giovedì 14 maggio 2009

Mosè

Guardare con fede e speranza al futuro che Dio ha in serbo per noi e per il mondo intero

“E’ giusto che il mio pellegrinaggio abbia inizio su questa montagna, dove Mosè contemplò da lontano la Terra Promessa. Il magnifico scenario che ci si apre dinanzi dalla spianata di questo santuario ci invita a considerare come quella visione profetica abbracciava misteriosamente il grande piano della salvezza che Dio aveva preparato per il suo Popolo.

Nella Valle del Giordano, infatti, che si snoda sotto di noi, nella pienezza dei tempi Giovanni Battista sarebbe venuto a preparare la via del Signore. Nelle acque del Giordano Gesù, dopo il battesimo ad opera di Giovanni, sarebbe stato rivelato come Figlio diletto del Padre e, dopo essere stato unto di Spirito Santo, avrebbe inaugurato il proprio ministero pubblico. Fu ancora dal Giordano che il Vangelo si sarebbe diffuso, dapprima mediante la predicazione stessa e i miracoli di Cristo, e poi, dopo la risurrezione e l’effusione dello Spirito a Pentecoste, mediante l’opera dei suoi discepoli sino ai confini della terra.

Qui, sulle alture del Monte Nebo, la memoria di Mosé ci invita ad “innalzare gli occhi” per abbracciare con gratitudine non soltanto le opere meravigliose di Dio nel passato, ma anche a guardare con fede e speranza al futuro che egli ha in serbo per noi e per il mondo intero” (Benedetto XVI, Discorso al memoriale di Mosé sul Monte Nebo, 9 maggio 2009).

 

L’antica tradizione del pellegrinaggio ai luoghi santi ci ricorda l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo

Come Mosè, anche noi siamo stati chiamati per nome, invitati a intraprendere un quotidiano esodo dal peccato e dalla schiavitù verso la vita e la libertà, e ci viene data un’incrollabile promessa per guidare il nostro cammino.

Nelle acque del Battesimo siamo passati dalla schiavitù del peccato ad una nuova vita dalla quale emerge un mondo nuovo, che penetra continuamente nel nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé e quindi ad una nuova speranza. Tutto ciò avviene concretamente nella comunione della Chiesa, Corpo di Cristo, nella quale noi pregustiamo la visione della città celeste, la nuova Gerusalemme, nella quale Dio sarà tutto in tutti. Da questa santa montagna Mosè orienta il nostro sguardo verso l’alto, verso il compimento di tutte le promesse di Dio in Cristo. Le azioni che si sono svolte nell’Antico Testamento si fondano su una azione futura cioè il compimento in Cristo, ed è solo a partire da questa che possono essere comprese in maniera adeguata

Mosè contemplò la Terra Promessa da lontano, al termine del suo pellegrinaggio terreno. Il suo esempio ci ricorda che anche noi facciamo parte del pellegrinaggio senza tempo del Popolo di Dio lungo la storia. Sulle orme dei Profeti, degli Apostoli e dei Santi, siamo chiamati a portare avanti la missione del Signore, a rendere testimonianza al Vangelo dell’amore e della misericordia universali di Dio. Come cristiani siamo chiamati a cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana della nostra vita, ciò che lo Spirito santo ha intrapreso in noi col Battesimo: siamo chiamati infatti a divenire donne e uomini nuovi, per poter essere veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la quale viviamo.

Noi siamo chiamati ad accogliere la venuta del regno di Cristo presente là dove Lui è amato e  dove il suo amore ci raggiunge e quindi mediante la nostra carità, il nostro servizio ai poveri ed i nostri sforzi di essere lievito di riconciliazione, di perdono e di pace nel mondo che ci circonda. Sappiamo che, come Mosè, non vedremo il pieno compimento del piano di Dio nell’arco della nostra vita. Eppure abbiamo piena fiducia che, facendo la nostra piccola parte, nella fedeltà alla vocazione che ciascuno ha ricevuto, contribuiremo a rendere diritte le vie del Signore e a salutare l’alba del Suo Regno. Sappiamo che Dio, il quale ha rivelato il proprio nome a Mosè come promessa che sarebbe stato sempre al nostro fianco (Es 3,14), ci darà la forza di perseverare in gioiosa speranza anche tra sofferenze, prove e tribolazioni.

Sin dai primi tempi i cristiani sono venuti in pellegrinaggio ai luoghi associati alla storia del Popolo eletto, agli eventi della vita di Cristo, che si riattualizzano nell’incontro liturgico, sacramentale con Lui risorto e della Chiesa nascente. Questa grande tradizione, che il pellegrinaggio di Benedetto XVI intende continuare e confermare, è basato sul desiderio di vedere, toccare e assaporare in preghiera e in contemplazione, i luoghi benedetti della presenza  fisica, terrena del nostro salvatore, della sua Madre benedetta, degli Apostoli e dei primi discepoli che lo videro risorto dai morti. “Qui – ha constatato Benedetto XVI -, sulle orme degli innumerevoli pellegrini che ci hanno preceduto lungo i secoli, siamo spinti, quasi come in una sfida, ad apprezzare più pienamente il dono della nostra fede e a crescere in quella comunione che trascende ogni limite di lingua, di razza e di cultura. L’antica tradizione del pellegrinaggio ai luoghi santi ci ricorda inoltre l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo. Sin dagli inizi, la Chiesa in queste terre ha commemorato nella propria liturgia le grandi figure dell’Antico Testamento. Possa l’odierno nostro incontro ispirare in noi un rinnovato amore per il canone della Sacra Scrittura e il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra Cristiani ed Ebrei, nel rispetto reciproco e nella cooperazione al servizio di quella pace alla quale la Parola di Dio ci chiama!”.

Tutte le parole della Scrittura sono parole d’uomo e devono in prima istanza essere interpretate come tali; e tuttavia esse, per ebrei e cristiani, poggiano su una “Rivelazione”, esse sono toccate cioè da una “esperienza” di Dio che oltrepassa largamente la riserva d’esperienza personale dell’autore. Nelle parole umane allora e adesso, per ebrei e cristiani, è Dio che parla, a da qui si manifesta l’inadeguatezza costitutiva della parola concreta in rapporto alla realtà da cui proviene. Nel linguaggio teologico odierno si è soliti chiamare la Bibbia “la Rivelazione”. Ciò non sarebbe mai venuto in mente agli antichi. La Rivelazione è un processo dinamico tra Dio e l’uomo, che diviene realtà di nuovo e solo nell’incontro. La parola della Bibbia testimonia la Rivelazione; ma non la contiene in modo tale da poterla esaurire in se stessa e da poterla mettere in tasca come un oggetto. La Bibbia testimonia la Rivelazione; ma il concetto di Rivelazione in quanto tale la oltrepassa. In pratica ciò vuol dire che un testo può significare molto di più di ciò che il suo autore stesso era in grado di pensare. Il singolo testo contiene un sovrappiù di senso, che va al di là del suo contesto storico immediato; perciò è possibile ricomprenderlo in un nuovo contesto storico e situarlo in complessi significativi più vasti: è il diritto alla rilettura. Questa è la ragione per cui la totalità della Scrittura ha il proprio valore secondo il principio dell’analogia Scripturae. Separato dall’Antico, il Nuovo testamento scompare automaticamente; infatti, come suggerisce il suo stesso titolo( “Nuovo Testamento”), esso agisce solo in grazia di questa unità. In un secondo tempo del processo interpretativo, occorre vederli anche nella totalità dello svolgimento storico, a partire dall’evento centrale che è Cristo. Ecco l’unità dei due Testamenti che ispira un rinnovato amore per il canone della Sacra Scrittura ed il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra Cristiani ed Ebrei, nel rispetto reciproco e nella cooperazione al servizio di quella pace alla quale la comune Parola di Dio ci chiama!

“Cari amici – ha concluso Benedetto XVI, - riuniti in questo santo luogo, eleviamo gli occhi e i cuori al Padre. Mentre ci apprestiamo a recitare la preghiera insegnataci da Gesù, invochiamolo perché affretti la venuta del suo regno, così che possiamo vedere il compimento del suo piano di salvezza e sperimentare, insieme con san Francesco e tutti i pellegrini che ci hanno preceduto segnati con il segno della fede, il dono dell’indicibile pace – pax et bonum – che ci attende nella Gerusalemme celeste”. 

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