lunedì 16 luglio 2018

Le coneseguenze morali della svolta antropologica antimetafisica

Dalla svolta antropologica antimetafisica alla duplice dimensione della persona umana ovvero umana e cristiana, individuale e collettiva, privata e pubblica e dunque alla dottrina dei due ordini morali, a uno sdoppiamento della morale tra dottrina e prassi, una schizofrenia etica della gradualità della legge

Com’è attuale il richiamo alle conseguenze delle teorie opposte al magistero da parte di san Giovanni Paolo II insegnando con la Veritatis Splendor già 25 anni fa, quasi in modo profetico, come se avesse visto il nostro presente con
tutte le forme patologiche che oggi sono considerate sul piano della “normalità”, dell’”umanità”, “della prassi comune”. Infatti egli scriveva: “le coordinate spazio temporali del mondo sensibile [a seconda delle diverse, poliedriche e contrastanti visioni della morale tra le culture, popoli, tradizioni, religioni, sistemi filosofici], le costanti fisico-chimiche, i dinamismi corporei, le pulsioni psichiche, i condizionamenti sociali appaiono a molti come gli unici fattori realmente  decisivi delle realtà umane. (…) In questo contesto, anche i fatti morali (…) sono spesso trattati come comportamenti osservabili o spiegabili solo con le categorie dei meccanismi psico - sociali”(VS 46). Si riducono le “inclinazioni naturali” a soli “beni fisici”, detti da taluni “pre-morali”: l’idea gender, LGBT, le unioni civili dello stesso sesso, il ridimensionamento dei concetti come “madre”, “padre”, ”famiglia”, “la convivenza transitoria”, “il disgiungere fecondità da sessualità”.
 Se a livello morale non ci si accorge di questo passo, non ci si rende nemmeno conto dell’attuale comune tendenza al passaggio dalla legge della gradualità alla gradualità della legge cioè alla dottrina dei due ordini morali e a uno sdoppiamento morale. 
L’Enciclica analizza  “il posto che ha il corpo umano nelle questioni della legge naturale”(VS 48) nello sguardo metafisico della conoscenza della ragione, creaturale nella fede. In base alla verità “sull’unità dell’essere umano”, “il corpo partecipa nella luce metafisica della creazione al valore etico della dignità di ogni persona”(VS 48). Separandosi da una visione unitaria di ogni persona umana nella sua corporeità e spiritualità risultano alcuni esiti fondamentali per la morale, per l’etica. Il primo è che si può separare, come nei contraccettivi, la dimensione corporea della donna dalla valutazione globale dell’atto morale: “corpo e anima sono indissociabili: nella persona, essi stanno o si perdono insieme” (VS 49). L’altro esito implica che il criterio di valutazione morale è “la persona umana nella sua ‘totalità unificata’”, come ha bene argomentato san Tommaso. Quindi “le inclinazioni naturali acquistano rilevanza morale solo in quanto esse si riferiscono alla persona umana e alla sua realizzazione autentica, la quale d’altra parte può verificarsi sempre e solo nella natura umana” (VS 50), metafisicamente creata. Non si possono ridurre “le inclinazioni naturali”  a soli “beni fisici”, detti da taluni “pre-morali” (VS 48).
Questo orizzonte metafisico-creaturale della tradizione cattolica, negato da Lutero, Rahner non lo accetta con il paradigma antropologico dell’ecclesiologia  mediante l’eliminazione tout-court della metafisica dal processo teoretico della conoscenza come Kant, cioè della “scienza delle scienze”, l’unica scienza che ha i mezzi per aprirsi verticalmente, per quanto imperfettamente, verso le verità fondamentali su Dio  come Donatore di ogni essere e sull’uomo nella verità del proprio e altrui essere dono.   Il percorso teoretico mediante il concetto di essere con cui inizia in tutti la conoscenza, che rimanda all’Essere che fonda chi viene, nel tempo e nello spazio, all’esistenza, offre quei presupposti universali e necessari cioè i praembula fidei di ordine razionale,  naturale grazie ai quali l’uomo, raggiunto per grazia, dall’avvenimento di fede dell’incontro con Cristo, può già ora anche dare il proprio ragionevole assenso al dono della Rivelazione con fede-ragione.
Si tratta di verità comuni come l’essere dell’esistenza, l’unicità e l’Onnipotenza di Dio o senso religioso accessibile a tutti, che si è voluto rivelare nella storia in tanti modi, definitivamente nel volto umano del Figlio di Dio, che ci ha amato sino alla fine e che risorto rimane sacramentalmente nella Chiesa come meta per tutti e per tutto. Sono verità che preparano e accompagnano di pari passo l’avvenimento dell’incontro di fede, dell’incontro tra fede e ragione. Il processo gnoseologico, cioè conoscitivo vero e proprio, si concretizza nell’argomentazione di San Tommaso, come il prodotto della facoltà di astrazione che permette di elaborare nel concetto di essere i concetti partendo dai dati sensibili della realtà, e della facoltà di recezione stabile. Si tratta di una corrispondenza metafisica ma reale far intelletto conoscente e realtà in tutti gli ambiti o verità (Summa Th. Q.84 a.7), così che veritas rei et veritas intellectus si corrispondono nel principio di adaequatio rei et intellectus cioè l’apertura dell’intelligenza comune alla realtà in tutti gli ambiti mediante la ragione e la fede.
Rahner si stacca in due tappe da questa tradizione cattolica: a) con l’espunzione dei preambula fidei  dal processo tommasiano, fatto proprio dal magistero, di corrispondenza biunivoca fra intelletto conoscente aperto alla realtà in tutti gli ambiti sicché la conoscenza viene a perdere ogni connotazione metafisica alla realtà del corpo umano e del mondo; b) con l’inserimento arbitrario ed illegittimo nel processo teoretico tomasiano di un meccanismo della conoscenza, una specie cartesiana, idealistica, di “Io penso in generale”, che precede la conoscenza vera e propria e che la storicizza perché la condiziona ad un “esser-ci” nel mondo: infatti, l’”Io penso” che è coscienza di stare in questo mondo e che si determina in un hic nunc finito non potrà che produrre una conoscenza finita, relativa, non più in tensione metafisica verso il soprannaturale. Punto di arrivo sarà una verità indipendente, relativa, parziale, mai una verità assoluta perché sarà sociologicamente “una” verità fra le altre, sempre soggetta ai mutamenti di una coscienza in divenire.
Il risultato è che il pensiero originale e impeccabile del Dottore Angelico viene trascinato da Rahner nella voragine delle filosofie trascendentali esistenzialiste ed antropologiche che sono connotate dalla contingenza e dalla relatività dell’”essere per la sola ermeneutica”. San Tommaso aveva insegnato che l’essere, con cui inizia la conoscenza, “è la prima delle cose create”, che “prima dell’essere nient’altro è stato creato” e che l’essere con cui inizia ogni conoscenza (non conoscenza della conoscenza conseguente) “è al di sopra e prima dei sensi, dell’anima, dell’intelligenza” (Super librum De causis espositio, prop.4).
Se l’essere, che è il principio di tutte le cose con cui inizia ogni conoscenza, perde questi suoi primati rimandando al Trascendente, e viene relativizzato e storicizzato al modo rahneriano, è chiaro che tutte le cose esistenti non hanno più alcuna relazione di natura con l’Essere trascendente, con Dio creatore ma si riversano solo e sempre nella materia trascendentale relativa. Non ha senso condannare la contraccezione nella visione non metafisica, non creaturale del corpo femminile. Dalla teoria alla prassi. La coscienza storicizzata e contingente è espressione di un concreto vissuto individuale che può andare al di là della dottrina con la gradualità della legge.
Non ci sarà più da stupirsi se crescerà, come è cresciuto in questo ultimo cinquantennio, il malessere circa il ruolo magisteriale della Chiesa nella continuità dinamica, perché essa non sarà che una voce tra le altre voci del mondo, senza più alcun diritto di guidare e insegnare alle altre coscienze né di conservare, determinare e trasmettere il patrimonium fidei, dal momento che i sacri vigili di questo patrimonio perenne vengono sciolti dalla forza del divenire storico. Di qui anche un ecumenismo relativista.
Al Concilio Vaticano II sono state tre le redazioni della Dei Verbum e la prima di taglio rahneriano è stata rifiutata, anche se dopo il Concilio è divenuta egemone. Gherardini aveva ragione quando osservava che il principio di immanenza introdotto da Rahner era diventato l’unica forza del divenire umano, l’unico orizzonte nel quale si inseriva ogni passo avanti della scienza e della coscienza umana, eliminando con la priorità del tempo il posto legittimamente occupato dalla continuità dinamica della Tradizione; e quando diceva che in tutto questo Rahner era stato “sinistramente geniale” perché “aveva ribaltato san Tommaso con san Tommaso” (Gherardini, p. 213).
Infatti, in che cosa era consistita, in fondo, l’operazione pseudoteologica, pseudofilosofica del Gesuita, seguita oggi da tanti gesuiti? Si era appropriato del sistema tomista eliminandone la metafisica e lo aveva riproposta facendolo passare come semplicemente “aggiornato”, cioè sottoposto ai parametri esistenzialisti e fenomenologici della cultura laica del momento ma che non possono essere qualificati conciliari alla luce della Dei Verbum.
Sono stato parroco a Torri del Benaco e il neotomista Cornelio Fabro è venuto più volte nel mese di agosto in ferie   a Torri del Benaco (Verona) e Nella svolta antropologica di Karl Rahner mi stroncava senza appello la “dottrina” del Gesuita tedesco: “Nessuna sorpresa che il risultato sia stato l’orripilante esegesi completamente a rovescio del tomismo che pretende di identificare essere e pensiero ovvero far compiere allo stesso san Tommaso – ch’è stato e resta il massimo metafisico di tutto l’Occidente – quella destructio metaphysicae che non era riuscita neppure a Kant, e che, in un certo senso, è respinta dallo stesso Heidegger: colui che chiama suo maestro” (C. Fabro, La svolta antropologica di Karl Rahner, Rusconi 1974, p. 160). Vattimo ha scritto un libro sui d’intorni dell’essere in Heidegger, inviato al papa e ricevendone una telefonata.
Romano Amerio per il Rahner di ieri e l’influenza di oggi: “[La Chiesa] si perde non in quanto le umane difficoltà la mettono in contraddizione (questa contraddizione etica e non logica è inerente allo stato peregrinante), ma solo quando la corruzione pratica si alza tanto da intaccare il dogma e da formulare in proposizioni teoretiche le depravazioni che si trovano nella vita” (R. Amerio, p.28).  
Parole che segnano il dogma, il logos come il livello di guardia entro il quale i mutamenti della Chiesa in divenire nella storia rientrano in una normalità fisiologica; ma se kantianamente l’ethos prevale sul logos si andrebbe ad intaccare l’essenza stessa della Divina Istituzione.
Ho attinto liberamente da Giovanni Tortelli in Corrispondenza Romana 11 luglio 2018: “Rahner, per quanto abbia sfiorato a varie riprese tale livello di guardia, con la sua esegesi ha indubbiamente indicato la via per superarlo: eliminazione della metafisica, interpolazione delle fonti autentiche, oblio della Tradizione”.

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