lunedì 6 aprile 2009

La fede a rischio

Nel nostro tempo in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi

“La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: “Tu…conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). Nel nostro tempo in cui vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma quel Dio che ha parlato sul Sinai (l’Io sono cioè l’Essere che esiste da se stesso, tutto in atto, fondamento dell’atto d’essere di ogni ente che viene all’esistenza, come hanno argomentato i filosofi dell’interrogarsi greco); a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (Gv 13,1) – in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce riveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre più.
Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani – per l’ecumenismo – è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessita che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni egli altri, per andare insieme, pur nella loro diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce – è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come amore “sino alla fine”(per ogni singolo e per l’umanità nel suo insieme) deve dare testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia – è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est” (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi, 10 marzo 2009).

Per approfondire questo passaggio centrale sulla situazione, e quindi sull’indirizzo pastorale, sulla missione della Chiesa Cattolica oggi come Benedetto XVI la propone all’episcopato può essere utile rifarci a una monumentale intervista dell’allora cardinale Joseph Ratzinger rilasciata il 3 ottobre 2003 al giornale cattolico “Die Tagespost” in rapporto immediatamente alla situazione della Chiesa in Germania, ma estensibile, con accentuazioni diverse, a tutta la Chiesa di fronte al mondo d’oggi.

I caratteri distintivi dell’attuale crisi di fede
La fede di ogni singolo credente, dato il carattere non spettacolare, non costrittivo con cui Dio, che è amore, si rapporta sempre con ogni essere intelligente e libero – un rapporto spettacolare, costretto non è più un rapporto di amore – ha sempre avuto le sue difficoltà e i suoi problemi, i suoi limiti e le sue dimensioni. Su questo non possiamo meravigliarci. Ma nella situazione spirituale di base nel mondo contemporaneo è avvenuto qualcosa di diverso dal passato. Fino all’illuminismo, e anche oltre, era comune, condivisa, questa certezza: il mondo in relazione d’origine e di destinazione a Dio era trasparente, era in qualche modo evidente che ogni essere dono rimanda al Donatore divino, ad un’unica intelligenza, al Logos creatore, fonte della corrispondenza fra nostra intelligenza soggettiva e quella oggettiva della natura: era condiviso e quindi cultura che il mondo stesso con tutto ciò che contiene – il creato con la sua ricchezza, ragionevolezza e bellezza – rispecchi uno Spirito creatore, riconducendo ad esso la nostra intelligenza e la nostra libertà vincendo la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità. E da tutti questi spiragli scaturiva l’evidenza di fondo che Dio stesso parla a noi nella Bibbia, che in essa Egli ci ha rivelato il suo volto, il suo Tu, il suo amore per ogni uomo e finalmente Dio ci viene incontro nella via umana del volto di Cristo, con tutte le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana nella via verso il futuro. Mentre allora vi era, per così dire, un presupposto comune per aderire in qualche modo alla fede cioè l’originario senso religioso – con tutti i limiti e le debolezze umane – e occorreva, per non credere, realmente una consapevole ribellione contro il senso della vita cioè il senso religioso che illumina la storia, dopo l’illuminismo culturalmente è tutto cambiato: oggi l’immagine del mondo come essere dono del Donatore divino è esattamente capovolta. Tutto, così sembra, viene spiegato materialmente; l’ipotesi di Dio, come disse già Laplace alla domanda di Napoleone “ e Dio nel tuo progetto scientifico e tecnico di progresso dove lo collochi?”, non è più necessario; tutto viene spiegato tramite fattori materiali. Così Dio è stato sempre più escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui è diventata sempre più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo, con un autentico capovolgimento del punto di partenza della modernità, una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. L’etica viene ricondotta entro i confini della dittatura del relativismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con tutte le tradizioni religiose dell’umanità: non sia quindi in grado di instaurare un vero dialogo con le altre culture, nelle quali la dimensione religiosa, soprattutto nell’islamismo, è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso e la direzione della nostra vita. Perciò questa cultura, che tende alla globalizzazione, è contrassegnata da una profonda carenza, ma anche da un grande e inutilmente nascosto bisogno di speranza.
L’Evoluzione è diventata la nuova divinità. Non vi è alcuna transizione in cui si debba ricorrere a un essere creatore – al contrario: l’introduzione di questo si rivela ostile ad ogni certezza scientifica ed è pertanto qualcosa di insostenibile.
Parimenti, ci è stata strappata di mano la Bibbia nella sua origine divina ridotta come un prodotto la cui origine può essere spiegata con metodi storico – critici, che in ogni passo riflette situazioni storiche e che non ci dice proprio ciò che credevamo di poter trarre da essa, ma che deve essere stato tutt’altra cosa: i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo a motivo della sfiducia riguardo alla possibilità, per ogni uomo, di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine. In una tale situazione generale, dove la nuova autorità – che viene ritenuta “scienza” – interviene e dice l’ultima parola e dove perfino la cosiddetta divulgazione scientifica si dichiara da se stessa “scienza”, è molto più difficile conservare il concetto di Dio nettamente distinto dalla natura, dal mondo che Egli ha liberamente creato con una chiara distinzione tra “fisica” e “metafisica” e soprattutto il Dio biblico che ama l’uomo, che entra nella nostra storia, che dà vita ad una autentica storia di amore con Israele, suo popolo per illuminare tutte le genti e poi al Dio dal volto umano di Gesù Cristo che dilata questa storia di amore e di salvezza all’intera umanità nella croce del proprio Figlio per rialzare ogni uomo e salvarlo e chiamarlo a quell’unione di amore con lui che culmina nell’Eucaristia, sapendo, pensando e quindi vedendo nel Suo corpo, nella Sua Chiesa la viva comunità di fede nella sua presenza e nella sua azione. Anche in questo orizzonte secolarizzato la fede come dono è sempre possibile ma esige un impegno molto più grande e il coraggio di resistere a certezze solo apparenti che portano alla disperazione. Il senso religioso originario e quindi il cammino naturale verso Dio è oscurato e il riconoscere il suo farsi dono di salvezza, di speranza veramente affidabile, diventa molto più difficile.
Nei primi tempi di questa ondata di drammatica frattura fra senso religioso, Vangelo, etica e cultura per cui “Dio non c’entra con la vita” (ateismo) la Chiesa ha sopportato anche le espressioni di fede più deboli, meno pensate, meno divenienti cultura: era come una patria spirituale, come luogo di appartenenza, come istituzione che propone regole e precetti, ma che accompagna anche attraverso la vita. Sembra che oggi la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento richiedendo la priorità che sta al di sopra di tutte: rendere consapevoli della presenza di Dio in questo mondo e di aprire ad ogni io umano che fin dall’origine lo desidera l’accesso a Dio, non a un dio qualsiasi, ma a quel Dio ricercato dai filosofi e che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (Gv 13,1) per ogni singolo e per l’umanità nel suo insieme.

La crisi della Chiesa è l’aspetto più concreto di questa crisi di coscienza religiosa, del senso della vita e di fede, di Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro
La Chiesa rischia di non essere colta e accolta per quello che in continuità è cioè la comunità vivente, che deriva in continuità o tradizione del Popolo di Dio da Cristo stesso e attualizza sacramentalmente in ogni luogo e tempo, con il dono del Suo Spirito, la Sua Parola e nell’incontro con ogni uomo la Sua azione di liberazione dal demonio, dal peccato e dalla morte, garante dell’intelligenza della Parola di Dio, donando in vissuti fraterni di comunione il pensiero cristiano, una dimora spirituale e la certezza, la chiarezza e la bellezza della fede cattolica che possono rendere luminosa la vita dell’uomo anche oggi! Oggi il riferimento alla Chiesa rischia di apparire come una comunità fra tante altre: vi sono molte chiese, direbbe qualcuno, e sarebbe umanamente sconveniente ritenere la propria migliore dove addirittura sussiste la vera religione, Gesù Cristo luce del mondo e della storia. Già culturalmente e politicamente una forma umana di cortesia spinge e relativizzare la propria, e lo stesso vale per le altre. Si tratterebbe pertanto di casuali aggregati sociali, peraltro inevitabili, ma che non ci garantiscono più di essere veramente a casa: pensarlo e dirlo nell’attuale dittatura del relativismo è addirittura impertinenza, offensivo. Questa disgregazione della pretesa verità di Gesù Cristo, quindi della coscienza ecclesiale cattolica, che naturalmente dipende anche da tutte le imposizioni secolarizzate dell’odierna situazione spirituale e ne rappresenta la concreta applicazione, è sicuramente una delle cause principali per cui la Parola di Dio nella sua originaria documentazione biblica non giunge più a noi attualizzata cioè con una autorità divina che produce quello che dice, ma tutt’al più diciamo: c’è qualcosa di bello, di utile in essa, ma devo cercarvi da solo ciò che ritengo giusto. Il pericolo, quando non c’è consapevolezza, è molto serio. Si rischia di ridurre la Chiesa cattolica in una religione di unità cristiana nella quale gli ordinamenti che escludono celebrazioni eucaristiche in comune, con la parte evangelica, luterana per esempio, possono essere effettivamente superati e, stando a certi fatti in Germania e altrove, sono già stati superati. Anche fra i cattolici la coscienza risulta parecchio relativizzata. Culturalmente sono spinti a non ritenere che l’appartenenza alla Chiesa Cattolica sia per loro la garanzia della verità che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Risulta per lo meno sfocata la visione sacramentale, di mediazione ecclesiale della presenza del Risorto, di Dio tra i suoi missionariamente, apostolicamente per tutti e per tutto.
Per evangelici e cattolici è grave che si releghi nella soggettività quanto si riteneva prima fondante la propria identità e con ciò venga relativizzata la fede sia nel sacramento e sia nella sua forma esteriore. Sia da parte cattolica che protestante si impone ecumenicamente una considerazione di fondo su ciò che è il sacramento, come celebrarlo giustamente, quali sono le condizioni e come l’unità deve essere vera unità e non una “riduzione” che finisce per degradare lo stesso sacramento. Ecco perché offrono fiducia cattolici che organizzando cattolici dichiarano di essere fedeli al Papa e al magistero straordinario e ordinario attraverso il Catechismo e il suo Compendio con cui attualizzare il fondamento biblico e mantenere la loro fede cattolica. Questo immediatamente produce divisione nelle parrocchie, tra gruppi e movimenti, ed è spesso causa di cambiamento di parrocchia di alcuni fedeli o del loro definitivo abbandono della Chiesa. E può accadere quello che Paolo descrive nel brano di Galati 5,13-15: “Che la libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni e gli altri!”. Queste frasi possono essere in parte esagerazioni retoriche. Ma purtroppo l’ideologia che dissolve il dialogo e quindi questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di libertà mal interpretata. E’ forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo sempre di nuovo imparare la priorità suprema: l’amore?

Tale distacco interno alla Chiesa è uno dei più urgenti problemi del nostro tempo: non siamo giunti ancora ad averlo seriamente sotto controllo
Noi ci occupiamo di ecumenismo e intanto dimentichiamo che la Chiesa nel suo interno si è spaccata e che tale spaccatura penetra fin dentro le famiglie, le comunità, i movimenti. Occorre la consapevolezza dell’autentico fondamento comune di fede, speranza, amore come lo propone il Catechismo e il suo Compendio, l’unico fondamento che può veramente reggere, poiché non è stato inventato da noi stessi né da un comitato, né da nessun altro, ma proviene dalla sorgente: è la fede stessa della Chiesa. Ciò che noi vi aggiungiamo è fatto da noi stessi e conseguentemente non può unirci. Ciò che va al di là della comune e continua professione ecclesiale della tradizione del popolo di Dio appartiene allo spazio della libertà, che noi dobbiamo imparare a prendere in modo differenziato: esiste una fede della Chiesa che non è una fissazione autoritaria, bensì l’eredità lasciata da Gesù Cristo alla sua Chiesa.
Se dunque l’impegno faticoso per l’autentico fondamento comune della fede, della speranza e dell’amore costituisce in questo momento ( e, in forme diverse, sempre) la vera priorità della Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto del papa di una mano tesa ai seguaci di Lefebvre abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel suo contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze e impegnarci per lo scioglimento di irrigidimenti, così da dare spazio a ciò che vi è di positivo e di recuperabile verso l’autentico fondamento comune. “Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità – il Papa ai Vescovi – nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi? Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in questa occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismo ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di amore (a tutta la tradizione non solo fino al 1962 ma al Concilio e al magistero del post-Concilio) di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori…E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura (come Kung che afferma “essenza cattiva” la Tradizione fino al 1962 e buona solo quella dal Concilio con una ermeneutica di discontinuità)? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto di tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”.

La liturgia con la riforma dal 1970 si è creata dei problemi perché si sono cambiate troppo presto delle esteriorità senza prepararle ed elaborarle dall’interno in fedeltà alla Sacrosanctum Concilium nella continuità della Tradizione del Popolo di Dio
Si parla sempre più spesso, quindi, di “riforma” della riforma liturgica dopo il Concilio. Che cosa aspettarci o sperare nei prossimi anni? Quali cambiamenti? In nessun caso bisognerebbe ricominciare a introdurre cambiamenti esteriori non ancora preparati interiormente alla luce anche della Sacrosanctum Concilium e del magistero post- conciliare come l’esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis.
Innanzitutto va valutata criticamente l’idea che la liturgia sia propriamente la manifestazione della comunità. Ciò è stato sottolineato fortemente, ideologicamente, in discontinuità con la Tradizione in questi anni: la comunità come soggetto della liturgia. Questo significava, pertanto, che la comunità decide come celebrare se stessa. Si sono quindi formati settori che hanno messo in pratica tutto ciò creando spaccature tra i fedeli. Altri non vi hanno partecipato e questo non è piaciuto ai primi. Ci troveremo d’accordo su forma ordinaria e straordinaria dello stesso rito cattolico, come il Motu proprio di Benedetto XVI offre, solo quando smetteremo di considerarla come l’elemento formante della comunità e di pensare di dover soprattutto “impegnare” noi stessi e di rappresentarci in essa. Dobbiamo di nuovo imparare a capire che essa nella sua continuità dinamica fino ad oggi, ai vari luoghi della tradizione del popolo di Dio ci introduce nella professione di fede professata, celebrata, vissuta, pregata del corpo della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi, nella quale il Signore ci offre se stesso per essere ieri, oggi e sempre, assimilati a Lui. Una liturgia senza l’autentico comune accordo ecclesiale di fede non esiste. Quando si cerca di renderla interessante – Dio sa con quali idee – ma non si presuppone in ciò la fede, e quando viene ristretta soltanto alla comunità particolare e locale e non viene vista, invece, come incontro col Signore ieri, oggi e sempre nella grande comunità della Chiesa universale che si estende in continuità nel tempo e nello spazio, la liturgia cade in rovina. Pertanto non si capisce perché si debba andare avanti su questa strada, su questa tendenza senza una “riforma” della riforma. Sono necessarie delle correzioni interiori prima di porre mano a cose esteriori come gli impazienti richiedono rinnovando gli atteggiamenti negativi con cui si è realizzata la prima riforma. “Se ora – dice il cardinale Ratzinger nell’intervista – si ricomincia a inventare nell’esteriore, non prevedo nulla di buono- Dobbiamo arrivare ad una nuova educazione liturgica, in cui si divenga consapevoli che la liturgia appartiene in continuità dinamica a tutta la Chiesa, che in essa ogni comunità particolare e locale si unisce con la Chiesa universale, con Cielo e Terra, che ciò inoltre rappresenta la garanzia che il Signore viene e succede qualcosa che non può accadere in nessun luogo, in nessun intrattenimento e in nessun spettacolo. Solo quando noi volgiamo di nuovo lo sguardo su queste cose più grandi può sorgere una vera unità interiore (sul comune fondamento della fede professata, celebrata, vissuta, pregata) e ci si può anche interrogare sulle migliori forme dei riti esteriori. Prima, però, deve crescere una comprensione interiore della liturgia, che ci unisce (diacronicamente e sincronicamente) gli uni con gli altri. Nella liturgia non dobbiamo di volta in volta rappresentare le nostre invenzioni, non dobbiamo introdurre ciò che abbiamo inventato, bensì ciò che ci viene rivelato”.

Disagio di molti fedeli cattolici nei confronti dei responsabili della Chiesa: molti Vescovi sarebbero da troppo tempo spettatori di abusi, di errati comportamenti disciplinari oppure dell’estendersi di pericolose dottrine teologiche. Come pastoralmente farvi fronte?
In questo lamento generale cosa c’è di falso, di insufficiente, di non educativo? “Credo – Ratzinger nell’intervista – che una grande preoccupazione dei Vescovi – e lo posso confermare per esperienza personale – sia stata e sia quella di mantenere uniti i fedeli nella gran confusione dei tempi, non creare quindi insicurezze che in pubbliche discussioni mettano in contrasto i fedeli e turbino la pace nella Chiesa. Bisognava e bisogna pertanto chiedersi sempre in senso relativo: l’abuso, il comportamento scorretto, l’insegnamento deviante è così grave che io debba espormi al chiasso della pubblica opinione come anche a tutte le insicurezze che ne potrebbero sorgere, oppure debbo tentare di risolvere il caso il più possibile con calma o anche tollerare ciò che in sé è inaccettabile, onde evitare più gravi lacerazioni? La decisione da prendere era ed è comunque sempre difficile.
Vorrei però dire che la nostra tendenza – anch’io pensavo così – era orientata a dare valore prioritario al rimanere uniti, all’evitare le pubbliche conflittualità e le ferite laceranti che ne derivano. In relazione a questo si è sottovalutato l’effetto di altre cose. Si è presto detto: quel libro lo leggono forse duemila persone – che significa questo di fronte a tutta la comunità dei fedeli, la maggior parte dei quali non ne capisce niente? Ora, solo accentuandone l’attenzione, verrebbero inflitte delle ferite che colpirebbero tutti. Allora si è taciuto.
Così, però, si è sottovalutato il fatto che ogni velenosità tollerata lascia del veleno dietro di sé, continua la sua azione nefasta e, alla fine, porta con sé un grave pericolo per la fede della Chiesa, perché subentra la convinzione: nella chiesa si può dire questo e quello, tutto trova posto. Allora la fede perde la sua concretezza e la sua evidenza.
Certo è stato sottovalutato nella sua gravità l’impegno di mantenere limpida la fede e, come tale, di presentarla quale il massimo dei beni; questo non soltanto in Germania, ma dovunque abbia avuto luogo questo dibattito sul corretto comportamento dei pastori.
Si tratta dell’effetto a lungo termine di tali iniezioni di veleno. Ne deriva l’impressione che la fede (professata, celebrata, vissuta, pregata) non fosse così importante, per quanto poco se ne sapesse di preciso. Non voglio incolpare nessuno dei singoli,ma in una specie in una specie di esame di coscienza, dovremmo intenderci nuovamente sulla priorità della fede e renderci consapevoli degli effetti a lungo termine di tali errori.
Dobbiamo imparare a vedere più chiaramente che la quiete pura e semplice non è il primo dovere del cristiano e che la fede può diventare debole e falsa, se non ha più alcun contenuto”.

Come valutare la preferenza romana di nominare dei Vescovi concilianti che potessero entrare come mediatori e moderatori anziché candidati scelti per la loro adesione alla fede senza compromessi, per il loro coraggio di testimonianza e le loro convinzioni chiaramente espresse?
La nomina da Roma non cade direttamente dal cielo, ma risulta da un sondaggio condotto nel popolo di Dio, fra i vescovi e i sacerdoti, per vedere quali figure emergano nella comunità di fede, degne di fiducia ed in grado di svolgere una funzione educatrice di guida. Pertanto, la partecipazione della Chiesa locale alla scelta dei Vescovi è molto più forte di quanto generalmente si immagini. Roma, non ha nessun interesse a imporre quasi d’autorità chicchessia al popolo di Dio, ma deve essere qualcuno che venga poi accettato dallo stesso popolo e riconosciuto come pastore e guida. Dio che è amore non costringe mai perché ogni rapporto costretto non è un rapporto di amore. Sembra, però, che tra l’e di una fede senza compromessi e l’e della capacità di consenso sia stato questo a prevalere e di conseguenza non si sia sufficientemente calcolata la capacità di dirigere e di discutere, il coraggio di affrontare resistenze e contestazioni, posizioni unilaterali e irrigidimenti, restringimenti per far spazio a ciò che vi è di positivo e di recuperabile per l’insieme. Ogni generazione ha il suo tipo di Vescovo.
Immediatamente dopo Il Concilio furono cercati proprio i Vescovi che volevano e potevano introdurre i cambiamenti ora conclusi e ciò in parte è avvenuto anche troppo in fretta. A causa di questi rapidi cambiamenti si giunse in molte comunità a quella frattura fra la tradizione fino al 1962 e quella avviata con il Concilio. Così si dovette, alla fine, cercare dei conciliatori fra una interpretazione di discontinuità e dei riformatori in continuità dinamica. Una terza via di mediazione non è reale ma ideologica, politica. E non a caso venne allora con insistenza in primo piano l’espressione “il vescovo è pontifex” – il vescovo è uno che costruisce ponti, che riunisce insieme. Per quanto riguarda i problemi che ne sono derivati, oggi dobbiamo ancor più fortemente ricordare che il pontifex non deve costruire ponti solo per riunire i singoli fedeli, ma ancor più per condurre a Dio, per rendere consapevoli della presenza di Dio in questo mondo e per aprire ad ogni uomo l’accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul monte Sinai; a quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme e quindi a quella grande comunità della Chiesa che lo rende possibile. Dovremmo ricordare che il termine pontifex è derivato dal mondo pagano – poi fu certamente adattato al mondo cristiano -, ma che la Bibbia ci propone più intensamente la figura del pastore. Secondo la tradizione biblica il pastore precede, educa alla fede, alla speranza, all’amore il gregge. Egli indica la via umana alla Verità e alla Vita cioè alla presenza di Cristo risorto da seguire, stabilisce anche dei criteri ed è pronto a opporsi a forze contrarie, ai lupi. E’ il coraggio di sostenere contestazioni, il coraggio di intervenire anche senza il politicamente corretto rispetto alla fede: deve essere oggi un criterio decisivo per ogni Vescovo, in comunione con tutti i Vescovi e con il Papa. Ma rimane sempre ovvio che egli deve anche aiutare il suo gregge a riconoscersi nell’unità e ad accordarsi comunitariamente con lui come buon educatore capace anche di non badare a diverse cose non buone e premurarsi di condurre fuori dalle strettezze, da irrigidimenti e posizioni unilaterali facendo spazio a ciò che vi è di positivo e di recuperabile per l’insieme.

La Chiesa con il suo ministero pastorale è abilitata all’annuncio e non all’insegnamento della teologia scientifica. Ma il ministero dell’annuncio si impone anche per la teologia. Come valutare quello che è avvenuto il 6 gennaio 1989, ossia la dichiarazione dei docenti cattolici di teologia contro il magistero romano?
Gesù ha effettuato l’emancipazione dei semplici, ha rivendicato anche per loro la facoltà di essere, nel vero senso della parola, “filosofi”; vale a dire, di comprendere ciò che è proprio e peculiare di ogni uomo altrettanto bene quanto lo comprendono i dotti; anzi meglio dei dotti. Le parole di Gesì sulla stoltezza dei sapienti e sulla sapienza dei piccoli (Mt 11,25) hanno proprio questo scopo:fondare il cristianesimo come religione popolare, come una religione in cui non vive un sistema a due classi. L’annuncio della predicazione insegna in maniera vincolante; questa è la sua natura. La predicazione intende dire ad ogni uomo ciò che egli è alla luce dell’incontro con la Persona di Gesù Cristo, il nuovo orizzonte di vita che Egli dà e ciò per cui egli può vivere e morire. Ma come potrebbe la Chiesa assicurare la direzione decisiva in maniera vincolante, se questo insegnamento non è vincolante per la scienza teologica, per i teologi? Scrittura e magistero nella tradizione viva del Popolo di Dio attualizza la Parola di Dio e in questo senso la fede dei semplici non è una teologia calata dall’alto sulla massa dei fedeli: l’annuncio è il criterio della teologia e non la teologia scientifica il criterio dell’annuncio. Le grandi realtà concernenti la natura umana vengono colte in una percezione semplice, che è fondamentalmente consentita a tutti e che non può mai essere del tutto superata nella riflessione scientifica. La tendenza a collocarsi, nella “accademizzazione” unilaterale della teologia, ad essere semplicemente una scienza come le altre, puramente intellettuale, e ad elevare a supremo criterio la sua coerenza autoreferenziale senza la relazione con il ministero normativo dell’annuncio la dissolve come scienza della fede. Se avviene questo allora la teologia corre il pericolo di perdere le sue radici interiori, ossia la vita spirituale, il dialogo con Dio, la fede che essa porta e che soprattutto apre gli occhi sulla realtà, e di diventare una disciplina accademica senza frutti spirituali. La teologia deve rimanere un organo vivente della Chiesa, in cui è essenziale riflettere sulle ragioni della fede e rimane appunto vivente solo se trova spazio nel popolo di Dio che attualizza la Parola di Dio sul fondamento della Scrittura e del Magistero.
Ci sono giovani teologi che oggi portano avanti dei lavori veramente positivi e godono di un buon prestigio. Ci vuole però del tempo perché un’opera diventi così nota che anche la figura dell’autore risulti al pubblico nella sua giusta dimensione. Siamo vissuti troppo a lungo all’ombra dei grandi nomi, tanto che gli altri non sono riusciti ad imprimersi nella nostra mente. Balthasar, Guardini, Rahner sono naturalmente figure eccezionali, quali pochi è dato di incontrare in un secolo. “Però – Ratzinger nell’intervista – sono contento che nella nuova generazione vi sia un bel numero di studiosi, dai quali possiamo aspettarci del buono”.

Oggi il problema dell’esegesi storico-critica è naturalmente enorme
Già da più di cento anni scuote la Chiesa, non solo quella cattolica per la sfiducia riguardo alla possibilità per l’uomo di conoscere la verità su Dio e sulle cose divine e per i dubbi che le scienze moderne, naturali e storiche, hanno sollevato riguardo ai contenuti e alle origini del cristianesimo. Anche per le comunità ecclesiali protestanti è un grosso problema. E’ molto significativo che nel protestantesimo si siano formate le comunità fondamentaliste, che contrastano tali tendenze al dissolvimento e hanno voluto recuperare integralmente la fede attraverso il rifiuto del metodo storico – critico. Il fatto che crescano le comunità fondamentaliste, che abbiano successo mondiale, mentre la corrente principale dell’esegesi in Germania, che nega, per esempio, che il Signore abbia istituito la Santa Eucaristia e dice che la salma di Gesù sarebbe rimasta nel sepolcro e quindi la Risurrezione non sarebbe un avvenimento storico, ma una visione teologica, versano in crisi di sopravvivenza: tutto questo ci mostra le dimensioni del problema. Sotto molti aspetti noi cattolici stiamo meglio. Per i protestanti, che non hanno voluto accettare la corrente esegetica, è rimasto effettivamente solo il ritirarsi sulla canonizzazione della testualità biblica e dichiararla intoccabile. La Chiesa cattolica ha, per così dire, uno spazio più ampio, nel senso che è la stessa Chiesa vivente lo spazio di fede, spazio che pone dei limiti, che però, d’altra parte,permette un’ampia possibilità di variazioni. Una semplice condanna globale dell’esegesi storico – critica sarebbe un errore, perché dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha fondamento. Da essa abbiamo imparato incredibilmente molte cose. La Bibbia risulta più viva, se si tiene conto dell’esegesi con tutti i suoi risultati: la formazione della Bibbia, il suo procedere, la sua interna unità nello sviluppo, eccetera. Dunque: da una parte la moderna esegesi ci ha dato molto, ma essa diventa distruttiva se ci si sottomette semplicemente a tutte le sue ipotesi e si eleva ad unico criterio la sua presunta scientificità: dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia. Si è rivelata poi particolarmente devastante quando, senza adeguata assimilazione, si è voluto accogliere nella catechesi la corrente ipotesi dominante come l’ultima voce della scienza biblica. E’ stato un grave errore di questi ultimi quindici anni l’aver identificato ogni volta come “scienza” l’ultima esegesi presentata con grande pubblicità e l’aver guardato a tale scienza come un’autorità assoluta, che sola poteva valere, mentre, come il Catechismo e il suo Compendio la presentano, la certezza della fede completa della Chiesa, la chiarezza e la bellezza della fede cattolica che rendono luminosa la vita dell’uomo anche oggi, non veniva attribuita più alcuna autorità. Di conseguenza la catechesi e la predicazione del Vangelo sono andate frammentandosi, o si sono portate avanti ancora le forme tradizionali ma con scarsa convinzione, non da testimoni entusiasti ed entusiasmanti, sicché ognuno poteva ritenere che si nutrissero dei dubbi in proposito, oppure si sono subito spacciati degli apparenti risultati come sicuri dati scientifici.
In realtà, invece, la storia dell’esegesi è al tempo stesso un cimitero di ipotesi, che rappresentano più il corrispondente spirito del tempo che la vera voce della Bibbia, l’attualità di Dio che parla. Chi vi costruisce troppo in fretta, avventatamente, e ritiene questo pura scienza, finisce in un naufragio, in cui trova forse qualche tavola di salvataggio – ma può anche andare presto a fondo. Dobbiamo arrivare a un quadro ben preciso – questo è un combattimento ora di nuovo in pieno corso: l’esegesi storico - critica è il sostegno dell’interpretazione biblica, che ci permette conoscenze essenziali della rivelazione storica e come tale va rispettata, ma deve anche essere criticata, poiché proprio i giovani esegeti odierni mostrano quanta incredibile filosofia si nasconda nella loro esegesi non canonica.
Ciò che sembra rispecchiare fatti concreti e passa per voce della scienza è in realtà espressione di un determinato concetto del mondo, secondo il quale, ad esempio, non può esserci resurrezione dalla morte accertabile storicamente oppure Gesù non può aver parlato in tale e tale modo, oppure altre cose. Al giorno d’oggi, proprio fra i giovani esegeti vi è la tendenza a relativizzare l’esegesi storica, la quale mantiene il suo significato ma da parte sua reca in sé dei presupposti filosofici che devono essere criticati. Questo modo di interpretare il senso della Bibbia, perciò, deve essere integrato mediante altre forme, anzitutto attraverso la continuità dei grandi credenti, che per una via completamente diversa sono giunti fino al vero nucleo interiore della Bibbia, mentre la scienza apparentemente illuminatrice, che ricerca solo fatti concreti, è rimasta molto in superficie e non si è spinta fino alla base interna, sulla quale l’intera Bibbia si muove e si raccoglie. Dobbiamo di nuovo riconoscere che la fede dei credenti è un modo autentico di vedere e di conoscere e giunge così a una maggiore concordanza. Due cose sono importanti:
- rimanere scettici nei confronti di tutto ciò che si propone come “scienza”
- e soprattutto riporre fiducia nella fede della Chiesa, che rimane l’effettiva costante e ci mostra l’autentico Gesù, Verità e Vita salvifica anche alla ragione del nostro tempo.
Il Gesù che ci offrono i vangeli è sempre il vero Gesù, non deformato dal Kerigma originario. Tutte le altre sono costruzioni frammentarie, in cui si rispecchia più lo spirito del tempo che non le origini. Tutto ciò è stato analizzato anche da studi esegetici: quanto spesso le diverse figure di Gesù non sono un dato di scienza, ma piuttosto ciò che un certo individuo o un certo tempo ha ritenuto come risultato scientifico.

Ma oggi dove sono i luoghi di ripresa della fede nella Chiesa mondiale, dove risulta visibile questo risveglio all’inizio del terzo millennio, di cui ha parlato la “Novo millennio ineunte” dopo l’Anno santo 2000?
Anzitutto vi è una grande differenza fra emisfero nord del mondo e quello sud. Certamente non è ideale la situazione della Chiesa nel sud – Africa, Sudamerica, Asia.. Vi è tutta una serie di difficoltà e anche gravi problemi, tuttavia si incontra una primitiva gioia di credere e una vivacità della Chiesa, che va crescendo, invece di diluire. In essa si distingue bene l’autentico difensore dell’uomo e la presenza di un’istanza dall’alto, del Signore appunto, il solo che, in qualche modo, può difendere dai poteri e dalla violenza che infuriano nella politica. A questo riguardo, dobbiamo per prima cosa tenere presente l’accennata divisione del pianeta.
Ma anche nella metà occidentale del mondo vi sono risvegli incoraggianti, sia nelle Chiese locali che nei movimenti spirituali. Nelle Chiese locali si riscontra in parte una grande riscoperta dell’Eucaristia, dell’adorazione eucaristica, del Sacramento, soprattutto dell’amore verso la madre Chiesa, verso la lettura delle Sacre Scritture, verso una vita secondo il vangelo, nuove vocazioni religiose e così via. Poi ci sono i movimenti che hanno i loro problemi, ma rappresentano sempre un risveglio, in cui la gioia di credere emerge sotto diverse colorazioni e intanto devono imparare a incontrarsi e completarsi a vicenda. Vi è molto di vivamente positivo nella fede cristiana. La consapevolezza che quanto ci hanno portato i movimenti del ’68, il postmoderno e l’Illuminismo non è sufficiente per vivere la troviamo proprio nella giovane generazione: molti con gioia semplice e sincera, ritornano di nuovo al cuore della fede e della Chiesa vivente.

In un prevedibile futuro cattolici e luterani si troveranno insieme all’altare?
Ratzinger conclude la sua intervista rispondendo a questa domanda: “Umanamente parlando, direi di no.
Un primo motivo è anzitutto la divisione interna delle stesse comunità evangeliche. Pensiamo solo al luteranesimo tedesco, dove si incontrano persone con una fede profonda, di formazione ecclesiale, ma anche un’ala liberale che, in ultima analisi, considera la fede come una scelta individuale e fa quindi scomparire quasi completamente la comunità ecclesiale. Ma anche prescindendo da queste spaccature in ambiente evangelico, sono ancora persistenti delle diversità fondamentali fra le comunità sorte dalla Riforma del sedicesimo secolo e la Chiesa cattolica: Se penso anche solo al foglio ufficiale della chiesa evangelica in germania, vi trovo due cose che indicano una profonda lacerazione. In un punto viene detto che fondamentalmente ogni cristiano può presiedere l’Eucaristia. Oltre il Battesimo non esiste nella Chiesa evangelica alcun’altra struttura sacramentale. Ciò significa che nell’ufficio episcopale e sacerdotale viene rifiutata la successione derivante dagli Apostoli, che però già nel Vangelo risulta costitutiva per la formazione della Chiesa. In tale contesto viene coinvolta la formazione del canone neotestamentario – i “testi” del nuovo Testamento. Il canone non si è certo formato da solo. Ha dovuto essere riconosciuto. Per questo, però, era necessaria un’autorità legittimata a decidere. Questa autorità potrà essere solo quella apostolica, che era presente nel magistero della successione. Canone, scrittura e successione apostolica, come magistero episcopale, sono inscindibili.
Il secondo punto del foglio, che mi ha meravigliato, è questo: vengono indicate le parti essenziali nella celebrazione della Santa Cena. Ma non vi è traccia dell’Eucaristia, dell’anaphora, o preghiera di consacrazione, che non fu inventata dalla Chiesa ma deriva direttamente dalla preghiera di Gesù – la grande preghiera di benedizione della tradizione giudaica – e, insieme all’offerta del pane e del vino, rappresenta la fondamentale offerta del Signore. Grazie a questa offerta noi preghiamo nella preghiera e con la preghiera di Gesù, che si compie sulla croce, il sacrificio di Cristo è reso attuale e l’Eucaristia è ben più di una semplice cena. Per questo la visione cattolica sulla Chiesa e l’Eucaristia è chiaramente molto lontana da tutto ciò che viene detto nel dépliant dell’EKD.
Dietro poi vi è il problema centrale della “sola scriptura”. Jungle, docente a Tubinga, lo riassume nella formula “lo stesso canone è la successione apostolica”. Ma da dove lo conosciamo? Chi ce lo spiega? Ognuno per conto suo? Oppure gli esperti? Allora la nostra fede poggia solo su ipotesi che non valgono né per la vita né per la morte. Se la Chiesa non ha nessuna voce, se essa non può dire nulla con autorità sulle ultime interrogazioni della fede, allora non esiste nessuna fede comunitaria.
Allora si potrebbe cancellare la parola “Chiesa”, perché una chiesa che non ci garantisce una fede comune non è nessuna chiesa. Pertanto la questione di fondo sulla Chiesa e sulla Scrittura è ancora presente e non ha ricevuto risposta. Tutto ciò non esclude tuttavia che i veri credenti si possano incontrare in un profondo avvicinamento, come io stesso con compiacenza mi sento di riferire”.

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