venerdì 1 giugno 2018

Coscienza, morale e verità

Coscienza morale e verità
nel magistero del Card. Carlo Caffarra

Di Monsignor Lucio Melina Angelicum 18 maggio 2018
Nella esortazione apostolica Amoris laetitia, Papa Francesco auspica che «la coscienza delle persone (sia) meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio» (n. 303). Ha anche aggiunto che «naturalmente
bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore». Ma che cosa significano precisamente queste affermazioni?
1. Primato della coscienza?
C’è chi ha voluto intenderle come invito ad un radicale “cambio di paradigma” (Paradigmenwechsel), da mettere in opera in tutta la teologia morale cattolica, un punto di svolta, in cui la Chiesa riconosce finalmente il primato della coscienza, al punto da relativizzare le norme, che andrebbero quindi non semplicemente applicate, ma sempre interpretate soggettivamente e in maniera diversa a seconda delle situazioni e circostanze, che solo la coscienza può conoscere e valutare. Senza dover negare le norme, questa ermeneutica del “discernimento caso per caso” diventerebbe la chiave “pastorale” offerta da Amoris laetitia, per poter finalmente fare pace con tutto il magistero morale sulla vita e la sessualità, in particolare con quello di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, smussandone le pretese normative eccessive, condannate come rigidità rigoristica. Non ci sarebbe bisogno dunque di cambiare la dottrina di Humanae vitae sulla contraccezione, di Evangelium vitae sull’aborto e sull’eutanasia, di Donum vitae sulla procreazione artificiale, basterebbe interpretarle pastoralmente, lasciando alla coscienza l’autorità di discernere nel caso particolare.

Di fronte a queste letture diffuse non solo tra i teologi ed i pastori, ma addirittura negli interventi di alcuni Vescovi o Conferenze Episcopali regionali, quattro Cardinali hanno rivolto al Papa alcuni Dubia, che finora non hanno trovato risposta. L’ultimo di questi dubbi riguarda proprio il tema della coscienza. Eccolo: «Dopo Amoris Laetitia (n. 303) si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II Veritatis splendor, n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?».

Vorrei ora rileggere con voi il luminoso insegnamento del card. Carlo Caffarra, uno dei quattro Cardinali firmatari dei Dubia, sul tema della coscienza, mostrando come esso sia decisivo per uscire dall’ambiguità e garantire nello stesso tempo la dignità della coscienza e il rispetto assoluto della vita umana e dell’amore.
2. Questione della verità e destino dell’uomo
La storia umana – come disse il Cardinale di Bologna proprio l’anno scorso in questa stessa circostanza - è uno scontro tra la forza di attrazione della verità, che ha la sua sorgente nel Cuore del Crocifisso-Risorto, e il potere di Satana, che edifica una cultura della menzogna. Per lui la teologia non era una questione solo accademica: si inserisce piuttosto nel dramma della storia della salvezza. E’ insieme liturgia adorante e combattimento, risposta militante all’amore di Dio, testimonianza di fede e gesto di carità con cui si edifica la Chiesa.

Il destino dell’uomo si gioca per lui soprattutto sulla questione della verità. Egli si ispira a Sant’Agostino, che scrisse: «nessuno può essere amico dell’uomo se non è innanzitutto amico della verità», e a Karol Wojtyla, che disse: «L’uomo è se stesso attraverso la verità. La sua relazione con la verità decide della sua umanità e costituisce la dignità della persona».

Non si tratta qui di una verità astratta, ma della verità sul bene, sul fine ultimo che rende una vita umana veramente buona. La menzogna che si è imposta nella cultura contemporanea nega la possibilità di conoscere una verità sul bene, che guidi l’agire e che formi  le regole di “una grammatica morale comune”, capace di assicurare la pace e il bene comune della società. Percorriamo con Caffarra i tratti di questa deriva di un’etica senza verità e senza bene, prima di risalire con lui la china di un orizzonte antropologico adeguato.

La ragione pratica infatti è stata umiliata e ridotta a ragione utilitaria, incapace di attingere una verità universale sul bene e sul male, e serva degli interessi dell’individuo. Essa ha un valore puramente strumentale, dovendo calcolare i mezzi più adatti, ma senza poter giudicare sui fini dell’agire, che vengono lasciati all’arbitrio dei gusti soggettivi. Il relativismo etico non può che cercare un qualche rimedio nel contrattualismo sociale di regole convenzionali, stabilite per assicurare la convivenza, ma senza che vi sia la possibilità di uscire dall’aporia per cui nessuna regola può impormi di rispettare le regole. Il soggetto utilitario vive «nell’orizzonte antropologico costituito dai suoi bisogni ed interessi (…) il cui criterio di soddisfazione è paralizzato dalla psicologia centripeta dell’amor proprio». Nel clima della post-modernità, esso è prigioniero dell’emotivismo, che rende impossibili legami stabili per l’esistenza.

La libertà, rompendo il legame costitutivo con la verità sul bene, diventa “infondata”, priva di contenuti e arbitraria: è quella libertà di indifferenza, teorizzata dal nominalismo tardo-medioevale, per cui le norme morali non hanno nessun riferimento veritativo al bene, ma solo un potere coercitivo per stabilire estrinsecamente il giusto legale.

In questo contesto la coscienza perde il suo carattere originario di testimonianza della verità sul bene e diventa semplice opinione personale che nessuno avrebbe l’autorità di giudicare. E’ quella “contraffazione della coscienza”, contro cui il beato Card. John Henri Newman combatté, identificando il fattore di mistificazione in quello che lui chiamava “principio liberale”, che nega ogni riferimento veritativo superiore al soggetto. Il Card. Caffarra, in un intervento inedito, che avrebbe dovuto tenere a Londra il 21 ottobre 2017, denunciò la straordinaria attualità della teologia newmaniana della coscienza, per la quale il sense of duty acquista tutta la sua autorità e il suo valore positivo, solo quando si associa nell’intimo della coscienza al moral sense, che sa riconoscere la sua dipendenza dalla verità, da Dio e dalla Chiesa. Altrimenti, l’esaltazione dell’autonomia senza ricerca e subordinazione alla verità, si trasforma nell’inconscia dipendenza alla mentalità dominante o nella schiavitù dei propri interessi e desideri.

Diventa così evidente l’alternativa fondamentale di fronte a cui  si trova la nostra concezione della coscienza. Eccola rappresentata con parole del card. Caffarra: «o l’essere procede dalla coscienza (…), oppure la coscienza procede dall’essere. L’alternativa è tanto radicale da non ammettere alcun tertium quid. Sullo sfondo (…) si iscrive l’alternativa radicale del significato del bene e quindi della natura della moralità. La differenza essenziale è quella tra la tesi della semplice idealità: o la coscienza procede dal bene ed è la coscienza del bene, oppure il bene procede dalla coscienza ed è il bene della coscienza ».

La contraffazione della coscienza diventa “fattore distruttivo dell’umano”. Ciò avviene quando essa, staccata dal nesso di dipendenza costitutiva dalla verità, si illude di essere fonte del bene e del male, principio di auto-creazione. Il soggettivismo ed il relativismo assumono la forma di un personalismo neo-gnostico, che identifica l’uomo con uno spirito autonomo, che potrebbe plasmare il suo stesso essere corporeo secondo i propri desideri e progetti. Queste pretese solo apparentemente esaltano l’uomo, illudendolo col miraggio di possedere un potere creativo sulla realtà e un’autorità assoluta sul bene e sul male: in realtà lo portano al suicidio di un’anti-creazione diabolica.

E tuttavia proprio nell’intimo della coscienza brilla irriducibile quella che Caffarra chiama: “l’originaria memoria del bene e del vero”, una luce dove il Mistero si fa originariamente presente, in una rivelazione primitiva che guida l’uomo. Egli colloca a questo livello alcune “intuizioni spirituali, percezioni di realtà, esperienze vissute”, che formano la struttura fondamentale di un’antropologia adeguata e i riferimenti guida per la verità sul bene. Innanzitutto l’irripetibile unicità di ogni persona, che vale per se stessa e merita l’omaggio della mia libertà; poi il valore del corpo, come segno visibile della persona, che appartiene al suo essere e non solo all’avere, in quanto l’essere umano è unità sostanziale di corpo e anima; il di-morfismo sessuale, come simbolo originale della chiamata della persona  a vivere in relazione con gli altri.

Sulla scorta della riflessione tomista, il Cardinale emiliano reinterpreta in chiave personalista le inclinazioni naturali verso i beni umani fondamentali della vita, della sessualità e della socialità. Egli parla di “reciproca inabitazione delle inclinazioni naturali nella ragione pratica e della ragione pratica nelle inclinazioni naturali, del bios nel logos e del logos nel bios”. Se le aspirazioni ai beni umani particolari offrono alla ragione il contenuto, è nel riferimento ermeneutico al bene della persona che esse acquisiscono la forma propriamente etica della virtù.

Per concludere questo primo punto, notiamo i due presupposti fondamenti della visione di Caffarra che stabiliscono il nesso tra verità e destino dell’uomo nella sua visione della coscienza morale; essi sono: da un lato l’antropologia adeguata che sa integrare anche la corporeità e i suoi dinamismi nella persona e dall’altro l’assunzione della prospettiva pratica di prima persona, per cui il soggetto ricerca, mediante l’agire, il suo compimento. E’ questa concezione realista che può opporsi alla frammentazione dell’essere umano e alla concezione utilitarista ed emotivista del suo agire.
3. Rispetto della vita umana e dignità dell’amore
Il punto forte della concezione del Card. Caffarra sulla coscienza morale è che essa ha il suo perno nella dipendenza dalla verità, verità del disegno di Dio, iscritto nella natura umana e rivelato in Cristo, mediante la Parola di Dio. L’antropologia adeguata, cioè la verità sull’uomo, donata in quel “Principio” che è la Creazione, illumina la coscienza nei suoi giudizi concreti e pratici. Essa non ha a che fare con una legge esteriore, rispetto a cui è sempre possibile cercare attenuanti ed eccezioni, interpretazioni soggettive e flessibili. Ha che fare con la verità sul bene, di cui deve dare testimonianza, attestandone la pertinenza. La via della coscienza è la via della verità sul bene, è la via del “Principio”.

«Se non si percorre questa via, è inevitabile che si imbocchi la via dei farisei, cioè la via della casistica», la via del “caso per caso” e delle eccezioni, che valuta le attenuanti e così riesce a giustificare l’aborto, la contraccezione, l’adulterio. «Se consideriamo l’Humanae vitae principalmente e fondamentalmente una legge morale (da interpretare secondo coscienza) entriamo necessariamente nella logica della casuistica, dell’applicazione cioè dell’universale al particolare».

Ma, assicurava Caffarra, San Giovanni Paolo II non l’ha mai vista così: essa è la testimonianza della verità sull’amore coniugale, che chiede di essere vissuto nella dimensione del dono di sé, del rispetto della vita umana e del corpo e non dell’uso della persona dell’altro per il proprio piacere o per il proprio utile. Nell’enciclica Humanae vitae Paolo VI affermava con chiarezza che la Chiesa non è autrice, né può essere quindi arbitra della legge morale, ma soltanto depositaria e interprete, «senza mai poter dichiarare lecito quel che non lo è per sua intima e immutabile opposizione al vero bene dell’uomo».

La persona che è stata creata a immagine e somiglianza di Dio, è chiamata al dono di sé nell’amore, al riconoscimento di questa vocazione nella differenza sessuale tra maschio e femmina: questa è la verità grande che illumina la coscienza. Ed il Cardinale di Bologna concludeva: «E’ rimasta solo la Chiesa cattolica a farci sentire il respiro dell’eternità nell’amore umano. E se anche essa rinunciasse a farlo sentire?», per complicità, per paura o per falsa accondiscendenza. L’ultimo suo intervento, che non poté tenere a causa della morte improvvisa, evocava il tradimento di Pietro (cfr. Mc 14, 66-76), che per paura, davanti a una serva, rinnega la verità: «Sappiamo che Pietro ha tradito e piange. Egli è stato autore, vittima e testimone della prevaricazione contro la verità».

A questo riguardo Carlo Caffarra metteva anche in guardia dall’equivoco di pensare che «i criteri del discernimento debbano essere desunti dalla misericordia»: ciò «è falso e pericoloso», ammoniva. Falso, perché la carità, di cui la misericordia è dimensione essenziale,  denota un’attitudine generale, che muove i gesti di guarigione, ma non può determinare il giudizio sulla natura della malattia da curare. Ed è pericoloso perché la misericordia così intesa può portare ad evitare di ricorrere a necessarie medicine amare.

A proposito della coscienza, egli citava di frequente una massima di Feodor Dostojevski nel suo Diario di uno scrittore: «Non dire mai a nessuno di seguire la propria coscienza, senza aggiungere che deve prima di tutto preoccuparsi di formarsi una coscienza vera, perché altrimenti gli avrai indicato la via più rapida per rovinarsi».

*   *   *

Per questo il card. Caffarra era completamente d’accordo con l’invito a valorizzare maggiormente la coscienza delle persone, che Papa Francesco fa in Amoris laetitia. Egli condivideva con Newman l’idea che era bene brindare per il Papa, ma “prima per la coscienza e poi per il Papa”. E tuttavia era anche convinto che la dignità della coscienza deriva dalla sua dipendenza dalla verità e che quindi, il compito fondamentale dei pastori è quello non di blandire con l’illusione dell’autosufficienza, ma di formare la coscienza dei fedeli nella verità, senza cedere alla presunzione dell’autonomia, al relativismo e ai compromessi. Non è un cambio di paradigma ciò di cui abbiamo bisogno, ma una conversione del cuore, perché la nostra coscienza si apra alla verità e la realizzi nelle nostre azioni.

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