venerdì 12 marzo 2010

Sacerdozio e celibato

Vivere il proprio sacerdozio ministeriale nella totale adesione a Cristo e alla Chiesa
L’orizzonte dell’appartenenza ontologica a Dio costituisce la giusta cornice per comprendere e riaffermare, anche i nostri giorni, il valore del sacro celibato

“Il tema dell’identità sacerdotale (“Fedeltà di Cristo, Fedeltà del Sacerdote”), oggetto della vostra prima giornata di studio è determinante per l’esercizio del sacerdozio ministeriale nel presente e nel futuro. In un’epoca come la nostra, così “policentrica” ed incline a sfumare ogni tipo di concezione identitaria, da molti ritenuta contraria alla libertà e alla democrazia, è importante avere ben chiara la peculiarità teologica del Ministero ordinato per non cedere alla tentazione di ridurlo alle categorie culturali dominanti. In un contesto di diffusa secolarizzazione, che esclude progressivamente Dio dalla sfera pubblica, e, tendenzialmente, anche dalla coscienza sociale condivisa, spesso il sacerdote appare “estraneo” al sentire comune, proprio per gli aspetti più fondamentali del suo ministero, come quelli di essere uomo del sacro, sottratto al mondo per intercedere a favore del mondo, costituito, in tale missione, da Dio e non dagli uomini (Eb 5,1). Per tale motivo è importante superare pericolosi riduzionismi, che, nei decenni passati, utilizzando categorie più funzionalistiche che ontologiche (per cui l’ordinazione sarebbe grazia per le funzioni pastorali e non prioritariamente per l’essere, per il carattere, il sigillo sacramentale),hanno presentato il sacerdote quasi come un “operatore sociale”, rischiando di tradire lo stesso Sacerdozio di Cristo. Come si rivela sempre più urgente l’ermeneutica della continuità per comprendere in modo adeguato i testi del Concilio Ecumenico Vaticano II, analogamente appare necessario un’ermeneutica che potremmo definire “della continuità sacerdotale”, la quale partendo da Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, e passando attraverso i duemila anni della storia di grandezza e di santità, di cultura e di pietà, che il Sacerdozio ha scritto nel mondo, giunga fino ai nostri giorni.
Cari fratelli sacerdoti, nel tempo in cui viviamo è particolarmente importante che la chiamata a partecipare all’unico Sacerdozio di Cristo nel Ministero ordinato fiorisca nel “carisma della profezia”: c’è grande bisogno di sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini non soggetti ad effimere mode culturali, ma capaci di vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell’appartenenza a Dio è in grado di donare. Come il vostro Convegno ha ben sottolineato, oggi la profezia più necessaria è quella della fedeltà, che partendo dalla Fedeltà di Cristo all’umanità, attraverso la Chiesa e il Sacerdozio ministeriale, conduce a vivere il proprio sacerdozio nella totale adesione a Cristo e alla Chiesa. Infatti, il sacerdote non appartiene più a se stesso, ma, per il sigillo sacramentale ricevuto (CCC, nn. 1563), è “proprietà” di Dio. Questo suo “essere di un Altro” deve diventare riconoscibile da tutti, attraverso una limpida testimonianza.
Nel modo di pensare, di parlare, di giudicare i fatti del mondo, di servire e amare, di relazionarsi con le persone, anche nell’abito, il sacerdote deve trarre forza profetica dalla sua appartenenza sacramentale, dal suo essere profondo. Di conseguenza, deve porre ogni cura nel sottrarsi alla mentalità dominante, che tende ad associare il valore del ministro non al suo essere, ma alla sua funzione, misconoscendo, così, l’opera di Dio, che incide nell’identità profonda della persona del sacerdote, configurandolo a sé in modo definitivo (ibidem, n. 1583).
L’orizzonte dell’appartenenza ontologica a Dio costituisce, inoltre, la giusta cornice per comprendere e riaffermare, anche ai nostri giorni, il valore del sacro celibato, che nella Chiesa latina è un carisma richiesto per l’Ordine sacro (PO, 16) ed è tenuto in grandissima considerazione nelle Chiese Orientali (CCEO, can. 373). Esso è autentica profezia del Regno, segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore e alle “cose del Signore” (1 Cor 7,32), espressione del dono di sé a Dio e agli altri (CCC, n. 1579).
Quella del sacerdote è, pertanto, un’altissima vocazione, che rimane un grande Mistero anche per quanti l’abbiano ricevuta in dono. I nostri limiti e le nostre debolezze devono indurci a vivere e a custodire con profonda fede tale dono prezioso, con il quale Cristo ci ha configurati a Sé, rendendoci partecipi della sua Missione salvifica. Infatti, la comprensione del Sacerdozio ministeriale è legata alla fede e domanda, in modo sempre più forte, una radicale continuità tra la formazione seminaristica e quella permanente. La vita profetica, senza compromessi, con la quale serviamo Dio e il mondo, annunciando il Vangelo e celebrando i Sacramenti, favorirà l’Avvento del Regno già presente e la crescita del Popolo di Dio nella fede” (Benedetto XVI,Ai Partecipanti al Convegno promosso dalla Congregazione per il Clero, 12 marzo 2010).

Gli uomini e le donne del nostro tempo chiedono ai sacerdoti soltanto che siano fino in fondo sacerdoti e nient’altro. I fedeli laici possono trovare tante altre persone per ciò che umanamente hanno bisogno, ma solo nel sacerdote possono trovare quella Parola di Dio che deve essere sempre sulle sue labbra (PO, 4); la Misericordia del Padre, abbondantemente e gratuitamente elargita nel Sacramento della Riconciliazione; il Pane di Vita nuova, “vero cibo dato agli uomini”.
La mancanza di chiarezza rispetto al ministero ordinato nella Chiesa non è estranea alla crisi vocazionale degli ultimi anni. Là, dove mantenendo la dottrina cattolica del catechismo della Chiesa Cattolica e dle suo Compendio, si offrono ai giovani ambiti per l’incontro con Cristo nella preghiera liturgica e personale, normalmente sorgono le vocazioni per il sacerdozio ministeriale. E la dottrina sull’ordinazione sacerdotale riservata agli uomini deve essere tenuta in modo definitivo perché “è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale” (Giovanni Paolo II, Motu proprio Ad tuendam fidem,  18- V – 1998).

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