martedì 17 agosto 2010

Intercomunione

Anche nella più povera chiesa di villaggio c’è l’intero mistero della Chiesa, il suo centro vivente, il Signore

“Nel Canone compaiono delle persone umane; ciò ha una ragione molto semplice. C’è un solo Cristo. Dovunque venga celebrata l’Eucaristia, là Egli è del tutto presente. Per questo, quando si compie la Celebrazione eucaristica, è presente anche nella più povera chiesa di villaggio l’intero mistero della Chiesa, il suo centro vivente, il Signore. Ma questo Cristo totale è anche, appunto,
uno solo. Perciò possiamo averlo insieme soltanto con tutti gli altri. Egli è lo stesso, qui a Roma, in America o in Australia o in Africa. Poiché è uno solo, possiamo riceverlo soltanto in unità. Se noi ci ponessimo contro l’unità, non potremmo più incontrarlo. Per tale motivo ogni Celebrazione eucaristica ha la struttura della comunione non solo con il Signore, ma anche con la creazione e con gli uomini di tutti i luoghi  e di tutti i tempi. Anche questo dovremmo tornare ad interiorizzare nuovamente nella nostra anima, che cioè non possiamo comunicare con il Signore, se non lo facciamo tra di noi: quando ci accostiamo a Lui, dobbiamo anche in modo nuovo andare incontro gli uni agli altri, diventare una cosa sola. Per questo motivo, non è soltanto una formalità, ma qualcosa d’intrinsecamente necessario, che nella Celebrazione eucaristica vengano nominati il Papa e il Vescovo. La Celebrazione eucaristica, infatti, non è solo un incontro tra cielo e terra, ma anche un incontro tra la Chiesa di allora e quella di oggi, incontro la Chiesa che è qui e quella che è là; essa presuppone l’entrare visibilmente nella sua unità visibile e nominabile. I nomi del Papa e del Vescovo indicano che noi celebriamo veramente l’unica Eucaristia di Gesù Cristo, Eucaristia che possiamo ricevere solo nell’unica Chiesa.
Emerge così un  dato: centro del Canone è il racconto della vigilia della passione di Gesù. Quando esso viene pronunciato, il sacerdote non racconta una storia passata, un semplice ricordo di allora, ma si realizza una presenza nel presente.Questo è il mio corpo” – lo si dice nell’oggi. Ma questa è una parola di Gesù Cristo. Nessun uomo può dirla da sé. Nessuno può da sé dichiarare il proprio corpo il corpo di Cristo, dichiarare nell’Io di Gesù Cristo questo pane suo corpo. Tale parola riferibile ad un “io” – “ il mio corpo” – la può dire soltanto Egli stesso. Se un uomo osasse dirla da sé, vedere il proprio “io” come l’”Io” di Cristo, ciò potrebbe essere solo una bestemmia. Nessuno può darsi da se stesso una tale autorizzazione; nessuno può conferirgliela; né può dargliela alcuna comunità. Essa può essere conferita solo per il tramite della Chiesa, universale, la Chiesa una ed intera alla quale il Signore ha consegnato se stesso. Per questo motivo la Messa ha bisogno di colui che non parla nel proprio nome, che non viene per proprio incarico, ma che rappresenta l’intera Chiesa, la Chiesa di tutti i luoghi e di tutti i tempi, che gli ha affidato ciò che essa ha ricevuto. Il fatto che la Celebrazione eucaristia è legata all’Ordinazione sacerdotale non è, come capita talvolta di sentire, un’invenzione della Chiesa, che in tal modo si arroga diritti di ogni genere e mette limiti allo Spirito. E’ una cosa che risulta dall’intima natura di questa parola che nessun uomo  ha il diritto di pronunciare per conto proprio; ne segue che questa parola può essere pronunciata solo nel Sacramento della Chiesa intera, nell’autorizzazione che essa possiede soltanto nella sua unità e totalità. Un tale ricevere in dono l’incarico, che la Chiesa intera nella sua unità ha ricevuto essa stessa, lo chiamiamo Ordinazione sacerdotale. In base a tutto questo, dovremmo cercare di trovare una nuova profonda venerazione per il mistero eucaristico. In esso accade qualcosa di più grande di ciò che noi possiamo dare. La sua grandezza non dipende dal nostro modo di configurarlo, ma tutti i nostri sforzi in tal senso possono essere soltanto un servire tale realtà grande che ci precede e che non siamo noi a creare. Dovremmo nuovamente imparare che l’Eucaristia non è mai l’opera di una sola comunità, ma che noi riceviamo dal Signore ciò che è donato all’unità della Chiesa. Mi commuovono sempre di nuovo quelle notizie provenienti dai campi di concentramento o dalle prigioni russe, dove le persone per settimane e mesi dovettero vivere senza l’Eucaristia e non ricorsero all’arbitrarietà di farsela da soli, ma celebrarono l’Eucaristia della nostalgia, nell’attesa desiderosa del Signore, che, solo, può donare se stesso. In tale Eucaristia del desiderio, essi divennero maturi in modo nuovo per il suo dono e lo ricevettero in maniera del tutto nuova, quando poi un sacerdote trovava da qualche parte un pezzo di pane e un po’ di vino.
In questa prospettiva dovremmo affrontare anche la questione dell’intercomunione con la dovuta umiltà e pazienza. Non spetta a noi comportarci come se ci fosse unità dove invece essa non è data. L’Eucaristia non è mai un mezzo che noi possiamo usare; essa è dono del Signore, il cuore stesso della Chiesa, di cui non possiamo disporre liberamente. Non si tratta qui di amicizie personali, di gradi soggettivi di fede, che noi comunque non possiamo misurare, ma dello stare nell’unità dell’unica Chiesa e della nostra umile attesa che Dio stesso voglia donarcela. Invece di fare qui esperimenti e togliere al mistero la sua grandezza, riducendolo ad uno strumento nelle nostre mani, dovremmo imparare anche noi a celebrare l’Eucaristia del desiderio e, nella comune preghiera e speranza, andare in modo nuovo incontro al Signore” (Joseph Ratzinger, Teologia della Liturgia, LEV pp.  371 – 373).

Per ogni Chiesa che prima aveva un parroco o comunque una regolare celebrazione eucaristica domenicale e ora non più, è più importante per essa riunirsi proprio lì ascoltando e celebrando la Parola di Dio ravvivando l’esperienza soggettiva dello stare insieme, che non approfittare della possibilità, di per sé esistente, di partecipare alla Celebrazione eucaristica oggettiva, sacramentale in una chiesa situata anche a qualche distanza? Certo ci sono elementi plausibili per lo stare insieme con il rischio di ritenere che l’assemblea sia più importante del Sacramento dell’Eucaristia anteponendo la condivisione vissuta soggettivamente alla realtà oggettiva sacramentale: ben presto chi vi partecipa si accorge di celebrare se stesso, senza ricevere nulla. Che non sia lecito ad un sacerdote celebrare di Domenica più di tre volte, non è una fissazione positiva del diritto canonico, ma corrisponde ai limiti di ciò che è realmente eseguibile. Questa è una disposizione dal punto di vista del celebrante; per quanto riguarda i fedeli bisogna porsi la questione della ragionevolezza delle distanze da superare e della raggiungibilità delle celebrazioni in tempi convenienti. L’essenziale è che si rispetti l’ordine giusto del grado di importanza e che la Chiesa non celebri se stessa, ma il Signore che essa riceve nell’Eucaristia – al quale va incontro nelle situazioni in cui la comunità senza sacerdote si protende verso il dono che Egli costituisce.

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