mercoledì 25 luglio 2018

L'accoglienza va fatta con la possibilità di integrare

La politica dell’accoglienza deve coniu-garsi con la difficile opera dell’integrazione. Ma con quale civiltà?

Non possiamo non renderci conto dei tanti progetti e tentativi volti ad annullare, anche con l’immigrazione, le identità dei popoli, perché ciascun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fi-no in fondo: lo possiamo costatare dalla
produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici cristiane della nostra civiltà. Pur non essendoci una vera e propria guerra tra religioni, dobbiamo però riconoscere che è in atto una “guerra” contro le religioni, ogni religione, e contro il riferimento all’essere dono del Donatore divino di ogni uomo. Spesso, giunti, in Europa, i migranti sentono il peso e la fatica di una visione di vita e di uno stile culturale non appartenenti alla loro storia e identità, sia essi cristiani, islamici o di altra fede religiosa. E c’è il tentativo, anche attraverso l’emigrazione, della cultura secolare che predomina in Occidente, in Europa, e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vi-ta nel quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calco-labile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fonda-mentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così di-re, Dio non compare più direttamente, sembra divenire superfluo ed estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, consi-derato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero, e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capo-volgimento del punto di partenza della cultura illuminista occidentale, che era riven-dicazione della centralità di ogni uomo e della sua libertà espressa anche politica-mente con il sistema democratico. L’etica viene ricondotta entro in confini del relati-vismo e dell’utilitarismo, con l’esclusione di ogni principio morale che sia valido e vin-colante per se stesso. Non è difficile vedere come questo tipo di cultura rappresenti un taglio radicale e profondo non solo con il cristianesimo ma più in generale con le tradizioni religiose e morali dell’umanità, in particolare con l’islam: val la pena, addi-rittura è possibile integrare con questa cultura secolare chi appartiene a culture, nel-le quali la dimensione religiosa è fortemente presente, oltre a non poter rispondere alle domande fondamentali sul senso  e sulla direzione della vita. Gli emigranti ri-schiano di essere vittime insieme alle popolazioni occidentali di piani orchestrati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità religiosa, cristiana come oggi è avvenuto in Occidente. A questo riguardo profetica una lezione memorabile del Cardinale Giacomo Biffi 29 agosto 1991 al Meeting di Ri-mini: “Verranno giorni – dice Solov’ev, anzi sono già venuti, diciamo noi -, che il cri-stianesimo sarà ridotto a pura azione umanitaria, nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura. Il messaggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del pro-gresso, nell’esortazione a rispettare la natura. Ma se il cristiano, per amore di aper-tura al mondo e di buon vicinato con tutti, quasi senza avvedersene, stempera so-stanzialmente il Fatto salvifico nella consolazione e nel conseguimento di questi tra-guardi secondari, allora egli si preclude la connessione personale con il Figlio di Dio, crocefisso e risorto, consuma a poco a poco il peccato di apostasia e si ritrova, alla fi-ne, dalla parte dell’Anticristo…”Verranno giorni – dice Solov’ev, anzi sono già venuti, diciamo noi. Almeno dico io, non voglio coinvolgervi -, verranno giorni quando nella cristianità si tenderà a risolvere il Fatto salvifico –che non può essere accolto se non nell’atto difficile, coraggioso e razionale, di fede -, in una serie di valori facilmente esitabili, sui mercati mondani. Il cristianesimo ridotto a pura azione umanitaria nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura.
Il messaggio evangelico identificato – badate che sono tutte cose buone, che sono conseguenze -, ma è l’identificazione che colpisce al cuore il cristianesimo! Il mes-saggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso; nell’esortazione a rispettare la natura. ’La Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della Verità”, come dice san Paolo, scambiata per una organizzazione benefica, estetica, socializzatrice. Questa è l’insidia mortale che oggi va profilandosi per la famiglia dei redenti dal sangue di Cri-sto!
Da questo pericolo – sempre Biffi -, ci avvisa il più grande dei filosofi russi, noi dob-biamo guardarci. Anche se un cristianesimo tolstojano ci renderebbe molto più accet-tabili nei salotti, nelle aggregazioni sociali e politiche, nelle trasmissioni televisive. Ma noi non possiamo, non dobbiamo rinunciare al cristianesimo di Gesù Cristo! Il cri-stianesimo che ha al suo centro lo scandalo della croce e la realtà sconvolgente della risurrezione del Signore. Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocefisso e risorto, vivo ed eccle-sialmente presente e operante, unico Salvatore di ogni uomo, non è traducibile in una serie di buoni progetti e di buone ispirazioni omologabili con la mentalità mondana dominante!
Gesù Cristo è una pietra – come Egli ha detto di sé e (nella cultura ebraica pietra è il modo di esprimere la Verità come nella cultura greca è l’Essere – e su questa Pie-tra, o, affidandosi, si costruisce, o ci si va a inzuccare. Sono Parole sue: parole che voi oggi sentirete raramente citate. Ma sono contenute nel capitolo 21 di San Matteo. Chi cadrà su questa Pietra sarà sfracellato. E qualora Essa cada su qualcuno, lo stri-tolerà.
Qui però c’è un problema – e io vorrei, sia pure molto rapidamente dir qualcosa per evitare anche dei possibili equivoci -; è indubitabile che il cristianesimo sia, prima di ogni altra cosa, Avvenimento. Ma è altrettanto indubitabile che questo Avvenimento propone e sostiene valori irrinunciabili. Non si può, per amore del dialogo, sciogliere il Fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più; ma non si può neppure disi-stimare i valori autentici, quasi fossero qualcosa di trascurabile. Quindi, bisogna sta-re attenti a non fare una polemica con i valori, che colpisca qualcosa di autentico, so-stanziale. Occorre dunque discernimento.
Vorrei dare allora alcuni elementi di questo discernimento. Ci sono dei valori asso-luti, o, come dicono i filosofi: trascendentali. Tali sono, per esempio, il vero, il bene e il bello. Chi li percepisce, li onora e li ama, sempre percepisce, onora, ama, Gesù Cri-sto, anche se non lo sa; e magari anche si crede ateo perché, nell’essere profondo delle cose Cristo è la Verità, è la Giustizia, è la Bellezza!
Poi ci sono i valori relativi, o categoriali. Valori, però, come il culto della solidarietà, l’amore per la pace, il rispetto per la natura, l’atteggiamento di dialogo, eccetera. Questi valori meritano un giudizio più articolato, che preservi la riflessione da ogni ambiguità. Solidarietà, natura, pace, dialogo, possono diventare nel non cristiano le occasioni concrete di un approccio iniziale e informale a Cristo e al suo mistero. Ma se, nell’attenzione dell’uomo, questi valori si assolutizzano sino a svellersi del tutto della loro oggettiva radice, o peggio, fino a contrapporsi – come nel caso di Tolstoj e di quell’illuminismo laicista della libertà, uguaglianza, della fraternità cristiani senza cristianesimo -, all’annuncio del Fatto salvifico, allora diventano istigazione all’idolatria o ostacolo sulla strada della salvezza.
Allo stesso modo, nel cristiano, questi stessi valori: solidarietà, pace, natura, dia-logo, possono offrire impulsi all’inveramento di una totale e appassionata adesione a Gesù, Signore dell’universo e della storia. Questo, per esempio, è il caso di Francesco d’Assisi. Ci sono in giro troppe caricature di Francesco d’Assisi. Ma Francesco ha le idee chiarissime: per lui la realtà era Gesù Cristo, vivo e operante oggi attraverso la Chiesa! Egli è pieno di tutta questa idea: Gesù Cristo! Tutto il resto esiste, è chiaro, perché tutte le creature sono la frangia del Suo mantello! E’ perché sono legate, sono riflessi! E’ il cristocentrismo, che diventerà poi tipico della scuola teologica france-scana.
Ma se il cristiano, per amore di apertura la mondo o di buon vicinato con tutti, quasi senza avvedersene, stempera sostanzialmente il Fatto salvifico nella esaltazio-ne e nel conseguimento di questi traguardi secondari, allora egli si preclude la con-nessione personale col Figlio di Dio crocifisso e risorto, e consuma a poco a poco il peccato di apostasia, alla fine si ritrova dalla parte dell’Anticristo”.
Questa lezione di Biffi ci aiuta verso gli occidentali quando si sentono spesso al di sopra di Paesi che praticano uno stile politico autoritario da cui provengono gli immi-grati. Al confronto si sentono spesso al di sopra di loro, perché “democratici” e non “autoritari” avviando una infelice “primavera democratica”.
Ma se guardiamo da vicino che cosa significa la democrazia da noi. Asservimento al consumismo e alle élites finanziarie che soggiogano ormai la nostra politica; ideo-logie che eliminano la nostra umanità e ci rendono oggetti; rigetto delle tradizioni più sacre; anarchia nelle famiglie; solitudine, individualismo ed egoismo. Al di là di alcune indubbie conquiste, come varie libertà fondamentali, che rischiano però di sgretolarsi sotto il tallone degli interessi economici o degli eccessi individualistici, in che modo può l’Occidente offrire dei modelli davvero indiscutibili ai migranti per integrarsi, mo-delli tali da essere abbracciati con entusiasmo?
Un anno fa, il “Messaggero di Sant’Antonio” ha intervistato alcuni intellettuali e rappresentanti islamici sulla possibilità di una collaborazione e integrazione tra mon-do cristiano e musulmano per la pace. Tra questi, Wael Farouk, visiting professor di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Alcune sue af-fermazioni sono molto significative, per farci capire che cosa stia diventando il nostro Occidente di fronte a emigranti musulmani chiamati ad integrarsi: “Alla violenza alla quale stiamo assistendo da qualche tempon a questa parte, e che secondo alcuni sa-rebbe frutto di una contrapposizione tra Islam e mondo occidentale, in realtà è frutto di un incontro tra due realtà problematiche. Da un lato abbiamo una società occiden-tale che è caduta nel nichilismo e nel vuoto e dall’altro assistiamo alla trasformazione di una grande religione come l’Islam in una ideologia politica. Questo incontro genera violenza (…) Bisogna prestare attenzione alla cultura prevalente nel mondo di oggi, in cui sembra che tutti i principi siano sacri ma nella quale in realtà l’essere umano ha perso valore. Mi spiego. Oggi va di moda parlare di società dell’informazione, ma che cos’è l’informazione? E’ conoscenza senza l’esperienza umana. O ancora: al giorno d’oggi non parliamo più di persone ma di individui. E chi è l’individuo? E’ la persona privata delle relazioni con l’altro (…).  Quando si perde di vista l’umano ogni cosa è possibile …Guardiamo ciò che avviene oggi nello spazio pubblico. Spazio pubblico è di-ventato sinonimo di spazio fisico da condividere, nel quale ognuno deve avere una parte per sé senza disturbare o essere disturbato dagli altri, nel quale quindi ogni dif-ferenza deve essere annullata. Ma il termine “pubblico” sta a indicare proprio la pre-senza dell’altro: nulla è pubblico se non c’è l’altro, il diverso da me. Per definire il di-verso da me devo però prima definire me stesso, cosa che oggi non riusciamo a fare né in Occidente, né in una parte del mondo islamico. Guardiamo ai terroristi: che co-sa ha fatto Isis con i cristiani in Iraq? Li ha perseguitati. Ma anche in Occidente la dif-ferenza è negata perché l’individuo è la persona privata delle relazioni con l’altro, seppure con modalità molto differenti: nello spazio pubblico un cristiano non può mettere il presepio e la croce, una musulmana non può mettere il velo, un ebreo non può mettere la kippah, perché lo spazio pubblico deve essere neutro, svuotato dalle identità e dal significato che solo la religione può dare alla vita delle persone e alla vita delle comunità (…).Accade in molte città europee, nelle quali permettiamo all’altro di essere solo se è invisibile, se cioè non entra nello spazio pubblico. Ma così facendo creiamo confini invisibili tra diverse parti della società, con il rischio che diventino prima o poi visibili con una bomba”.
Tante volte parliamo di accoglienza con la possibilità di integrare come se l’Europa avesse ancora le radici cristiane con al centro la persona anziché l’egemonia cultura-le dell’individuo con il liberalismo. E, a proposito dei giovani trasformati in terroristi anche se sembravano integrati:
“Erano integrati nel senso che vivevano immersi in questa società. Molti di essi andavano in discoteca, assumevano droghe. Avevano una vivace vita notturna …Ma questa è integrazione al nulla. Quando si chiede agli immigrati di integrarsi a che co-sa vorremmo che si integrassero in realtà? Quali sono i valori della civiltà occidentale oggi? La libertà? Ma la libertà non è un valore solo occidentale, bensì umano, valido in tutte le civiltà? E allora? Devono forse integrarsi alla “legge” che fa di una persona un individuo? Che cosa sono la libertà, l’amore, in assenza di una identità, di una sto-ria, di una religione? Gran parte dell’Occidente pensa che i propri valori siano nati oggi e non siano frutto di un lungo percorso storico, in cui la religione ha giocato un ruolo fondamentale.
Per capire bene l’altro devo conoscere e capire prima me stesso per rapportarmi e cogliermi persona in relazione a cominciare da uomo-donna. Se non siamo in grado di dire che cos’è oggi il Cristianesimo, che cos’è l’Occidente, l’Europa, non potremo nemmeno dire che cos’è l’Islam come è avvenuto, invece, con Avicenna e Tommaso. Perché l’altro mi aiuta a definire meglio me stesso (…). Ma chi mi ha fatto capire in modo chiaro che cosa sia il Cristianesimo non sono stati i discorsi di principio, bensì l’incontro con l’essere umano, con i cristiani, con le persone. E’ stato lo sguardo che il fedele cristiano ha sul mondo, sugli altri, uno sguardo, una capacità di cercare il bene e il bello in ogni situazione e in chiunque, anche nei nemici. E’ questo, secondo me, il cuore del Cristianesimo cui poter integrarsi. I cristiani vedono in me il bello e il bene che io non vedo e mi aiutano così a tornare alle mie radici buone. Questo sguardo non è facile ma un vero cristiano ce l’ha, ha questa capacità di vedere. In fondo lo dice an-che il vangelo: vieni e vedi”.
Come ricordava Biffi ci sono valori assoluti, trascendentali come il vero, il bene e il bello che chi li percepisce e li ama, percepisce sempre, onora, ama, Gesù Cristo an-che se non lo sa e magari si crede ateo. Ma nella drammatica frattura fra Vangelo e cultura con l’Occidente relativista, con l’egemonia individualista liberale, secolarizza-ta il dialogo con le altre culture, con l’Islam in particolare, nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente, non è possibile e quindi non è possibile l’integrazione. E quindi rischiosa l’accoglienza. Come far maturare in Occidente, in Europa, in Italia questa consapevolezza?
Nella risposta alla riflessioni inviate ai Vescovi da parte del Vescovo di Ventimiglia e San Remo riporta l’appello che le Chiese africane hanno rivolto ai loro figli più gio-vani: “Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impie-ghi inesistenti in Europa e in America” ha detto Mons. Nicolas Djomo, Presidente del-la Conferenza Episcopale del Congo, all’incontro panafricano dei giovani cattolici del 2015, invitandoli a guardarsi dagli “inganni delle nuove forme di distruzione della cul-tura e della vita, dei valori morali e spirituali”, perché non si può pensare che gli uo-mini siano come merci che si possono sradicare e trapiantare dovunque, se non per-seguendo un’idea nichilista, individualista, che vorrebbe appiattire le culture e le identità dei popoli. “Voi siete il tesoro dell’Africa; - ha aggiunto Djomo – la Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”. Ancora più recentemente, dal Senegal alla Nigeria, I Vescovi hanno avuto reazioni indignate di fronte ad alcuni fil-mati che mostrano come vengono trattati alcuni migranti prima di essere venduti in Libia come schiavi, per poi finire a fare i profughi in mare aperto. “Non abbiamo il di-ritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissi-mo come funzionano, tutto questo deve finire” dice dal Senegal Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, che argomenta per assurdo: “meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”. A lui hanno fatto eco più recentemente in Nigeria Mons. Joseph Bagobiri della Diocesi di Kafachan e Mons. Jilius Adelakan, Vescovo di Oyo. I pastori riconoscono che la Ni-geria è un Paese ricco di tante risorse, ma le associazioni malavitose, che hanno con-tatti nei vari Paesi europei, e anche in Italia, incoraggiano la tratta di esseri umani, alimentando illusioni, false speranze, per un loro tornaconto”.
Al chiaro giudizio dei Vescovi africani occorre dire che una società individualista, priva di relazioni, di senso del sacro, di libertà vera nata dall’interiorità, di rispetto dell’altro come persona, in una parola una società priva di amore come sta diventan-do l’Occidente secolarizzato non è un modello: è presuntuoso che la nostra civiltà, in queste condizioni, si senta superiore a russi e cinesi o iraniani, africani. La mancanza di conversione dell’Occidente trascina anche popoli di tradizione diversa sulla via del-la guerra e li priva della testimonianza che l’amore e la pace possono esistere, un inutilmente nascosto bisogno di speranza in tutti.

Nessun commento:

Posta un commento