martedì 13 febbraio 2018

Disposizioni anticipate di trattamento

Morire una morte veramente umana e abbracciarla nell’attesa del di più di una vita veramente vita costituisce un prezioso  e supremo atto di amore al Donatore divino del proprio essere dono e un atto di carità per i propri familiari e amici

Alcuni accenni di morale e soprattutto di pastorale sulla legge del Biotestamento approvata il 14 dicembre 2017 ed entrata in vigore il 31 gennaio 2018.
Il Card. Bassetti al Consiglio permanente della CEI ha sottolineata la necessità, dopo l’approvazione della legge 219/2017, sia salvaguardata l’obiezione di coscienza per il medico e per il personale sanitario e si scongiuri il “rischio di
aziendalismo degli ospedali” cattolici. Ha anche affermato che la legge sarebbe stata inaccettabile pur se avesse espressamente previsto l’obiezione di coscienza, dal momento che di fatto ha introdotto l’eutanasia nell’ordinamento italiano. Da notare il cambio da “Dichiarazione” in “Disposizione”. 
La relatrice del disegno di legge sen. Emilia De Biasi di fronte a preoccupazioni per l’assenza nel testo di una disciplina dell’obiezione di coscienza, ovvero di una esenzione delle strutture sanitarie di ispirazioni religiosa, nell’ipotesi di conflitti la soluzione sarebbe stata togliere le “convenzioni” agli enti ospedalieri di ispirazione cattolica. La perdita dell’accreditamento avrebbe come effetto impedire l’operatività in contrasto con l’articolo 7 della Carta  e degli accordi concordatari che quella norma recepisce. Più di cento strutture hanno inviato una lettera al presidente della Repubblica chiedendo di rinviare la legge, che però è entrata in vigore il 31 gennaio. “Il ministro della Sanità ha riconosciuto il problema della applicazione sulle DAT agli ospedali cattolici. Ha ammesso che la legge appena approvata è priva di una norma  che disciplini l’obiezione di coscienza o che esenti, dalle disposizioni mortifere del paziente, gli istituti cattolici”.
Urge la tutela delle intime posizioni di “scienza e coscienza”  dei medici e del personale sanitario” che non possono diventare meri esecutori delle disposizioni del paziente: viene rotta l’alleanza, la storia di amore su cui si fonda la medicina.
Non si può ignorare il pensiero su cui si è espresso, con il contributo del card. Sgreccia, il Comitato Nazionale di Bioetica, nel 2005 investito direttamente del problema:
- “Alimentazione ed idratazione artificiali, in quanto mezzi ordinari di sostegno vitale, non possono essere considerati terapie in senso stretto, e fanno parte delle cure assistenziali dovute ad ogni malato, soprattutto se inabile”
- “Acqua e cibo non diventano una terapia medica soltanto perché vengono somministrati per via artificiale … La sospensione di nutrizione ed alimentazione va valutata non come doverosa interruzione di un accanimento terapeutico, ma piuttosto come una forma particolarmente crudele di abbandono del malato”
- “La richiesta nelle DAT di un tale trattamento si configura come la richiesta di una vera e propria eutanasia omissiva, omologabile sia eticamente che giuridicamente, ad un intervento eutanasico attivo, illecito sotto ogni profilo”
- “Idratazione ed alimentazione in persone in stato vegetativo persistente vanno ordinariamente considerate alla stregua di un sostentamento di base e, come tale, non possono essere interrotte”.
Ma a noi del Consiglio Pastorale, in una prospettiva spirituale cristiana, le pratiche di sedazione terminale sono erronee anche quando non hanno niente a che fare con l’eutanasia e anche quando non accorciano la vita umana di un solo secondo perché, togliendo la coscienza, privano i pazienti della dignità di vivere in modo adeguatamente umano e dignitoso gli ultimi giorni della loro vita approssimandosi della morte. Imporre la sedazione profonda terminale a persone umane, con l’intenzione di sottoporle ad incoscienza fino alla morte, al fine di risparmiare loro ansia e dolore, non è mai permesso.
La soppressione della coscienza è invece accettabile quando si tratta di un effetto collaterale non intenzionale del trattamento del dolore agonizzante (per es. in seguito a dispnea, delirio agitato), refrattario a misure meno radicali. Assodato che qualsiasi intenzione di sopprimere in parte o tutta l’esperienza cosciente nella fase finale del morire non è consentita, qualsiasi sia il trattamento che preclude al paziente di soddisfare i suoi obblighi morali/familiari finali, o di prepararsi coscientemente all’incontro con Dio.
Assodato che la sedazione permanente e irreversibile è sempre sbagliata, assodato inoltre che i pazienti debbano essere aiutati ad accettare ed affrontare la sofferenza che può accompagnare la morte, in modo pienamente cristiano, la sedazione profonda temporanea può essere consentita in determinate condizioni. Come indicato nella dichiarazione del 1980 dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, sarebbe “imprudente imporre un modo eroico di agire come regola generale” o richiedere a tutti in sommo grado le sofferenze finali della morte.
Lo stesso testo cita anche l’affermazione di Pio XII secondo la quale i farmaci per il dolore possono essere permessi, anche se influenzano la coscienza e potrebbero accelerare la morte (come un effetto collaterale non intenzionale), fintanto che non impediscono alla persona di svolgere i propri doveri religiosi e morali. Un ulteriore avvertimento è che non è giusto privare il morente della coscienza, anche solo temporaneamente, senza una seria ragione. La facilità con cui viene somministrata frequentemente la sedazione terminale ha molto a che fare con una visione del valore dell'esistenza umana basata principalmente sull’idea di una vita piacevole, confortevole e gradevole, senza limiti. Ma questa è una visione profondamente sbagliata del vero bene delle persone umane in attesa del di più oltre la morte. Non ci sono forse valori legati alla vita e alla morte molto più profondi del benessere fisico?
Non sarebbe stato forse blasfemo se qualcuno avesse proposto di somministrare la sedazione terminale a Gesù sulla Croce, come se la morte senza dolore sia il bene più grande, e l’immenso valore della nostra redenzione, che richiedeva  sofferenza cosciente e liberamente accettata per amore, sia invece di nessun valore? In qualche modo ciò si applica a qualsiasi persona che muore coscientemente in preda ai dolori assimilandosi a Lui in Croce. Morire consapevolmente e vivere il dolore e l’angoscia della morte dà anche alla persona umana una preziosa opportunità di riconciliarsi con Dio (per i cattolici e i cristiani ortodossi ricevendo i sacramenti della  confessione e dell’estrema unzione), di affidare la propria anima a Dio, di perdonare ai propri familiari, amici e nemici, e chiedere il loro perdono.
E’ anche un prezioso invito ad offrire la propria sofferenza e morte, unendole alla passione e morte di Cristo, affinché il proprio dolore non sia una sofferenza priva di senso, che dovrebbe essere abbreviata o evitata a tutti i costi. Piuttosto, morire una morte veramente umana e abbracciarla (spiritualmente parlando), può costituire un prezioso e supremo atto di amore e gloria al Donatore divino del proprio essere dono, e un atto di carità per i propri familiari e amici, come san Giovanni Paolo II ci ha offerto nella Salvifici doloris.

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