lunedì 10 marzo 2014

Da trent'anni in tempo di misericordia

“Ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa di questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono proprio sicuro. Non è solo la Quaresima, noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso” (Papa Francesco ai Parroci di Roma)

“Quando insieme al cardinale Vicario abbiamo pensato a questo incontro, gli ho detto che avrei  potuto fare per voi una meditazione sul tema della misericordia. All’inizio della Quaresima riflettere insieme, come preti, sulla misericordia ci
fa bene. Tutti noi ne abbiamo bisogno. E anche i fedeli, perché come pastori dobbiamo dare tanta misericordia, tanta!

Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci fa rivolgere lo sguardo a Gesù che cammina per le città e i villaggi. E questo è curioso. Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse il senza tetto, perché era sempre sulla strada. La vita di Gesù era nella strada. Soprattutto ci invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di “compassione”, vedendo le folle, ne sentì compassione. Perché vede le persone “stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Abbiamo sentito tante volte queste parole che forse non entrano con forza. Ma sono forti! Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri…Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo…. e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili.

Allora comprendiamo che noi non siamo qui per fare un bell’esercito spirituale all’inizio della Quaresima, ma per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questonostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso.

1.      Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia

Questa è stata un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia. Pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor FaustinaKowalskapoi ha introdotto la festa della Divina Misericordia. Piano piano è avanzato, è andato avanti su questo.

Nell’Omelia per la Canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo. E guardando al futuro disse: “Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. E’ certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di Suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio”. E’ chiaro. Qui è esplicito, nel 2000, ma è una cosa che nel suo cuore maturava da tempo. Nella sua preghiera ha avuto questa intuizione.

Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il magistero della Chiesa! In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio non possiamo dimenticarle. E quella della divina misericordia è una di queste. E’ una consegna che lui ci ha dato, ma che viene dall’alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa, tener vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio  la scelta di restituire priorità al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia. Riconciliare, fare pace mediante il Sacramento, e anche con le parole, e con le opere di misericordia.

2.      Che cosa significa misericordia per i preti?

Mi viene in mente che alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono…”Ma Padre, perché Lei ce l’ha con i preti?”. Perché dicevano che io bastono i preti! Non voglio bastonare qui…Domandiamoci che cosa significa misericordia per un prete, permettetemi di dire per noi preti. Per noi, per tutti noi! I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le “viscere” di Dio, Isaia ne parla tanto: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, cioè verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura…Così a immagine del Buon pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti. Questo è un criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza. La prossimità e il servizio, ma la prossimità, la vicinanza!...Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto…In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere…Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio…Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, si può anche donarlo agli altri nel ministero. E vi lascio la domanda: Come mi confesso? Mi lascio abbracciare? Mi viene alla mente un grande sacerdote di Buenos Aires, ha meno di me, ne avrà 72…Una volta è venuto da me. E’ un grande confessore: c’è sempre la coda lì da lui…I preti, la maggioranza, vanno da lui a confessarsi…E’ un grande confessore. E una volta è venuto da me: “Ma Padre…”, “Dimmi”, “Io ho un po’ di scrupolo, perché io so che perdono troppo!”; “Prega…se tu perdoni troppo…” E abbiamo parlato della misericordia. A un certo punto mi ha detto:”Sai, quando io sento che è forte questo scrupolo, vado in cappella, davanti al Tabernacolo, e gli dico: Scusami, Tu hai la colpa, perché mi hai dato il cattivo esempio! E me ne vado tranquillo…” E’ una bella preghiera di misericordia. Se uno nella Confessione vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri.

Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti – mi permetto la parola – “asettici” quelli di “laboratorio”, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo pensarla come un “ospedale da campo”. Questo, scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un “ospedale da campo”. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, da problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa… Gente ferita dalle illusioni del mondo…Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia…Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. Per me  questo, in questo momento, è più importante. E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite…Mi viene in mente l’abitudine, per la legge mosaica, dei lebbrosi al tempo di Gesù, che sempre erano allontanati, per non contagiare…C’è gente che si allontana per la vergogna, per quella vergogna di non far vedere le ferite…E si allontano forse un po’ con la faccia storta, contro la Chiesa, ma nel fondo, dentro c’è la ferita…Vogliono una carezza! E voi, confratelli – vi domando – conoscete le ferite dei vostri parrocchiani? Le intuite? Siete vicini a loro? E’ la sola domanda.

3.      Misericordia significa né manica larga né rigidità
Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a noi preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella Confessione un sacerdote molto “stretto”, oppure molto “largo”, rigorista o lassista. E questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani solo apparentemente misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, sì, certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano…ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo!

Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi…Ma pensate a Pelagio e poi parliamo…Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della santità, la accompagna e la  fa crescere… Troppo lavoro per un parroco? E’ vero, troppo lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…

Per spiegarmi faccio anche a voi alcune domande che mi aiutano quando un sacerdote viene da me. Mi aiutano anche quando sono solo davanti al Signore!

Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? Ricordo che nei Messali antichi, quelli di un altro tempo, c’è una preghiera bellissima per chiedere il dono delle lacrime. Comincia così, la preghiera: “Signore, Tu che hai dato a Mosè il mandato di colpire la pietra perché venisse l’acqua, colpisci la pietra del mio cuore perché le lacrime….”: era così, più o meno, la preghiera. Era bellissima. Ma, quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino?...Il pianto del prete… Tu piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime?

Piangi per il tuo popolo? Dimmi, tu fai la preghiera di intercessione davanti al tabernacolo?

Tu lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato: “E se fossero meno? E se fossero 25? E se fossero 20?...” (Gen 18,22-23). Quella preghiera coraggiosa di intercessione…Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico, e pensiamo a piani pastorali, questo va bene, ma la stessa parresia è necessaria anche nella preghiera. Lotti con il Signore? Discuti con il Signore come ha fatto Mosè? Quando il Signore era stufo, stanco del suo popolo e gli disse: “Tu stai tranquillo…distruggerò tutti, e ti farò capo di un altro popolo”. “No, noSe tu distruggi il popolo, distruggi anche me!”. Ma questi avevano i pantaloni! E io faccio la domanda: Noi abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?

Un’altra domanda che faccio: la sera, come conduci la tua giornata? Con il Signore o con la televisione?

Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè, com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i malati? Sai accarezzarli, o ti vergogni di accarezzare un anziano?

Non avere vergogna della carne del tuo fratello. Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci ad “ogni carne” – questo Isaia. Non vergognarti della carne di tuo fratello. “Farci prossimo”: la prossimità, la vicinanza, farci prossimo alla carne del fratello. Il sacerdote e il levita che passarono prima del buon samaritano non seppero avvicinarsi a quella persona malmenata dai banditi. Il loro cuore era chiuso. Forse il prete ha guardato l’orologio e ha detto: “Devo andare alla Messa, non posso arrivare in ritardo alla Messa”, e se n’è andato. Giustificazioni! Quante volte prendiamo giustificazioni, per girare intorno al problema, alla persona. L’altro, il levita, o il dottore della legge, l’avvocato, disse: “No, non posso perché se io faccio questo domani dovrò andare come testimone, perderò tempo…”. Le scuse!...Avevano il cuore chiuso. Ma il cuore chiuso si giustifica sempre per quello che non fa. Invece il samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere nelle viscere, e questo movimento si traduce in azione pratica, in un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona.

Alla fine dei tempi, sarà ammesso a contemplare la carne glorificata di Cristo solo chi non avrà avuto vergogna della carne del suo fratello ferito ed escluso.

Io vi confesso, a me fa bene, alcune volte, leggere l’elenco sul quale sarò giudicato, mi fa bene: è in Matteo 25.

Queste sono le cose che mi sono venute in mente, per condividerle con voi. Sono un po’ alla buona, come sono venute…(Il cardinale Vallini: “Un bell’esame di coscienza”) Ci farà bene. (applausi).

A Buenos Aires – parlo di un altro prete – c’era un confessore famoso: questo era Sacramentino. Quasi tutto il clero si confessava da lui. Quando, una delle due volte che è venuto, Giovanni Paolo II ha chiesto un confessore in Nunziatura, è andato lui. E’ anziano, molto anziano…Ha fatto il Provinciale nel suo ordine, il professore…ma sempre confessore, sempre. E sempre aveva la coda, lì, nella chiesa del Santissimo Sacramento. In quel tempo, io ero Vicario generale e abitavo nella Curia, e ogni mattina, presto, scendevo al fax per guardare se c’era qualcosa. E la mattina di Pasqua ho letto un fax del superiore della comunità: “Ieri, mezz’ora prima della Veglia Pasquale, è mancato il padre Aristi, a 94 – o 96? – anni. Il funerale sarà il tal giorno…”. E la mattina di Pasqua  io dovevo andare a fare il pranzo con i preti della casa di riposo – lo facevo di solito a Pasqua -, e poi – mi sono detto – dopo pranzo andrò alla chiesa. Era una chiesa grande, molto grande, con una cripta bellissima. Sono sceso nella cripta e c’era la bara, solo due vecchiette lì che pregavano, ma nessun fiore. Io ho pensato: ma quest’uomo, che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires, anche a me, nemmeno un fiore… Sono salito e sono andato in una fioreria – perché a Buenos Aires agli incroci delle vie ci sono le fiorerie, sulle strade, nei posti dove c’è gente – e ho comprato fiori, rose…E sono tornato e ho incominciato a preparare bene la bara, con fiori…E ho guardato il Rosario che avevo in mano…E subito mi è venuto in mente – quel ladro che tutti noi abbiamo dentro, no? -, e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del Rosario, e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: “Dammi la metà della tua misericordia”. Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camice del Papa non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che sia avvicina alle ferite…

Se pensate, voi sicuramente ne avete conosciuti tanti, tanti, perché i preti d’Italia sono bravi. Sono bravi. Io credo che se l’Italia ancora è tanto forte, non è tanto per noi Vescovi, ma per i parroci, per i preti! E’ vero, questo è vero! Non è un po’ d’incenso per confortarvi, io sento così.

La misericordia. Pensate a tanti preti che sono in cielo e chiedete questa grazia! Che vi diano quella misericordia che hanno avuto con i  loro fedeli. E questo fa bene.

Grazie tante dell’ascolto e di essere venuti qui” (Papa Francesco, Ai parroci di Roma, 6 marzo 2014).

Scrivere questa meditazione di Papa Francesco ai parroci di Roma  ha fatto accadere in me, all’inizio della Quaresima, un forte esame di coscienza e riandare al Sinodo, all’Esortazione post- sinodale Riconciliazione e penitenza. E subito ho pensato a due interventi di due Vescovi per aiutare i fedeli a cogliere e accogliere con fede la sacramentalità del Successore di Pietro e quindi con entusiasmo anche l’attuale Dolce Cristo in terra che guida la Chiesa, il Vicario di Cristo per tutta la Chiesa: l’Arcivescovo di Ferrara – Comacchio, Mons. Luigi Negri e il Vescovo di Verona, mons. Giuseppe Zenti.

“Carissimi figli e figlie – Mons. Negri – come ho anticipato nel corso dell’ultimo incontro col clero diocesano, ritengo di dover levare la mia voce per denunciare un fenomeno gravissimo dal punto di vista ecclesiale.
La Chiesa e i cristiani non possono accettare quello che accade ogni giorno sotto i nostri occhi, ossia che la persona e il magistero del Papa diventino oggetto delle più svariate manipolazioni e delle più diverse interpretazioni e strumentalizzazioni.
Tra l’altro è del fatto evidente quali siano i contesti ideologici da cui muovono questi tentativi di ridurre il papa alle proprie visioni ideologiche e ai propri progetti socio – politici.

Il papa non è l’oggetto di nessuno, neanche della Chiesa. Il papa è una GRAZIA che si accoglie con la stessa profondità e immediatezza con cui si deve ricevere la grazia che è Cristo.
Nel Papa si rende presente il Signore nella sua realtà obiettiva, ecclesiale e sacramentale. Riconoscere la grazia significa, conseguentemente, corrispondervi con tutta l’intelligenza e l’affezione di cui siamo capaci.

Ho servito fedelmente sette Papi, da Pio XII all’attuale; nella prima parte della mia vita, come laico e docente universitario, identificando il mio servizio culturale come tentativo d i dare aiuto alle iniziative del Santo Padre, nel campo della cultura.

Ho poi servito i papi come presbitero, come docente universitario e, infine, come Vescovo.
Ho dato ad ogni Papa che ho incontrato e servito la totalità del mio cuore, della mia intelligenza e della mia capacità operativa.

Il pontificato di Francesco è una grande grazia e per questo dobbiamo mettere i nostri passi dietro i suoi,cercando di immedesimarci col suo magistero e di viverlo come direttiva della pastorale della diocesi.

Certo, il vanto della Chiesa è che la dipendenza frutta una creatività responsabile. Il magistero del Papa non si contesta, ma neanche si ripete semplicemente.
Il magistero del Papa diventa ipotesi di lavoro sulla propria vita personale e sulla propria attività pastorale.

Occorre dare un contributo responsabile e creativo a questo grande magistero che sta iniziando, per tutta la Chiesa: un cammino certo di approfondimento della tradizione e del suo riproporsi in modo attuale.
Questa sintesi di dipendenza e di creatività è l’esperienza che più lietamente si fa nella vita della Chiesa.
L’ho fatta e la faccio con grande volontà di immedesimazione con il santo padre Francesco e invito tutti i cristiani, e tutti gli uomini di buona volontà di questa nostra arcidiocesi, a vivere con me l’identificazione con il papa che ci renda una realtà ecclesiale viva, attiva e intraprendente.
Vi esorto tutti a non correre dietro alle interpretazioni, alle esegesi, ai gossip, agli scoop e ai segreti che, interessatamente, circondano la presenza e gli insegnamenti del Santo Padre.

Noi preferiamo seguire la fonte diretta.
Non le così  dette interpretazioni, o manipolazioni, di coloro che non intendono servire la Verità, o meglio intendono servire quella parte di verità che costituisce il contenuto della loro posizione ideologica, che viene spacciata come verità totale.
Così alla verità totale – che non ci sarebbe più, perché ci viene detto non c’è più un’unica verità – si sostituiscono le piccole verità e i piccoli interessi che finiscono per avere proditoriamente il peso della verità stessa.

Vi affido queste considerazioni che mettono in comune con voi la mia vita e il mio cammino ecclesiale, affinché, quasi come prosecuzione della lettera pastorale su cui state lodevolmente lavorando, possiate approfondire il senso della nostra vita di fede, che è drammaticamente libera e profondamente responsabile”.

Anche il vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti, nel ritiro quaresimale del clero, ha presentato, con un lungo intervento, “Lo stile di papa Francesco mappa per il ministero pastorale”. Ha rilevato che “entro i confini che vanno dalla modernità, agli inizi degli Anni sessanta del secolo scorso, fino ad oggi, non si può non riconoscere che si sono susseguiti sono stati davvero Papi della ProvvidenzaSenza retorica, si può affermare che ognuno è stato il Papa giusto al tempo giusto”E ha esemplificato da papa Giovanni XXIII   a papa Benedetto XVI.. Mons. Zenti osserva: “Verrebbe subito da osservare: se nel conclave del 2005 al posto di Joseph Ratzinger fosse stato eletto, ed era possibile, Mario Bergoglio, gli sarebbe stato possibile esprimersi fin da allora, mentre l’ondata mediatica di anticattolicesimo si stava raggrumando ed estendendo, con quella immediatezza che lo connota, o sarebbe stato costretto a contenerla? Il collegio dei Cardinali, sotto l’ispirazione dello Spirito, ha eletto Ratzinger, perché per la Chiesa di allora occorreva un martire della verità.
Per il tempo attuale della Chiesa, che ha bisogno di recuperare credibilità e fiducia a livello popolare e anche a livello mediatico culturale, Papa Bergoglio è il dono della Provvidenza, grazie alla sua personalità, alla sua storia e alle indicazioni fornite con autorevolezza dal collegio cardinalizio durante le sessioni preparatorie al Conclave, che hanno aperto alcune porte e hanno affidato al nuovo Pontefice alcune linee di intervento ormai maturate durante il pontificato di Papa Benedetto XVI.
La Chiesa proveniva da un periodo di turbolenze. Era stata infangata per i peccati anche di antica data, dei suoi membri, venuti alla luce magari per vendetta o per determinazione  di farla tacere su questioni etiche di grossa portata. Si respirava un’aria pesante come una cappa di piombo. Nel travaglio di una sofferenza umiliante, da venerdì e sabato santo, lo spirito stava predisponendo i tempi del rinnovamento. Papa Francesco sta incarnando questa sorta di “palingenesi”, cioè del rinnovamento sognato e invocato. Con uno stile inedito che diventa profezia per la Chiesa per vocazione di Gesù città sul monte, luce di verità per l’umanità, lievito della storia”.
Fatte queste premesse molto entusiaste, non richiamando anche i rischi come ha fatto mons. Negri, e ricordando che nella varietà di modi non vien meno lo strumento più grande del vero nella vita della Chiesa che è la sua stessa continuità di corpo vivo fin dagli Apostoli che si chiama Tradizione, è passato a descrivere tutti i tratti caratteristici di tale stile.

“1) Anzitutto Papa Francesco ama stare in mezzo alla genteCi sta a pieno suo agio. E’ il suo habitat. E in quel momento per così dire, si dimentica di essere in pubblico, sotto i riflettori dei media. Non si atteggia a idolo, nemmeno quando Piazza S.  Pietro traboccante lo acclama con ovazioni a ripetizione o si permettono il vezzeggiativo confidenziale “Francy”. Significativo ed emblematico quel grido da me udito: “Francesco, sei uno di noi”. Immerso nella folla come un pesce nell’acqua mai accetterebbe l’isolamento tipico del leader, nemmeno quello dell’abitazione. Preferisce lo stile del pastore che si lascia intridere vesti e pelle dell’odore del gregge. E questo in un tempo nel quale i grandi della terra, i governanti e quanti sono rivestiti di autorità vengono blindati dal contatto diretto con al gente. E’ la sua vita stare con la gente.

2) E a alla gente fa dono della sua straordinaria umanità, carica di empatia, di affettuosità, di passione per l’uomo nelle sue condizioni di fragilità. Guarda negli occhi. Sorride. Come riuscisse a entrare nell’animo di ognuno. Ha forte il senso della carne umana come luogo di incontro. Perciò bacia e abbraccia e a sua volta si lascia toccare, baciare e abbracciare. Il tutto con una naturalezza che commuove. Non esita a compromettersi, schierandosi dalla parte dei poveri e cercando di coinvolgere anche altri in questa sua predilezione.

3) Fa il possibile per farsi capire. Di conseguenza i suoi interventi non sono mai magniloquenti. Il suo è un eloquio semplice, colloquiale, carico di immagini plastiche che colpiscono e rimangono come sintesi di un discorso immediatamente comprensibile e capace di quella confidenza che si permette anche qualche battuta.

4) Nel dono della sua umanità si riscontra pura autenticità, nel senso più pregnante della parola, cioè trasparenza di Vangelo, anzi, di Gesù stesso di cui è un innamorato, fuor di misura. Gesù è la parola da lui più usata, come lo è stato per Paolo. A tutti vuole mostrare il Gesù che è in lui. E gli sta facendo bella figura. Gli sta facendo recuperare simpatia persino mediatica. Al punto che invece di fare un percorso a gincana per arrivare a proporre l’esempio di Gesù, parte dal suo esempio e ne fa inondare la vita di ognuno.

5) Il tutto avvolto da un’umiltà sincera che non teme di esporre anche le proprie fragilità bisognose della Misericordia di Dio e chiedere ovunque e da tutti, il dono della preghiera. Ed è quanto ha fatto fin dal suo primo impatto con al folla che gremiva Piazza S. Pietro la sera (12 marzo) della sua elezione a pontefice.

6) Umiltà tuttavia non significa nemmeno per lui annacquamento della propria identità. Papa Francesco con fatti non nasconde mai la sua forte identità di appartenenza: Proprio questa sua marcata identità gli consente di dialogare con chiunque, manifestando per tutti sommo e incondizionato rispetto, cogliendo in ognuno ciò che ritiene condivisibile.

7) Consequenziale allora appare l’altra qualità del suo stile: si muove da uomo libero, non condizionato e non condizionabile, né dai paludamenti sfarzosi, né da rigidi protocolli propri del cerimoniale che lo rendono visibilmente impacciato, né dalle convenienze attribuite ad un’alta personalità come quella di un Papa. Si muove dove lo porta il cuore. Con immediatezza.

8) Aggiungiamo un altro tassello al mosaico dello stile di Papa Francesco: egli proclama all’infinito, e ce la fa rispecchiare nel suo comportamento, la tenerezza misericordiosa del Vangelo, anche se i suoi interventi non sono tutta tenerezza e morbidezza. All’occorrenza affonda il bisturi. A tale riguardo è opportuno un chiarimento, benché sia tutto da discutere. Papa Francesco infinite volte fa appello alla Misericordia di Dio che non viene negata a nessuno. Non si tratta tuttavia di una Misericordia da carta da apparati che copre un muro fatiscente, ma di un intervento di restauro divino in chi ne è predisposto, anche se la sua condizione interiore è diroccata. Dio cioè risana nella verità, per riportare l’uomo  ad essere verità nella Verità. Certo, papa Francesco preferisce partire dalla persona umana, uomo o donna, dalla sua situazione concreta per farle balenare la grande opportunità di aprirsi alla Misericordia di Dio, più che dalla verità in sé. In altre parole, il binomio paolino “Verità nella Carità” (Ef 4,15) viene da lui pensato come “Carità nella Verità”, senza sconvolgerne il prodotto che è l’incontro con il Dio Amore – Verità. Cerco di chiarire ulteriormente questa precisazione. Il Dio dell’Amore ama a tal punto l’uomo da fargli dono del suo Figlio Crocifisso ed Eucaristia. Non è il Dio giudice che misura l’uomo in prima istanza sui parametri della fredda verità, bensì il Dio che si offre come Amore misericordioso risanante. e ciò fa capire e collega Amore e Verità).  Proprio perché ama l’uomo, attraverso l’elargizione assolutamente gratuita della sua Misericordia, lo riporta allo splendore della verità del suo essere. In effetti, solo l’amore di Dio è in grado di fare vero l’uomo. In definitiva papa Francesco sembra orientato a ricercare le vie efficaci perché la Verità raggiunga l’uomo, sotto il volto della Misericordia risanatrice e veritativa. Esattamente come fa un medico, al quale non basta aver assicurato ad un moribondo che sta guarendo. La dichiarazione in sé è assolutamente insufficiente. Lo deve risanare, con interventi adeguati, per poterlo dichiarare fuori pericolo, in via di guarigione e, finalmente, guarito. E’ questa la più gratificante delle soddisfazioni per un medico. Come lo è per Dio quando è riuscito a risanare il malato nello spirito, secondo l’aforisma di Gesù: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico…Io non  sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,12-13). Sotto questo profilo si comprende anche la sua presa di posizione nei confronti degli omosessuali, rilasciata nell’intervista: “Chi sono io per giudicare i gay?”. Lasciando in penombra la questione culturale che distingue gay da omosessuali (gli omosessuali sarebbero coloro che avvertono la tendenza all’omosessualità e magari la praticano mentre i gay sarebbero gli omosessuali che ostentano la loro omosessualità), sta di fatto che il Papa non esclude adl suo amore nessuno. Sull’esempio di Gesù accoglie qualsiasi persona per quello che è, senza sottoporla a giudizio. Del resto, chi può conoscere a fondo la storia delle persone, le ragioni che le hanno portate anche a sbagliare? Le persone non vanno mai giudicate e condannate. E’ il loro comportamento semmai che va giudicato: se conforme o no all’etica universale e alla morale rivelata, specialmente cristiana. Da questo punto di vista, se nessuno ha il diritto di giudicare un omosessuale, chiunque si appella all’etica e, in particolare, alla morale cristiana non può esimersi dal ritenere l’omosessualità come discordante e difforme dal progetto originario di Dio sull’uomo (cfr soprattutto primo capitolo della lettera ai Romani). Con tutto ciò, nessuna intolleranza e offesa nei confronti degli omosessuali.

9) Va da sé che, come i Gesuiti doc, non è un debole e facilmente manovrabile. E’ capace di decisioni nette e irreversibili. Sa dove vuole arrivare e quali strade percorrere, pur con al prudenza necessaria. Anche nell’ambito della riforma della Curia Vaticana, della Segreteria di Stato ai vari Dicasteri. Ci mette del suo. Si mette in prima fila. Vuol mostrare che la riforma della Chiesa può e deve partire dall’alto. E lui stesso si mette in gioco. Al punto che di fatto si presenta al naturale come l’icona di una Chiesa riformata. Cosa, del resto, che, salvo le doverose distinzioni, si è verificata anche per i papi suoi predecessori, la cui santità di vita è indiscussa. Tuttavia, e in ciò sta la vera novità, anche in forza degli impegni presi prima del Conclave e con l’aiuto degli otto Consiglieri, papa Francesco è seriamente intenzionato a riformare simultaneamente pure la CuriaVaticana. Impresa assai ardua se si pensa che i suoi responsabili, i suoi officiali, i suoi funzionari,risentono di un sistema più burocratico che pastorale, anche se molti di loro sono ottime persone. Con papa Francesco la riforma della Chiesa parte “in capite”, dalle stesse strutture chiamate a cambiare anima, da burocratica a pastorale appunto, per discendere poi “in membris”. Lui ne è il protagonista. Ed è seriamente intenzionato a portare a compimento questo obiettivo. Fa parte dei suoi convincimenti che tutto nell’ambito istituzionale deve essere a servizio del bene della Chiesa. Anche lo Jor che non può che essere trasparente e fedele al suo statuto epistemologico.

10) Bisogna riconoscere che il suo stile è gradito alla gente che lo approva  plebiscitariamente. Eccetto strane, anche se comprensibili, eccezioni e le lobby che poggiano il proprio impero sull’antivangelo della gioia, cioè sull’egoismo disumanizzante. In tal modo la Chiesa, impegnata con il suo Papa a prendere le distanze dalla mondanizzazione e a testimoniare uno stile di sobrietà solidale con le povertà, sta ritrovando ad essere guida di un umanesimo nuovo in Cristo, faro di civiltà in un tempo drammatico per l’umanità sostanzialmente senza punti di riferimento universalmente significativi, non solo con il suo alto magistero, che mai è venuto a mancare, ma soprattutto con l’esemplarità di vita evangelica di Papa Francesco, nel cui cono di luce intende trascinare l’intera Curia, sta interpellando e intercettando ricercatori di verità e di senso del vivere umano, mentre sta riaprendo le menti e i cuori anche dei lontani, sensibili comunque, e non allergici alle testimonianze di autenticità. Davvero Papa Francesco in questi dodici mesi di pontificato sta segnalandosi come il Papa della Provvidenza. Per la Chiesa e per l’umanità del nostro tempo. Con uno stile che un po’ alla volta sta interessando e coinvolgendo anche la Chiesanei suoi laici, nei suoi consacrati e nei suoi ordinati. Ne va della credibilità della nuova evangelizzazione”.

Mons. Giuseppe Zenti ha offerto, in questo lungo e prezioso intervento, le ragioni per cui per la nuova evangelizzazione il pontificato di Papa Francesco si sta rivelando una grande grazia. Dobbiamo mettere i nostri passi dietro i suoi, cercando di immedesimarci col suo magistero e di viverlo oggi come direttiva della pastorale della diocesi.
Certo – come precisa Mons. Negri -, il vanto della Chiesa è che la dipendenza frutta una creatività responsabile. Il magistero del Papa non si contesta, ma neanche si ripete semplicemente. Il magistero del Papa diventa ipotesi di lavoro sulla propria vita personale e sulla propria attività pastorale”.

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