mercoledì 16 maggio 2018

Messa della vigilia di Pentecoste

Nell’episodio del costato trafitto, così sottolineato in Giovanni, l’acqua, che inaspettatamente si è mescolata al sangue, rappresenta  lo Spirito Santo. Così noi, tutti, possiamo ricevere lo Spirito Santo per essere intimamente purificati e per essere santificati, riempiti dell’amore divino

In questa Messa vespertina nella vigilia di Pentecoste la liturgia ci propone testi che parlano dello Spirito Santo. La prima lettura, tratta dal libro di Gioele, presenta la promessa meravigliosa di Dio di effondere il suo Spirito con una generosità infinita ed è una profezia meravigliosa, perché
manifesta l’immensa generosità di Dio, che permette di effondere il suo Spirito cioè l’Amore tra il Padre e il Figlio
nella vita trinitaria, “sopra ogni uomo”.
Qui abbiamo già una prospettiva universale. Naturalmente gli ebrei hanno inteso questa profezia come riguardante “ogni uomo del popolo eletto”, ma in realtà essa non presentava questa limitazione. E Pietro, nel giorno di Pentecoste, citerà questo testo per dire che lo Spirito ormai è effuso su ogni uomo (At 2,17-21).
La profezia di Gioiele annuncia: “Diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”. “Profeti” significa esseri umani, uomini alla pari delle  donne, ispirati da Dio, non necessariamente per annunciare cose future, per fare predizioni, ma innanzitutto per illuminare le persone nelle vie di Dio e dare loro un forte slancio nell’amare il prossimo non solo come si ama se stessi ma come Dio ci ama fino al perdono.
L’oracolo precisa che tutti saranno beneficiati di questa effusione straordinaria: gli anziani e i giovani, e anche gli schiavi e le schiave. Nell’antichità questi ultimi culturalmente e socialmente non erano considerati veramente persone umane, non avevano nessun diritto, e i padroni avevano ogni potere su di loro. Ma Dio non esclude nessuno, vuol effondere il suo Spirito sopra ogni essere umano, anche sugli schiavi e sulle schiave, dando loro una dignità straordinaria, mettendoli alla pari dei loro padroni  provocando storicamente una delle rivoluzioni sociali più grandi.
Poi l’oracolo parla di una manifestazione esterna dell’intervento di Dio: “Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile”. Questa prospettiva tenebrosa e impressionante, che per noi evoca anche la memoria del Calvario (quando il sole si cambiò in tenebre cf.Mt 27,45) è seguita subito da una affermazione di salvezza: “Chiunque (nella venuta intermedia tra la venuta storica e la venuta finale) invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Noi cristiani sappiamo che “il nome del Signore” è quello di Gesù perché risorto, vivo e operante attraverso la sua Chiesa, ha ricevuto il nome di “Signore”, come afferma Pietro nel suo discorso di Pentecoste: “Dio lo ha costituito  Signore, Cristo” (At 2,36).
Nel Vangelo Gesù proclama ad alta voce il compimento di questa profezia. Dice il testo: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me (nella mia continua presenza sacramentale). Come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. L’evangelista precisa: “Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato (per l’amore in croce)”.
Gesù annuncia se stesso presente risorto nella Chiesa e attraverso la Chiesa come colui che può soddisfare le aspirazioni più profonde di ogni cuore umano: amare non solo come si ama se stessi, ma come si giunge ad amare con il dono di ciò che è più intimo del Risorto, lo Spirito Santo. Si diventa infelici rimanendo al livello materiale del consumismo, del piacere. Grazie ad ogni incontro con Cristo, al dono dello Spirito Santo pienamente effuso fin dalla prima Pentecoste, possiamo amare in modo divino. Maria, che lunedì memorizzeremo Madre della Chiesa, Regina dell’Amore, prega per noi.

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