardo ontologico, ma questo è stato mentalmente traviato e molti non sono più stati in grado di vedere in ciò che riempie la pancia di una donna gravida una persona umana.

Al criterio dell’essere si è costituito quello del soggetto e la visione del mondo realista è stata sostituita da quella costruttivista. Questa visione costruttivista ha molte varianti, tutte però hanno in comune l’idea che il soggetto che conosce è dentro il quadro che egli deve conoscere e, quindi, non può conoscere ma solo interpretare. La metafisica è così sostituita dall’ermeneutica. Questo è avvenuto anche per la fede, come dirò in seguito, che ha smesso di essere conoscenza ed è divenuta esperienza di un soggetto che, essendo in essa coinvolto, non potrà arrivare a nessuna verità assoluta ma solo ad interpretazioni. Nasce qui l’idea che è possibile solo la pastorale e non la dottrina. C’è stato quindi un progressivo declino della consapevolezza della ragione di conoscere l’essere, che spiega, anche se non giustifica, l’attuale situazione di smarrimento nichilista della ragione più volte messa in evidenza da Benedetto XVI. La natura, come una lingua che ci parla dicendoci chi siamo e, quindi, come dobbiamo vivere, non ha certo smesso di parlare, ma gli uomini non sono stati in grado di capirla. Il declino dello sguardo metafisico è la più grande sventura, sul piano culturale e delle idee, dell’umanità di oggi, come aveva ben diagnosticato la Fides et ratio (14 settembre 1998). Senza questo sguardo metafisico non è possibile difendere la vita e non è possibile parlare di Dottrina sociale della Chiesa. Anzi, nemmeno di Dottrina (nemmeno di Sacramento).

La fede cattolica porta dentro di sé una metafisica. Quando Leone XIII volle rispondere al mondo moderno che estrometteva Dio dagli Stati cristiani rilanciò la metafisica con la Aeterni Patris e impostò la Dottrinasociale della Chiesa con la Rerum novarum e le altre encicliche sociali. Ed è questo che il tema della difesa della vita ricorda non solo alla Dottrina sociale della Chiesa ma alla Chiesa stessa circa la sua fede. La fede cattolica o riguarda l’essere o non è. I dogmi cattolici dichiarano una dimensione ontologica, altrimenti sono formulazioni mitiche o indicazioni operative. I dogmi cattolici esprimono un piano dell’essere, il piano soprannaturale a noi partecipato per i meriti di Cristo. Tale piano soprannaturale completa e quindi prevede quello naturale. I dogmi cattolici hanno bisogno quindi che la fede sia intesa come conoscenza e che essa presupponga  lo sguardo ontologico come propria grammatica. Perone come grazia, nuova creatura, sacramenti, peccato, creazione, redenzione, comunione, transustanziazione, pentimento, perdono, giustificazione, anima, salvezza, Chiesa… o hanno un senso ontologico o non hanno senso. Solo l’essere conta. La fede non può essere solo esperienza, ossia solo esistenza. Sarebbe una patina superficiale che non trasforma il nostro essere. Il battesimo è sì un incontro, ma è prima di tutto una nuova dimensione dell’essere in cui siamo assunti. Cristo non sta “nei nostri cuori”, siamo noi che “stiamo” – in tutto il nostro essere – in Cristo. Cristo, con la sua morte e risurrezione, non ha dato una pennellata di colore al mondo come si fa con le pareti di una casa, lo ha ri – creato. Lo ha rimesso a posto nel suo essere.

La Dottrina cattolica svela l’essere della vita cristiana. Senza dottrina non vediamo l’essere e senza essere non c’è dottrina. Quando non viene percepita l’importanza della dottrina significa che non viene percepito che la fede cattolica è una proposta che riguarda il nostro essere e che viene espressa nei dogmi. La dottrina non può cambiare. I dogmi riguardano l’essere e l’essere non muta. La fede non è sentimento, autocoscienza, esistenza, prassi. La fede è uno “stare” perché riguarda l’”essere”. La fede non è ricerca ma possesso. Non è domanda ma risposta. La sua figura adatta è la contemplazione prima che l’azione. Infatti, come l’essere prevale sul niente, lo stare prevale sul divenire, l’identità sulla molteplicità e il contemplare sull’agire. Quanto non si radica nell’essere, prima o dopo non è. Quando la pastorale perde i contatti con l’ontologia si perde in dialogo sociologistico, nell’incontro esistenziale, nell’agire collettivo. Anticipare la pastorale rispetto alla dottrina è una rinuncia allo sguardo metafisico.

La vita richiama l’essere, la vita di fede richiama il nuovo piano dell’essere, ma anche la costruzione della società richiede uno stesso sguardo sull’essere, quello che ci mostra la società non come un mucchio di individui, per tornare all’esempio della Evangelium vitae, ma come un insieme ordinato. E’ vero che tale insieme ordinato si può vedere anche con la ragione, ma è altrettanto vero che solo la fede ci permette di mantenere lo sguardo fermo su di esso, perché lo vediamo come frutto del Creatore. Se oggi si accaniscono per demolire l’ordine naturale è per demolire quello soprannaturale. Se rifiutano che la ragione possa conoscere un ordine naturale è perché temono che essa, fatto questo passo, faccia anche l’altro verso il Fondamento. Non è la vita segno di contraddizione. E’ Dio. E se tante forze oggi sono mobilitate contro alvita è perché mobilitate contro Dio. E questo vale anche per la Dottrina sociale della Chiesa,, che viene spesso depurata dei suoi riferimenti alla centralità di Dio nella costruzione della società.

Da quanto è detto risulta che il matrimonio tra tema della vita e Dottrina sociale della Chiesa “s’ha da fare”. Come sono andate finora le cose ci interessa fino ad un certo punto. A noi interessa come stanno le cose, non come sono andate le cose. Da questo matrimonio dipende, umanamente parlando, anche le sorti della fede religiosa nel mondo di oggi, dipende il ruolo pubblico della religione, il rapporto tra fede e ragione perché o il mondo ha un senso oppure non si capisce perché Dio abbia voluto parlarci. Per aggiungere la sua opinione alle nostre opinioni?

Ecco come, nell’Evangelii gaudium al numero 213Papa Francesco descrive in modo completo e chiaro il principio non negoziabile della vita: “Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Oppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. E’ un fine in se stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo anche a partire dalla fede, “ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo” (Giovanni Paolo II, 30 dicembre 1988).

Nessun commento:

Posta un commento