lunedì 2 agosto 2010

Salmi: musica e liturgia

Musica e Liturgia

“Quale importanza si attribuisca alla musica nella religione biblica può facilmente dedursi dal fatto che la parola cantare (con i suoi derivati, per es. canto, ecc.) è una delle parole più usate nella Bibbia: nell’Antico Testamento il termine ricorre 309 volte, nel Nuovo Testamento 36 volte. Quando l’uomo entra in contatto con Dio, il semplice parlare non basta più. Vengono svegliati
ambiti della sua esistenza che diventano spontaneamente canto; anzi, ciò che è proprio dell’uomo non è sufficiente per ciò che egli deve esprimere, tanto che invita tutto il creato a diventare canto insieme con lui: “svegliati, mio cuore, svegliatevi arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora. Ti loderò tra i popoli, Signore, a te canterò inni fra le nazioni: grande fino ai cieli è il tuo amore e fino alle nubi la tua fedeltà” (Sal 57 (56), 9 – 11)…E nella poesia orante dei salmi tutta la gamma delle esperienze diventano preghiera e canto davanti a Dio. Lutto, lamento, anzi accusa, timore, speranza, fiducia, gratitudine, gioia – tutta la vita vi si riflette, così come essa si svolge nel dialogo con Dio (cioè nella preghiera). Colpisce il fatto che perfino il lamento in una situazione di emergenza senza via d’uscita si conclude quasi sempre con una parola di fiducia, con una anticipazione, per così dire, dell’azione salvifica di Dio. Per questo, in un certo senso tutti questi “canti nuovi” potrebbero definirsi come variazioni del canto di Mosé. Il cantare davanti a Dio si leva, da una parte, da una situazione di necessità dalla quale nessun potere terrestre può salvare, così che l’unico rifugio rimane Dio; dall’altra, viene anche dalla fiducia che resta consapevole, pur nell’estrema oscurità, che l’evento del Mar Rosso rappresenta una promessa, alla quale spetta l’ultima parola nella vita e nella storia…La prima menzione del cantare la troviamo nella Bibbia dopo il passaggio del Mar Rosso. Ora Israele è definitivamente liberato dalla schiavitù, ha esperimentato in maniera travolgente la potenza salvifica di Dio in una situazione disperata. Come Mosé ancora lattante venne tirato fuori dal Nilo e solo in tal modo ricevette realmente la vita, così Israele si sente ora, per così dire, tirato fuori dalle acque, libero, donato nuovamente a se stesso dalla stessa mano di Dio. La reazione del popolo all’evento fondamentale della salvezza è descritta nel racconto biblico con la frase: “Il popolo temette il Signore e credette in Mosé suo servo” (Es 14,31). Ma segue poi la seconda reazione, che scaturisce dalla prima con impeto spontaneo: “Allora Mosé e gli israeliti cantarono questo canto al Signore” (Es 15,1). Nella celebrazione della Veglia pasquale, i cristiani di anno in anno intonano questo canto, lo cantano in modo nuovo, come il loro canto, perché anch’essi sanno di essere stati “tirati fuori dalle acque” dalla potenza di Dio, liberati da Dio per la vera vita. L’Apocalisse di Giovanni estende ancora di più questo arco. Dopo che gli ultimi nemici del Popolo di Dio sono entrati sulla scena della storia – la trinità satanica, costituita dalla bestia, dalla sua immagine e dal numero del suo nome – e quindi, di fronte ad un tale strapotere, tutto per il santo Israele di Dio sembra perduto, al veggente viene donata la visione dei vincitori: “Stavano in piedi sul mare di cristallo. Hanno cetre divine e cantano il canto di Mosé, il servo di Dio, e il canto dell’Agnello” (Ap 15, 2-3). Il paradosso di allora si fa ancora più possente: non vincono le gigantesche bestie rapaci con il loro potere mediatico e la loro forza tecnologica; vince l’Agnello immolato. E così risuona ancora una volta definitivamente, il canto del servo di Dio, Mosé, che ora diventa il canto dell’Agnello.
Nel quadro di questa grande tensione storica si colloca il canto liturgico. Per Israele, l’evento salvifico presso il mare rimase sempre il motivo portante per la lode di Dio, il tema fondamentale del cantare davanti a Dio. Per i cristiani, la Risurrezione di Cristo, che era personalmente passato attraverso il “Mar Rosso” della morte, era sceso nel mondo delle ombre ed aveva sfondato le porte del carcere, era il vero esodo, che nel Battesimo diveniva una presenza sempre nuova: il battesimo è un essere coinvolti nella contemporaneità con la discesa di Cristo agli inferi e con la sua ascesa, in cui Egli ci accoglie nella comunione della nuova vita…il canto definitivamente nuovo è stato intonato, ma bisogna che tutte le sofferenze della storia siano ancora sopportate fino in fondo, tutto il dolore venga raccolto ed inserito nel sacrificio di lode, per essere trasformato in canto di lode” (Josph Ratzinger, Teologia della Liturgia, Libreria Editrice Vaticana, pp. 135 – 151)

E’ questo il cuore cui perennemente ispirarsi nel canto liturgico, cuore spesso in crisi con la chance costituita dalla creatività artistica e dall’accoglienza di melodie profane:oggi la musica non nasce e non si sviluppa più dalla preghiera e si allontana dalla liturgia. A questo punto, il Concilio di Trento è intervenuto nel conflitto culturale allora esploso. Ha ristabilito come norma della musica liturgica a servizio della parola, limitando con ciò in maniera sensibile l’uso degli strumenti musicali e chiarendo decisamente anche la differenza tra musica profana e musica sacra. Un secondo e analogo intervento fu quello di Pio X all’inizio del ventesimo secolo. L’epoca del barocco aveva riportato (in maniera diversa nell’ambito cattolico e in quello protestante) una sorprendente unità tra musica profana e musica per la liturgia, riuscendo di mettere al servizio della gloria di Dio tutto lo splendore della musica raggiunto in questo momento culminante della storia della civiltà (Bach o Mozart, ecc). Ma già con dei pericoli e Pio X ha cercato di eliminare l’elemento operistico dalla liturgia, dichiarando il canto gregoriano e la grande polifonia dell’epoca del rinnovamento cattolico (con Palestrina come figura simbolica di spicco) quale criterio della musica liturgica, che deve se stessa al culto.
Oggi, dopo la rivoluzione culturale degli ultimi decenni, ci si trova davanti a una sfida non inferiore a quella dei tre periodi di crisi: la tentazione gnostica originaria con il passaggio dalla sinagoga alla cultura greca, la crisi a cavallo del medioevo ed età moderna e la crisi all’inizio del ventesimo secolo. Oggi la Chiesa si trova davanti all’universalizzazione culturale e quindi al realizzarsi della inculturazione in modo da preservare l’identità di ciò che è originariamente e specificamente cristiano e dall’altro come sviluppare la sua universalità. Qui in Occidente si incontra da un lato la musica “pop”, che però non è più sostenuta dal “popolo” (pop), ma è correlata con il fenomeno della massa, viene prodotta su scala industriale e deve essere definita come un culto della banalità. La musica “rock”, invece, è espressione di passioni elementari, che nei festival rock hanno assunto carattere cultuale, ma nel senso di un contro – culto rispetto a quello cristiano.
Che cosa fare? Occorre recuperare i fondamenti interiori della musica sacra.  Joseph Ratzinger in Teologai della Liturgia (pp. 144  - 151) li riassume in triplice senso:
-         Essa si riferisce agli avvenimenti della’agire di Dio testimoniati dalla Bibbia e resi presenti nel culto – un agire che prosegue nella storia della Chiesa, ma ha il suo centro immutabile nella Pasqua di Gesù Cristo: Croce, Risurrezione, Ascensione.
-         Non sappiamo, da soli, come pregare, ma  lo Spirito intercede per noi”con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). Il pregare in genere e, in modo particolare, il dono che va oltre la parola e cioè quello del cantare e del suonare davanti a Dio, è dono dello Spirito, che è Amore, suscita in noi l’amore e così ci spinge a cantare.
-         Il Verbo fattosi carne in Cristo – il Logos – non è soltanto una forza che dà senso al singolo o anche alla sola storia, ma è il Senso creativo dal quale proviene l’universo e dal quale l’universo – il cosmo – è riflesso. Perciò questo Verbo ci conduce fuori dall’isolamento individualistico e inserisce nella comunione dei Santi che si estende al di là dei tempi e dei luoghi.
L’attuale contetso della nostra poca rappresenta indubbiamente una difficile sfida per la Chiesa e la cultura della liturgia. Ma, come in altre epoche difficili, non c’è motivo di scoraggiamento: c’è Lui, il Risorto con il dono del Suo Spirito.

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