martedì 17 agosto 2010

Martirio

Il martirio si fonda sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio d’amore supremo, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita veramente vita

Carissimi fratelli e sorelle, oggi, nella Liturgia ricordiamo santa Chiara, fondatrice delle Clarisse, luminosa figura della quale parlerò in una delle prossime Catechesi. Ma in questa settimana facciamo memoria anche di alcuni Santi martiri, sia dei primi secoli della Chiesa, come san Lorenzo,
Diacono, san Ponziano, Papa, e san Ippolito, Sacerdote; sia di un tempo a noi più vicino, coma santa Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, patrona d’Europa,  e san Massimiliano Maria Kolbe. Vorrei allora soffermarmi, brevemente sul martirio,forma di amore totale a Dio.
Dove si fonda il martirio? La risposta è semplice: sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo d’amore, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita (Gv 10,10). Cristo è il servo sofferente di cui parla il profeta Isaia (Is 52,13 – 15), che ha donato se stesso in riscatto per molti (Mt 20,28). Egli esorta i suoi discepoli, ciascuno di noi, a prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo sulla via dell’amore totale a Dio Padre e all’umanità: “chi non prende la propria croce e non mi segue – ci dice -, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10, 38 – 39). E’ la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare la vita (Gv 12, 24). Gesù stesso è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo. Il martire segue il Signore fino in fondo, accettando liberamente di morire per la salvezza del mondo, in una prova suprema di fede e di amore (Lumen gentium, 42).
Ancora una volta, da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda ed intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa ed ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte:  la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza ( 2 Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera,che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita,e in supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
Cari fratelli e sorelle, come dicevo mercoledì scorso, probabilmente noi non siamo chiamati al martirio, ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana e questo implica prendere la croce di ogni giorno su di sé. Tutti, soprattutto nel nostro tempo in cui sembrano prevalere egoismo e individualismo, dobbiamo assumerci come primo e fondamentale impegno quello di crescere ogni giorno in un amore più grande a Dio e ai fratelli per trasformare la nostra vita e trasformare così anche il nostro mondo. Per intercessione dei Santi e dei Martiri chiediamo al Signore di infiammare il nostro cuore per essere capaci di amare come Lui ha amato ciascuno di noi” (Benedetto XVI, Udienza Generale, 11 agosto 2010).

Il martirio cristiano è un lasciarsi assimilare completamente a quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme, senza escludere nessuno (“Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti” Mt 20,28; Mc 10,45); vita veramente vita offerta a noi (“Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue dimora in me e io in lui”:Gv 6,56); e vita offerta da noi a Cristo, affinché egli l’unicsa all’offerta della sua vita e la presenti al Padre.
Con la risurrezione è avvenuta la più grande “mutazione” della vita, il “salto decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova” e l’ingresso in un ordine decisamente diverso che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo. E’ il mistero della nostra salvezza, che trova nella risurrezione del Vero incarnato il suo compimento e insieme l’anticipazione e il pegno della nostra speranza, di quella speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto fino a consumare, dare la vita se certi che conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica e il rischio mortale del cammino. La cifra di tutto in Gesù e in noi è l’amore e soltanto nella logica dell’amore il martirio può essere vero, accostato e in qualche modo compreso: Gesù Cristo risorge dai morti perché tutto il suo essere fino al martirio della croce è perfetta ed intima unione con Dio, che è l’amore davvero più forte della morte. Egli era una cosa sola con la Vita indistruttibile e pertanto poteva donare la propria vita lasciandosi uccidere, ma non poteva soccombere definitivamente alla morte: in concreto nell’ultima Cena egli ha anticipato e accettato per amore la propria morte in croce, trasformandola così nel dono di sé, quel dono che ci dà la vita donandola, ci libera e ci salva.

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