venerdì 20 luglio 2018

Garantire ai popoli la possibilità di non emigrare

“Come garantire ai popoli la possibilità di non emigrare, di vivere nella propria terra e offrire là dove si è nati il proprio contributo al miglioramento sociale” (Mons. Antonio Suetta)

Il Vescovo di Ventimiglia risponde alla lettera della CEI sull’immigrazione

Carissimi,
leggendo con attenzione la Vostra lettera, ho ritenuto di dover rispondere alle Vostre riflessioni innanzitutto a partire dall’esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud
Italia. Spesso purtroppo siamo stati testimoni di drammi consumati alla frontiera italo-francese, dove molti migranti giungono nel desiderio di oltrepassare il confine presidiato dalla gendarmeria, alcuni scappando da situazioni pericolose, altri per ri-congiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. Su questo confine si sono consumate grandi tragedie umane, per la morte violenta di uomini e donne (anche incinte) rimaste vittime di in-cidenti nel tentativo di oltrepassare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell’autostrada o il “sentiero della morte” sui monti. A questo si aggiunga la proliferazione di situazioni di criminalità e di business, ad opera dei cosiddetti “passeurs”.
Questa esperienza, unita all’ascolto dei tanti immigrati che ho potuto incontrare nel-le varie strutture che la nostra Chiesa mette a disposizione, con il coinvolgimento di tanti volontari e la generosità di tanti fedeli, mi consente di fare alcune riflessioni in merito alla Vostra lettera.
Rifiutare, maltrattare, sfruttare quanti si trovano in queste condizioni è intollerabile, come anche il negare l’assistenza e le cure necessarie per la sopravvivenza è contra-rio all’insegnamento del Vangelo e al rispetto di ogni diritto umano fondamentale.
Mi sono chiesto più volte: quale può essere il ruolo profetico della Chiesa in questa si-tuazione? Certamente, abbiamo dato, e continuiamo a farlo, pasti caldi, riparo e supporti vari (mediazione, orientamento, soprattutto umanità) a chi versa in condi-zioni di difficoltà e ha bisogno del necessario per vivere. Ma può bastare questo per risolvere un problema di proporzioni sempre più gravi?
La Chiesa guarda al bene integrale dell’uomo e di tutti gli uomini, tenendo conto che la sua azione propria è di natura religiosa e morale, altrimenti non ci sarebbe nessu-na differenza con una qualsiasi delle ONG che si attivano per il trasporto dei migranti nel Mediterraneo. La Chiesa è nata per perpetuare la presenza e l’azione di Gesù Cristo Salvatore, essa parla alle coscienze e al cuore di ogni uomo, traducendo e in-carnando il suo annuncio in azioni concrete. Rispetto ai problemi contingenti, come ricordava San Giovanni Paolo II, intervenendo in un Simposio sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel 1982: «la Chiesa non ha competenze dirette per proporre soluzioni tecniche di natura economico-politica; tuttavia, essa invita a una revisione costante di qualsiasi sistema, secondo il criterio della dignità della persona umana». La Chiesa, cioè, quanto al suo magistero, agisce non in nome di una competenza tecnica, ma at-traverso una seria riflessione cristiana che illumina i temi della realtà sociale.
Di fronte a situazioni complesse di carattere politico e sociale, spesso i fedeli, indivi-dualmente o in gruppi particolari, possono assumere legittime e diversificate iniziati-ve, trovando sempre però nel Vangelo e nell’insegnamento sociale della Chiesa i principi ispiratori delle loro azioni e delle loro scelte politiche. Le scelte e i progetti dei singoli o dei gruppi di ispirazione cristiana possono divergere, pur agendo da cristiani, senza per questo pretendere di agire a nome della Chiesa o di imporre un’interpretazione esclusiva e autentica del Vangelo. La Gaudium et spes, al n. 43, ha espresso questo principio in modo inequivoco: «Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata solu-zione. Tuttavia altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, ciò che succede abbastanza spesso legittimamen-te. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della pro-pria opinione l’autorità della Chiesa».
In un contesto complesso e pluralista, compito della Chiesa è indicare principi morali perché le comunità cristiane possano svolgere il loro ruolo di mediatrici nella ricerca di soluzioni concrete adeguate alle realtà locali. Lo ha mirabilmente espresso il Beato Paolo VI al n. 4 di Octogesima adveniens: «Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla al-la luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia, e particolarmente in questa era industriale».
Tali precisazioni sono importanti per giungere al cuore della mia riflessione, che ruota attorno alla seguente affermazione: l’esperienza dell’emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonan-do affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depau-perata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occi-dentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati – non sempre senza ragione – di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa.
Le lacrime dei tanti giovani immigrati che ho incontrato in questi anni danno ragione della complessità della vicenda.
Comprendo in questo senso le parole di San Giovanni Paolo II, tratte dal Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni del 1998: “il diritto primario dell’uomo è di vi-vere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costan-temente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”. Un principio di giusti-zia sociale ribadito anche da Benedetto XVI che, nel Messaggio per la Giornata Mon-diale del Migrante e del Rifugiato del 2013, ha affermato il “diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”. Interpretando l’esperienza e la coscienza di tanti profughi, spesso vittime di sogni e illusioni, ha commentato: “Invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un «calvario» per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria”.
Per questa ragione, oggi, mentre affermiamo con Papa Francesco il dovere dell’accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, oc-corre anche impegnarsi, forse più di quanto non sia stato fatto, per garantire ai popo-li la possibilità di “non emigrare”, di vivere nella propria terra e di offrire là dove si è nati il proprio contributo al miglioramento sociale. La separazione e lo smembramen-to delle famiglie dovuto all’emigrazione rappresenta un grave problema per il tessuto sociale, morale e umano dei Paesi d’origine. L’emigrazione dei giovani rappresenta un grande depauperamento per l’Africa. Spesso, inoltre, a emigrare sono i giovani istruiti, nell’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. Nell’impegno per l’accoglienza, si finisce spesso per trascurare quanti restano in quei Paesi, che spesso sono veramente i più poveri, anche culturalmente.
Fermo restando il diritto per ogni uomo di cercare fortuna fuori dalla propria terra di origine, come anche il dovere di accoglienza per i Paesi più ricchi del mondo, occorre tuttavia tener conto del fatto che gli uomini, le donne e i bambini oggi coinvolti nel fe-nomeno delle migrazioni sono – a mio parere – tre volte vittime.
Innanzitutto sono vittime di ingiustizie, di miserie, e spesso anche di guerra, che li costringono a partire dai loro Paesi d’origine. Come possiamo tacere che tali situa-zioni, direttamente o indirettamente, sono frutto di politiche coloniali antiche e nuo-ve? Il primo dovere di carità umana allora ci impone di aiutare questi popoli laddove vivono, richiamando l’attenzione e l’impegno di tutti sulla rimozione di queste ingiu-stizie e quindi anche delle cause che li spingono all’emigrazione.
Desidero richiamare in proposito l’appello che le Chiese africane hanno rivolto in più occasioni ai loro figli più giovani: “Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America” ha detto Mons. Nico-las Djomo, Presidente della Conferenza Episcopale del Congo, all’incontro panafrica-no dei giovani cattolici del 2015, invitandoli a guardarsi dagli “inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali”, perché non si può pensare che gli uomini siano come merci che si possono sradicare e trapiantare ovunque, se non perseguendo un’idea nichilista che vorrebbe appiattire le culture e le identità dei popoli. “Voi siete il tesoro dell’Africa; – ha aggiunto Djomo – la Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”.
Ancora più recentemente, dal Senegal alla Nigeria, i Vescovi hanno avuto reazioni in-dignate di fronte ad alcuni filmati che mostrano come vengono trattati alcuni migran-ti prima di essere venduti in Libia come schiavi, per poi finire a fare i profughi in mare aperto. “Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire” dice dal Se-negal Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, che argomenta per assur-do: “meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”. A lui hanno fatto eco più recentemente in Nigeria Mons. Joseph Bagobiri della Diocesi di Kafachan e Mons. Jilius Adelakan, Vescovo di Oyo. I Pastori riconoscono che la Nigeria è un Paese ricco di tante risorse, ma le as-sociazioni malavitose, che hanno contatti anche nei vari Paesi europei, e anche in Ita-lia, incoraggiano di fatto la tratta di esseri umani, alimentando illusioni e false spe-ranze, per un loro tornaconto.
In secondo luogo, oltre che vittime di ingiustizie laddove vivono, i migranti sono spes-so vittime di rifiuto e di sfruttamento nei Paesi a cui approdano. Sono anche vittime di condizioni strutturali che, al di là della buona volontà di chi accoglie, non consentono sempre di dare loro quella fortuna che cercano. Come possiamo dimenticare le diffi-coltà di lavoro che incontrano molti dei nostri giovani, essi pure costretti ad andare a cercare altrove la prospettiva di un futuro?
In questo ambito si deve considerare il difficile tema dell’immigrazione islamica, che pone un grave problema di integrazione con la nostra cultura occidentale e cristiana. Faccio riferimento a dati obiettivi, fonte spesso di problemi non indifferenti, posti dal-la difficile conciliazione di concezioni assai diverse del diritto di famiglia, del ruolo del-la donna, del rapporto tra religione e politica. Il tema è stato ben argomentato a suo tempo dal compianto Card. Giacomo Biffi e molti sono i richiami in tal senso prove-nienti in questi anni dai Vescovi che in Medio Oriente vivono quotidianamente queste difficoltà, come ad esempio, il Vescovo egiziano copto di Alessandria, Mons. Anba Ermia. Queste difficoltà sono ben note anche in alcuni Paesi europei, come la Francia, dove l’integrazione è ancora di là da venire, come ci dimostrano le tristi cronache di questi anni. Tuttavia mi preme precisare, come anche Papa Francesco ha affermato più volte, che i fatti gravi di tipo sovversivo e terroristico non sono fondamentalmente espressione di una guerra di religione, essendo più variegate e complesse le motiva-zioni. Grandi passi sono stati fatti sul piano del dialogo interreligioso. Per tornare al nostro tema, le difficoltà di integrazione le vediamo anche nelle realtà più piccole dei nostri centri, dove assistiamo alla creazione di veri e propri “quartieri islamici”, che, con gravi tensioni tentano di impiantare le loro regole e le loro tradizioni.
Anche Papa Francesco ha sempre riconosciuto che la politica dell’accoglienza deve coniugarsi con la difficile opera dell’integrazione “che non lasci ai margini chi arriva sul nostro territorio” e proprio pochi giorni fa ha precisato che l’accoglienza va fatta compatibilmente con la possibilità di integrare. L’esperienza di questi anni ci ha di-mostrato che gli immigrati spesso restano ai margini delle nostre società, in veri e propri ghetti, in cui parlano la loro lingua e introducono i loro costumi, come in comu-nità parallele, talvolta in contesti di degrado. Per non tacere del grave fenomeno de-gli immigrati che finiscono in mano alla malavita o agli sfruttatori del piacere sessua-le.
In terzo luogo, i migranti, già vittime di ingiustizie nei loro Paesi d’origine, costretti a subire sfruttamento e gravi difficoltà nei Paesi di arrivo, soprattutto quando scoprono che non ci sono le condizioni di fortuna sperate, sono vittime insieme alle popolazioni occidentali di “piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri inter-nazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli euro-pei”, come recentemente ha ricordato Mons. A. Schneider. Senza ossessioni di com-plotti, ma anche senza irresponsabili ingenuità, non possiamo nascondere che siano in atto tanti progetti e tentativi volti ad annullare le identità dei popoli, perché cia-scun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fino in fondo: lo possiamo costatare dalla produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà. Se da una parte possiamo concordare che oggi non vi sia una vera e propria guerra tra le religioni, dobbiamo però riconoscere che è in atto una “guerra” contro le religioni, ogni religio-ne, e contro il riferimento a Dio nella vita dell’uomo. Spesso, giunti in Europa, i mi-granti sentono anche il peso e la fatica di una visione di vita e di uno stile non appar-tenenti alla loro storia e identità, siano essi cristiani, islamici o di altra fede religiosa.
Come Vescovo, sento forte la responsabilità di custodire il gregge che mi è stato affi-dato e di custodire la continuità dell’opera della Chiesa nel nostro problematico con-testo sociale, presidio e baluardo di autentica promozione umana. Personalmente, sono convinto che il futuro dell’Europa non possa e non debba rischiare verso una so-stituzione etnica, involontaria o meno che sia.
Tutte queste ragioni, che in breve ho cercato di enucleare, danno ragione di quanto è affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 2241, compendia la sag-gezza, la prudenza e la lungimiranza della Chiesa:
“Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo stranie-ro alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibi-le trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga ri-spettato il diritto naturale, che pone l’ospite sotto la protezione di coloro che lo ac-colgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, pos-sono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridi-che, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li ac-coglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi one-ri.”
A questi principi di buon senso e sapienza cristiana suggerisco di conformare l’agire sociale, illuminati dal Magistero della Chiesa, del Papa e dei vostri Vescovi.
Consegno questo messaggio con la più ampia libertà del cuore, non avendo da difen-dere posizioni di privilegio, strutture o posizioni politiche, ma guardando alla com-plessità del fenomeno in gioco, e alla varietà degli elementi di cui occorre tener conto affinché in questa impegnativa congiuntura, come sempre, il Vangelo di Gesù Cristo sia la bussola che orienta il cammino della Chiesa e degli uomini di buona volontà per il bene integrale del singolo e dell’umanità intera.
+ Antonio Suetta
Vescovo di Ventimiglia – San Remo

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