giovedì 28 giugno 2018

Domenica XIII anno B

“Dio non ha creato la morte”. Questa non viene da Dio, ma è “entrata nel mondo per invidia del diavolo” e  la fede in Lui ricrea la vita veramente vita

Oggi la liturgia ci propone nella prima lettura, tratta dal libro della Sapienza, un prospettiva generale sulla morte e sulla vita, sul bene e sul male. Il Vangelo mostra Gesù come sorgente di vita: egli non soltanto guarisce con un semplice contatto una donna che soffre emorragia e considerata
impura nella mentalità di quel tempo, ma è in grado anche di far risorgere una ragazza morta per ravvivare la fede in Lui, morto e risorto, nell’attesa della vita veramente vita dell’anima e del corpo.
Il  libro della Sapienza non esita a dire che “Dio non ha creato la morte”. Nel libro della Genesi viene raccontata la creazione di tutti gli esseri da parte di Dio e ogni volta viene ripetuto, come ritornello: “E Dio vide che era cosa buona”. Dopo la creazione di uomo-donna per donare la vita umana e “vide che era cosa molto buona”. Afferma il libro della Sapienza: “Le creature del mondo sono sane, in esse non c’è originariamente veleno di morte”.
Ma il diavolo ha rovinato parzialmente quest’opera di Dio con la tentazione e il peccato con il soccombere dell’uomo, e quindi anche con la morte. Nella Lettera ai Romani Paolo afferma: “Il peccato è entrato nel mondo, e con il peccato la morte” (Rm 5,12).
L’intenzione di Dio nel creare l’uomo-donna era positiva: “Sì, Dio ha creato l’uomo-donna per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura trinitaria”. Lo ha creato per associarlo alla sua vita divina beata: una vita di eternamente Amante, il Padre, di eternamente Amato, il Figlio, di unione tra il Padre e il Figlio nell’eterno Amore, lo Spirito santo.
Nel Vangelo Gesù rivela la piena sintonia con questa intenzione divina. Egli, il Figlio che ha assunto un volto umano per liberarci dal peccato e dalla morte morendo e risorgendo ci rivela l’amore del Padre fino al perdono.
L’evangelista Marco ci ha presentato due guarigioni miracolose che Gesù compie in favore di due donne: la figlia di uno dei capi della Sinagoga, di nome Giairo, ed una donna che soffriva emorragia (Mc 5,21-43). Sono due episodi in cui sono presenti due livelli di lettura; quello puramente fisico: Gesù si china sulla sofferenza umana e guarisce il corpo; e quello spirituale: Gesù è venuto a guarire il cuore di ogni essere umano e di fronte alla domanda c’è un al di là anche del corpo, di anima-corpo, della relazione uomo-donna, immagine della relazione, dell’amore trinitario, nella fede in Lui? Nel primo episodio, infatti, alla notizia che la figlioletta è morta, Gesù dice al capo della Sinagoga: “Non temere, soltanto abbi fede!” (v.36). Ed essa si alzò e si mise a camminare. San Girolamo commenta sottolineando la potenza salvifica, divina, ricreatrice di Gesù: “Fanciulla, alzati per me: non per merito tuo, ma per la mia grazia”. Il secondo episodio, quello della donna affetta da emorragia, mette nuovamente in evidenza come Gesù sia venuto a liberare l’essere umano nella sua totalità. Infatti, il miracolo si svolge in due fasi: prima avviene la guarigione fisica, ma questa è strettamente legata alla guarigione più profonda, quella che dona la grazia di Dio a chi si apre con fede a Lui, morto e risorto, per la vita veramente vita dell’anima e del corpo, con ogni bene senza più alcun male. Gesù dice alla donna: “Figlia (in me Figlio del Padre per opera dello Spirito santo), la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male, (dalla morte)!” (Mc 5,34). Noi abbiamo bisogno delle piccole speranze – più piccole o più grandi – che. giorno per  giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza esse non bastano. E Dio soltanto è il fondamento della grande speranza – non un dio, un deismo qualsiasi, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino a morire  e risorgere per liberarci dal peccato e dalla morte e ci ama fino al perdono: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un al di là immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno si fa presente là dove Egli si sente amato  in chi dalla spinta erotica giunge all’amore agapico, in chi dall’amare gli altri come ama se stesso arriva ad amare come il Padre in Cristo con il dono dello Spirito ci ama. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, come la Regina dell’Amore ce lo offre, allo stesso tempo è per noi garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo spettiamo: la vita che è “veramente” vita.

Nessun commento:

Posta un commento