martedì 7 luglio 2009

Caritas in veritate

“Caritas in veritate” è il contributo della Chiesa alla creazione di un equilibrio fra progresso e morale

“La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera. L’amore – “caritas” – è una forza straordinaria, che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo della giustizia e della pace. E’ una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta. Ciascuno trova il suo bene aderendo al progetto che Dio ha su di lui, per realizzarlo in pienezza: in tale progetto infatti egli trova la sua verità ed è aderendo a tale verità che egli diventa libero (Gv 8,22). Difendere la verità, proporla con umiltà e convinzione e testimoniarla nella vita sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa, infatti, “si compiace della verità” (1 Cor 13,6). Tutti gli uomini avvertono l’interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, poiché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell’amore e della verità e si svela in pienezza l’iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la verità.

La carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa. Ogni responsabilità e impegno delineati da tale dottrina sono attinti alla carità che, secondo l’insegnamento di Gesù, è la sintesi di tutta la Legge (Mt 22,3640). Essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro – relazioni:rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro – relazioni: rapporti sociali, economici, politici. Per la Chiesa – ammaestrata dal Vangelo – la carità è tutto perché come insegna san Giovanni (1 Gv 4,8.16) e come ho ricordato nella mia prima Lettera enciclica, “Dio è carità”: dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende. La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza.

Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata incontro, con il conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a interpretare e a dirigere le responsabilità morali…La verità va cercata, trovata ed espressa nell’”economia” della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità…La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l’intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione. Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che priva di respiro umano e universale…Nell’attuale contesto sociale e culturale, in cui è diffusa la tendenza a relativizzare il vero, vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una buona società e di un vero sviluppo umano integrale” (Benedetto XVI, Caritas in veritate, paragrafo 1, 2,3,4).

La parola “morale”comincia lentamente a riacquistare un posto di rilievo per cui “l’amore nella verità – caritas in veritate – è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante…” (n. 9). L’umanità oggi corre il rischio di essere distrutta dall’interno, dal suo stesso declino morale. Tuttavia, invece di lottare contro questa malattia potenzialmente morale che dissolve le essenze umane essa fissa, come ipnotizzata, il pericolo esterno, nucleare o di altre armi micidiali per le esistenze o di abuso dell’ambiente, che è solo un effetto secondario della sua malattia morale interiore che di conseguenza prima di distruggere le esistenze distrugge le essenze come l’amore, la giustizia, la verità, i valori sociali.

Ora, tutti ci rendiamo conto che il valore attribuito alla competenza tecnica, all’efficienza è del tutto sproporzionato rispetto alla scarsa attenzione rivolta verso “criteri orientativi dell’azione morale” (n.6). Oggi sappiamo molto di più in merito a come si costruiscono le bombe rispetto a come giudicare se sia morale o meno usarle. Questo squilibrio a discapito della morale è la questione fondamentale del nostro tempo. Perciò la Chiesa stessa potrà sopravvivere solamente se sarà in condizione di aiutare il genere umano a superare questo momento difficile. Per fare ciò, deve porsi come autorità morale, e lo deve fare in due modi:

- deve offrire dei modelli,

- deve ridestare la volontà e la capacità delle persone di aderire a tali modelli.

“Ne desidero – Benedetto XVI in Caritas in veritate – richiamare due in particolare, dettati in special modo dall’impegno per lo sviluppo in una società in via di globalizzazione: la giustizia e il bene comune (cioè di ogni persona esistente che Dio ama). La giustizia anzitutto. Ubi societas, ibi ius: ogni società elabora un proprio sistema di giustizia. La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso “donare” all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro” (n.6).

Però quando consideriamo il contributo che la Chiesa può dare alla creazione di un equilibrio fra il progresso e la morale, la materia prima di cui l’uomo anche attualmente dispone per la propria esistenza e per la realizzazione di un futuro in cui valga la pena essere delle persone, ci rendiamo conto che la Chiesa non è una sorta di club per la soddisfazione di bisogni ideali in ambito sociale o personale. Vediamo al contrario che essa svolge una funzione essenziale proprio nel cuore delle tensioni che la società sta attraversando. “La complessità e gravità dell’attuale situazione economica giustamente ci preoccupa, ma dobbiamo assumere con realismo, con fiducia e speranza le nuove responsabilità a cui richiama lo scenario di un mondo che ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale della riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente” (n. 21). La Chiesa offre le sorgenti della conoscenza morale e delle loro problematiche di fronte alla povertà del mondo moderno al riguardo: la sua mancanza di idee di fronte alla questione morale, l’insufficiente sviluppo della ragione morale se paragonato alla ragione speculativa. Ma la Chiesa non è, innanzitutto, una sorta di “istituzione morale”: questo è il modo in cui si è cercato di descriverla e di giustificare la sua esistenza all’epoca dell’illuminismo e in Italia dell’idealismo gentiliano. Ciò nonostante, è vero che essa ha a che fare con le risorse morali dell’umanità di fronte alla deregolamentazione del lavoro che rischia di condurre le persone al degrado umano, di fronte all’urgenza di eliminare lo scandalo della fame nel mondo come imperativo etico e via unica per salvaguardare la pace e la stabilità del pianeta, di fronte ad una economia di mercato che non funziona senza forme interne di solidarietà, di sussidiarietà e di fiducia, di fronte ad una impresa che non può ridursi all’interesse dei proprietari come merce di cui disporre senza assumere responsabilità sociali, perché l’autorità politica vada distribuitasi in piani diversi, perché la crescita demografica non impedisca lo sviluppo occorre un’apertura responsabile alla vita, perché la natura non sia considerata né un tabù intoccabile e né si debba abusarne, perché la globalizzazione vada governata da un’autorità organizzata in modo sussidiario e divisa in vari livelli decisionali, perché l’attuale emigrazione vada governata, come ogni fenomeno della globalizzazione, ma senza dimenticare mai i diritti umani, per i nuovi compiti dei sindacati che devono strutturarsi per affrontare i problemi del mercato globale e tutelare anche i non iscritti, perché la finanza appiattita sul breve termine, senza regole morali e che ha funzionato male, abbia operatori che riscoprano il fondamento etico della loro attività a sostegno del vero sviluppo. E qui Benedetto XVI nel primo capitolo riprende il magistero di Paolo VI nella Populorum progressio, nell’Humanae vitae, nell’Evangelii nuntiandi.

Possiamo vedere che la fede non solo professata, celebrata, pregata ma vissuta dalla Chiesa è in accordo con le principali tradizioni religiose e morali dell’umanità su diversi punti, in grado di instaurare un vero dialogo, in questo momento di globalizzazione, con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a poter rispondere alle domande fondamentali sul senso religioso e sulla direzione della nostra vita. La fede cristiana crede che solo Dio possa essere la misura di ogni uomo, e che solo la volontà divina possa imporsi in modo incondizionato su ogni uomo che, comunque ridotto è contrassegnato da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza. Crede inoltre che la rivelazione di Dio che possiede un volto umano in Gesù Cristo che ci ha amato sino alla fine, ogni persona e l’umanità nel suo insieme, ci collochi entro un modello di vita comunitaria basato su un di noi, il cui orizzonte globale e la cui direzione non possono essere spiegate in termini di sola volontà umana.

Chiaramente ogni cattolico guarda a questo noi ecclesiale – le cui consuetudini nella continuità del popolo di Dio ebraico - cristiano - costituiscono la sorgente più vicina alla conoscenza morale – non semplicemente come alla società in cui vive, ma come a una nuova società, che può essere spiegata solo attraverso la rivelazione e che trascende tutte le società locali (è “cattolica”), subordinandole fin dal Sinai, da Gesù Cristo ai dettami della volontà divina che sono rivolti a tutte loro.

E’ impossibile una morale soltanto in una razionalità a-storica e storicamente possiamo indicare quattro sorgenti della morale.

- il comportamento morale deve rendere giustizia alla verità. In questo senso la realtà – e la ragione, che conosce e spiega la realtà – è senza dubbio un’insostituibile sorgente della morale.

- Seconda sorgente è la coscienza.

- Terza sorgente è la saggezza della tradizione, incarnata in un “noi” vivente, una comunità attiva che per il cristiano si realizza concretamente nella nuova comunità della Chiesa.

- Tutte queste sorgenti conducono alla vera morale solo quando sia presente la volontà di Dio. Infatti, in ultima istanza, solo la volontà di Dio può stabilire i confini far ciò che è bene e ciò che è male, che è qualcosa di diverso dal confine fra ciò che è utile o meno o fra ciò che è dimostrato e ciò che è ignoto. La Chiesa cattolica vede un’importante conferma del suo insegnamento nel fatto che, al suo interno, questi elementi si compenetrano e si illuminano vicendevolmente. Il suo insegnamento consente alla coscienza di esprimersi. La coscienza è ritenuta valida proprio perché incorpora l’intima verità delle cose in accordo con la realtà, che è, in definitiva, la voce del Creatore.

Questi tre elementi – oggettività, tradizione e coscienza – rimandano in successione ai comandamenti divini. Questi comandamenti, da un lato, costituiscono il fondamento della dottrina sociale della Chiesa: formano le coscienze e rendono la realtà intelligibile; d’altro lato, poiché essi corrispondono alla realtà così come è percepita dalla coscienza, possono da parte loro essere confermati quali autentiche rivelazioni della volontà divina.

Così conclude Benedetto XVI ai nn. 78 e 79

Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del Signore Gesù Cristo che ci fa consapevoli: “Senza di me non potete far nulla” (Mt 28,20). Di fronte alla vastità del lavoro da compiere, siamo sostenuti dalla fede nella presenza di Dio accanto a coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la giustizia. Paolo VI ci ha ricordato nella Populorum progressio che l’uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo. Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremmo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso Dio apre alla disponibilità verso i fratelli, verso una vita intesa come compito solidale e gioioso. Al contrario la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all’Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile – nell’ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell’ethos – salvaguardandoci dal rischio di divenire prigionieri delle mode del momento. E’ la consapevolezza dell’Amore indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi, nell’incessante perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. L’amore di Dio ci chiama d uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò che aneliamo. Dio ci dà la forza di lottare di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande.

La sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo riferirci al suo amore. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace”.

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