mercoledì 9 maggio 2018

Solennità dell'Ascensione Anno B

L’Ascensione di Gesù mette nei nostri cuori una grande speranza: non solo quella di raggiungere un giorno Lui nel cielo, ma anche quella di ricevere subito da Lui grazie necessarie perché la nostra vita sia veramente bella, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace
Nei suoi discorsi di addio ai discepoli apparendo per quaranta giorni, Gesù risorto ha molto insistito sull’importanza del suo “ritorno al Padre”, coronamento di tutta la sua missione di donarci la speranza affidabile: Egli
infatti è venuto nel mondo assumendo un volto umano per riportare ogni uomo a Dio, non sula piano ideale – come un filosofo o un maestro di saggezza – ma realmente, corporalmente, quale pastore che vuole ricondurre le pecore all’ovile. Questo “esodo” verso la patria celeste, verso la grande meta che ci fa vivere il presente, anche faticoso, che Gesù ha vissuto in prima persona, l’ha affrontato totalmente per noi. E’ per noi come umanità, per ciascuno di noi, che è disceso dal Cielo ed è per noi che vi è asceso, dopo essersi fatto in tutto simile agli uomini, umiliato fino alla morte di croce, e dopo avere toccato l’abisso della sepoltura, della massima lontananza da Dio cioè con un amore sino alla fine. Proprio per questo il Padre si è compiaciuto in Lui, per il suo amore verso ogni uomo comunque ridotto e lo ha “sovra esaltato” (Fil 2,9), restituendogli la pienezza della sua gloria, ma ora con la nostra umanità, come primizia per tutti noi. Dio nell’uomo – l’uomo in Dio: questa è ormai una verità non teorica ma reale. Perciò la speranza cristiana, fondato in Gesù Cristo, non è un’illusione ma, come dice la Lettera agli Ebrei, “in essa noi abbiamo come un’ancora della nostra vita” (Eb 6,19), un’ancora che penetra nel Cielo fuori del tempo e dello spazio dove Cristo ci ha preceduto. E’ questa la speranza donata, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente, il presente, anche un presente faticoso, addirittura drammatico, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta di ogni bene senza più alcun male anche per il corpo è così grande da giustificare la fatica del cammino storico nello spazio e nel tempo.
E di  che cosa ha più bisogno l’uomo di ogni tempo se non di questo cioè un saldo ancoraggio per la propria esistenza? Certo nel tempo e nello spazio abbiamo bisogno di speranze più piccole o più grandi che, giorno per giorno ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza oltre la morte esse non bastano.
La prima creatura che vi è giunta in anima e copro, come segno di speranza e di consolazione, è Maria presente in mezzo a noi come il Risorto. Volgendo lo sguardo in questa novena della Pentecoste di quest’anno, come i primi discepoli, siamo immediatamente rinviati alla realtà di Gesù Cristo: la Madre rimanda al Figlio, che non è più fisicamente tra noi, ma lo è sacramentalmente e ci attende nella casa del Padre. Gesù ci invita a non restare a guardare in alto, ma a stare insieme uniti nella preghiera, per invocare il dono dello Spirito Santo. Solo infatti a chi “rinasce dall’alto”, cioè dallo Spirito di Dio come figlio nel Figlio, è aperto l’ingresso nel Regno dei cieli (Gv 3,3-5), e la prima “rinata dall’alto” è proprio la Vergine Maria. A lei pertanto in questi giorni di Novena ci rivolgiamo nella pienezza della gioia pasquale: vieni Spirito santo, vieni per Maria.

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