giovedì 1 febbraio 2018

Domenica V anno B

Anziché inconsapevolme nte morire consapevolmente e vivere il dolore e l’angoscia della morte dà alla persona umana una preziosa opportunità di riconciliarsi con Dio, di affidargli la propria anima, di perdonare e chiedere perdono
Quest’oggi il Vangelo (Mc 1,29-39) – in stretta continuità con la precedente domenica – ci presenta Gesù che, dopo aver predicato di sabato nella sinagoga di Cafarnao, guarisce molti malati, ad iniziare dalla suocera di Simone. Entrato nella sua casa, la trova a letto con la febbre e, subito, prendendola per mano, la guarisce e la fa alzare. Dopo il
tramonto, risana una moltitudine di persone afflitte da mali di ogni genere. L’esperienza della guarigione dei malati ha occupato buona parte della missione pubblica di Cristo e ci invita ancora una volta a riflettere sul senso e sul valore della malattia in ogni situazione in cui l’essere umano possa trovarsi. Questa opportunità ci viene offerta anche dalla Giornata Mondiale del Malato, che celebreremo domenica prossima, 11 febbraio, memoria liturgia della Beata Vergine Maria di Lourdes, che testimonia l’efficacia anche della preghiera per la guarigione.
Nonostante che la malattia faccia parte dell’esperienza umana, ad essa non riusciamo ad abituarci non solo perché a volte diventa veramente pesante e grave, ma essenzialmente perché siamo creati per la vita, anzi per la vita “veramente” vita con ogni bene senza più alcun male. Giustamente il nostro “istinto interiore” ci fa pensare al Dio che ha assunto un volto umano come noi, è morto ma è risorto, è vivo anche con il suo suo corpo, si fa sacramentalmente presente come primizia per quello che avverrà anche per noi. Quando siamo provati dal male e le nostre preghiere unite alle cure mediche sembrano risultare vane, sorge allora in noi il dubbio e angosciati ci domandiamo: qual è la volontà di Dio non certo indifferente alla nostra sofferenza perché non dubitiamo del suo amore perché si è lasciato uccidere per liberarci dalla morte? E’ proprio a questo interrogativo che troviamo risposta nel Vangelo. Ad esempio, nel brano odierno leggiamo che “Gesù guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” cioè taumaturgo ed esorcista ((Mc 1,34); in un altro passo di san Matteo, si dice che “Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno cioè dell’amore di Dio e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo” (Mt 4,23). Fu un dolore  non poter operare miracoli nella sua Nazareth per mancanza di fede in Lui. Avendoci creati liberi Dio può operare anche oggi in noi se c’è fede e preghiera che glielo consente. Gesù non lascia dubbi: Dio – del quale Lui stesso ci ha rivelato il volto – è il Dio della vita, che ci libera da ogni male. I segni di questa sua potenza d’amore sono le guarigioni e le liberazioni che compie, per esempio a Lourdes: dimostra così che il regno di Dio, il suo amore è vicino, restituendo uomini e donne alla loro piena integrità di spirito e di corpo. Dico che queste guarigioni sono segni: non si risolvono in se stesse, ma guidano verso il messaggio di Cristo, ci guidano verso Dio e ci fanno capire che la vera e più profonda malattia dell’uomo è l’assenza del Dio che si è rivelato in Cristo, che morendo ha vinto anche per noi la morte, Cristo che, attraverso l’azione dello Spirito Santo,  si prolunga nella missione della Chiesa. Mediante i Sacramenti è Cristo che comunica la sua vita a moltitudini di fratelli e sorelle, mentre risana e conforta innumerevoli malati attraverso anche le tante attività di assistenza sanitaria che le comunità cristiane promuovono con carità fraterna, mostrando così il vero volto di Dio, il suo amore anche con l’unzione degli infermi e con il viatico  nel momento terminale di questa vita. Morire consapevolmente e vivere il dolore e l’angoscia della morte dà anche alla persona umana una preziosa opportunità di riconciliarsi con Dio ricevendo i sacramenti della confessione e dell’estrema unzione, di affidare la propria anima a Dio, di perdonare ai propri familiari, amici e nemici, e chiedere il loro perdono, unendo la propria sofferenza e morte alla passione e morte di Cristo, affinché il proprio dolore non sia una sofferenza priva di senso, senza abbreviarla o evitarla a tutti i costi con le cosi dette forme  eutanasiche. Morire una morte veramente umana e abbracciarla con fede e speranza affidabile, può costituire un prezioso e supremo atto di amore e gloria a Dio e di carità per i propri familiari e amici. Maria assunta in cielo, segno di speranza e consolazione, prega per noi. 

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