giovedì 23 novembre 2017

Attività esorcistica negli Atti degli Apostoli



Luca fa memoria dell’attività esorcistica nel Vangelo di Gesù e nel Vangelo di Cristo cioè della Chiesa, fin dalle sue origini cioè gli Atti degli Apostoli
Traggo da Passi degli Atti degli Apostoli d’interesse esorcistico di p. Flavio Cavallini in Quaderni A.I.E 10 pp.24- 64
Il Figlio di Dio ha assunto un volto umano per liberarci dal dominio di Satana come il Vangelo di Gesù ci memorizza e Risorto attraverso il suo corpo che è la Chiesa continua la
presenza dell’Incarnazione come gli Atti degli Apostoli o Vangelo della Chiesa ci annunciano.
Il tormento dei corpi, pur essendo una realtà sconvolgente e drammatica, non è l’attività primaria dell’azione demoniaca. L’attività più subdola, deleteria e devastante è altra. Le possessioni, che oltretutto sono rare, le vessazioni, le ossessioni, i malefici sono la punta di un immenso iceberg. E’ della massa sommersa dell’iceberg  nella storia che dobbiamo preoccuparci più che della punta emergente sempre cangiante e distraente. Non va sottovalutata l’opera demoniaca che è contrastare a tutti i livelli – sino alla fine dei tempi – l’attuazione del regno di Dio cioè la carità, avendo come oggetto soprattutto l’uomo. Ma quello che emerge dal Vangelo della Chiesa è un sano ottimismo fondato sulla fede “Io ho vinto il principe di questo mondo”, “le porte degli inferi non prevarranno”, “io sarò con voi sempre”. Non vuol dire che ogni uomo venga sottratto alle sue responsabilità o rischi del libero arbitrio, ben sapendo che il peccato è una libera scelta umana di fronte all’infinito amore di Dio fino al perdono  e non opera del demonio: “è dal cuore di ogni uomo che escono pensieri maligni”. La preghiera di liberazione pone nella condizione di scegliere.
Questi i racconti d’interesse esorcistico degli Atti degli Apostoli:
-       5,12-16: attività taumaturgica ed esorcistica degli apostoli a Gerusalemme – Giudea
-       8, 4:8: Attività taumaturgica ed esorcistica di Filippo in Samaria.
-       8,9 – 13.18-24: Confronto tra Pietro e Simone il mago in Samaria
-       13, 6-12: Confronto tra Paolo e Elimas il mago a Pafo
-       16,16-18: Incontro di Paolo con la schiava posseduta a Filippi
-       19, 11-12: Attività taumaturgica ed esorcistica di Paolo a Efeso
-       19,13-19: Confronto tra Paolo, gli esorcisti giudei e la magia ad Efeso
Luca nel Vangelo di Gesù e della Chiesa evidenzia lo stretto rapporto di continuità sussistente tra la missione storica del Verbo incarnato e l’evangelizzazione cioè la continuità dell’incarnazione da risorto che la Chiesa apostolica eredita direttamente da Lui. L’Incarnazione non è solo il ministero del Figlio che ha assunto un volto umano fino alla morte e risurrezione. Ma dall’ascensione in questa luce gli Atti degli Apostoli sono un Vangelo continuo della presenza e dell’azione sacramentale del Risorto. In apertura degli Atti è la contemporaneità ecclesiale continua dello stesso Cristo Risorto ad esplicitarlo come sua consegna prima di salire al Padre per essere presente e operante in continuità sacramentale (At 1,8):
“riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me, (della mia presenza e azione) sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” fino a Roma.
Analogamente all’Annunciazione nel grembo verginale di Maria, Luca memorizza la trama narrativa degli Atti, facendone la testimonianza dell’irresistibile espandersi della Parola del Signore, del Verbo del Padre dal cuore dell’Israele storico fino all’abbraccio escatologico di tutti i popoli quando il Maligno non avrà più nulla da operare  e Dio sarà tutto in tutti. Di conseguenza questo il piano narrativo:
1,1-11 Promessa di Gesù
… avrete forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi e sarete testimoni”  della mia continua presenza e azione sacramentale nella e attraverso il mio corpo da Risorto cioè la Chiesa (1-8)
 1,12-5,42 Discesa dello Spirito e testimonianza a Gerusalemme
“A Gerusalemme” (1,8).
6, 1-12,24 Diffusione della Parola, del Verbo del Padre fuori di Gerusalemme (Giudea – Samaria) fino ad Antiochia
“in tutta la Giudea e la Samaria” (1,8).
13,1-19,20 Diffusione della Parola, del Verbo del Padre, della presenza sacramentale, ecclesiale del Risorto da Antiochia
e fino agli estremi confini della terra” (1,8).
19,21-28,31 Viaggio verso Gerusalemme, da Gerusalemme a Roma
Nel suo modo organizzato di procedere, sembra che Luca come annunciato in At 1,8, si sia preoccupato di caratterizzare ciascuna delle tappe di avanzamento missionario, riportando un significativo episodio riguardante lo scontro tra le forze oscure del male, per lo più rappresentate dalla magia, e l’avanzamento della Parola di Dio, del Verbo del Padre, della presenza e azione sacramentale del Risorto nella e attraverso la Chiesa.
I sommari, in tutto somiglianti a quelli che nel terzo Vangelo (Luca) riguardano Gesù, hanno come interesse centrale l’evangelizzazione presentata in tre elementi intrinsecamente connessi: predicazione della Parola, guarigione dalle malattie, liberazione dal demonio. In questo gli apostoli non fanno altro che continuare, sotto l’azione dello Spirito Santo, la medesima missione dell’incarnazione  nella Chiesa e attraverso la Chiesa per tutti e per tutto.
I racconti puntualizzano il fatto che ogni avanzamento missionario comporta inevitabilmente un confronto con le forze diaboliche rappresentate dalla magia, dalle persone dedite alle pratiche occulte, dalla possessione demoniaca.
I racconti hanno come protagonisti Pietro e Paolo, cioè le due figure centrali delle due fasi missionarie illustrate dagli Atti. I campioni dell’evangelizzazione, quindi, sono presentati anche come i due più grandi esorcisti della chiesa apostolica.
Attività taumaturgica  ed esorcistica degli apostoli in Gerusalemme e Giudea (5,12-16)
“Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti, liberati”.
Questo sommario ci trasmette i tratti fondamentali della vita della primitiva comunità di Gerusalemme  sottolineando l’attività taumaturgico-esorcistica attribuita agli apostoli in generale e a Pietro in particolare. Inoltre, Luca si preoccupa di annotare una circostanza molto interessante e cioè che malati e vessati da spiriti impuri provengano anche dai dintorni della Città Santa, vale a dire dai villaggi della Giudea. Questo fatto, oltre che a stabilire un parallelo della continuità dell’Incarnazione nella Chiesa con l’attività di Gesù, permette di riconoscere il tema dell’esorcismo collocandolo opportunamente nella prima tappa del programma di evangelizzazione degli Atti.
Attività taumaturgica ed esorcistica di Filippo in Samaria (8, 4-8)
“Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo (la presenza sacramentale del Risorto). E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città”.
L’interesse di questo sommario riguarda prevalentemente il tema della diffusione della Parola di Dio, del Verbo del Padre, della presenza sacramentale, ecclesiale del Risorto, questa volta ad opera del diacono Filippo, attraverso il quale Cristo agisce. La menzione della Samaria, infatti, ci proietta nella seconda fase dell’espansione della Parola di Dio. In questo caso specifico la menzione dell’attività esorcistica precede la menzione di quella taumaturgica.
Come sempre i segni di liberazione e di guarigione accompagnano l’annuncio evangelico convalidandolo. E’ quindi chiaro che l’annuncio della Parola, la liberazione e la guarigione sono tre operazioni che esprimono l’unica opera della redenzione; e tutto ruota attorno alla Parola (nel significato pieno), che genera la fede. La parola converte, la Parola libera, la Parola guarisce. Al risuonare potente della predicazione che opera ciò che annuncia, infatti, fanno da contrappunto le ben note grida stentoree con cui gli spiriti immondi rendono nota la loro presenza.   
Confronto tra Pietro e Simone il mago in Samaria (8,9-13.18-24)
“Vi era da tempo in città un tale di nome Simone, che praticava la magia e faceva strabiliare gli abitanti della Samaria, spacciandosi per un grande personaggio”.
Fino a quando l’attività evangelizzatrice rimane tra le mura della Città Santa ed entro i confini della Giudea, gli interventi esorcistici degli apostoli riguardano esplicitamente persone vessate dagli spiriti impuri (5,6). Però, nel momento in cui l’annuncio evangelico irrompe in Samaria le cose cambiano. Qui la situazione era deteriorata dall’eredità di uno scisma politico – religioso, consumatosi da secoli nei confronti della Giudea e della sua capitale, Gerusalemme mancando l’autorità del Sinedrio che impediva queste pratiche in assoluto contrasto con la Torah (Deut 18,10-14). Infatti, in quello che anticamente era territorio del regno di Israele, dove da sempre era prosperata in modo irriducibile la piaga del sincretismo religioso, si rivela ben presente la realtà delle pratiche magiche, avallate da una mentalità paganeggiante.
Senza ulteriori indugi viene fatto entrare in scena un certo Simone qualificato da Luca come mago, più che un occultista dei grandi poteri, sembra pensare a un abile ciarlatano, che con trucchi ad effetto ha saputo guadagnarsi la credulità popolare. Luca, comunque, seguendo il modo di vedere della comunità cristiana, lo considera uno stregone e un impostore.
Non va nemmeno trascurata la possibilità che la qualifica di mago sottintenda quella di gnostico. Tuttavia questa eventualità può essere accolta solo in senso lato per definire quell’insieme ancora non organizzato di dottrine proto-gnostiche le cui tracce sono rilevabili già nel I secolo: è possibile che Luca voglia stigmatizzare con questo racconto tendenze gnostiche nascenti. Ricordiamo che la gnosi è una forma di ideologia religiosa che pretende di offrire una liberazione spirituale per mezzo di una ‘conoscenza segreta’ trasmessa attraverso una iniziazione. In questo caso Simone potrebbe essere stato il capo di una setta religioso – filosofica messa in crisi dalla predicazione di Filippo. Di questo personaggio si dice ancora che non era originario del luogo, fatto che contribuisce a creargli intorno una certa aura di mistero: in ogni caso il nome di Simone lo propone come un Giudeo che probabilmente sceglie di stare tra i Samaritani per praticare liberamente le arti magiche. In seguito gli Atti ce ne daranno altri esempi.
In ogni caso Simone millanta una grandezza indice di uno smodato desiderio di porsi al di sopra dei comuni esseri mortali. E’ evidente che mediante la pratica magica, Simone ha potuto procurarsi fama e rispetto, assecondando una brama di dominio sugli altri, tipica di chi segue le vie dell’esoterismo. Mago è appunto colui che mediante riti, parole e materie pretende di esercitare il controllo del mondo naturale ed extranaturale, sottoponendolo alla propria volontà.
“A lui prestavano attenzione tutti, piccoli e grandi, e dicevano: “Costui è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande” . Gli prestavano attenzione, perché per molto tempo li aveva stupiti con le sue magie”.
Luca insiste sul tema della forza insita nella fama creata ad arte e delle disponibilità della gente a farsi soggiogare. Simone agli occhi del popolo pretende di elevarsi al rango divino in quanto detentore di un potere soprannaturale chiamato Grande: la folla gli riconosce un fluido divino che lo pone tra gli esseri dotati di poteri soprannaturali. Così facendo egli arriva al punto di arrogarsi non solo l’esercizio di una prerogativa divina, ma addirittura di considerarsene la fonte: Simone era convinto di essere l’incarnazione del Dio sommo, il dio taumaturgo apparso sulla terra alla maniera dell’uomo divino.
“Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che annunciava il vangelo del regno di Dio, Dio che ci ama e ci dà la possibilità di amare con il suo amore” e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare. Anche lo stesso Simone credette e, dopo che fu battezzato, stava sempre attaccato a Filippo. Rimaneva stupito nel vedere i segni e i grandi prodigi che avvenivano”.
Ruolo e poteri di Simone vengono drasticamente annullati dall’arrivo di Filippo. Quest’ultimo, annunciando il Vangelo, agisce per davvero con la potenza divina ma nel nome e attraverso la presenza di Gesù Cristo in lui.
Luca riferisce, inoltre, che Simone “credette” e “fu battezzato”. Questo binomio fede – sacramento ci fa supporre una sua sincera adesione a Cristo e non semplicemente un avvicinamento strategico a Filippo per carpirne i segreti. Tuttavia anche nella novità dell’innesto battesimale restano i polloni bastardi, qualcosa del vecchio Simone sopravvive e torna a farsi sentire in presenza dei portenti operati dal diacono evangelizzatore.
“Simone, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro [a Pietro e Giovanni] del denaro dicendo: “Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo”.
Il racconto lucano prosegue con la venuta di Pietro e Giovanni inviati dalla chiesa madre di Gerusalemme per confermare la missione di Filippo tra i samaritani. Pietro riveste il ruolo di protagonista (come dice san Leone Magno Gesù ha dato personalmente a Pietro quello che ha dato collettivamente ai dodici), mentre Giovanni rimane silenzioso sullo sfondo. Di fronte alle manifestazioni dello Spirito Santo comunicato con l’imposizione delle mani, Simone cade vittima dell’antica brama di poteri superiori, nel suo vecchio modo diabolico di operare in quella Samaria mezzo – ebrea e mezzo pagana in cui il sincretismo favorisce un amalgama tra potere spirituale e potere del denaro come oggi all’Onu delle religioni.
“Ma Pietro gli rispose: “Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio”.
Le parole che Pietro rivolge a Simone suonano come una pesante maledizione all’azione diabolica in un uomo. Va notata la forma del verbo (ein), frequente nelle invettive profetiche. In questo modo si chiarisce che, in ogni caso, il vero obiettivo è quello non solo della liberazione ma dell’ammonizione e correzione. La conversione, infatti, può sempre cambiare l’esito liberatorio del giudizio e il castigo prospettato, come appare chiaro nel seguito (8,22).
L’offerta di denaro da parte di Simone rivela che la sua antica attività esoterica era stata redditizia, come in genere accade a chi pratica le arti occulte. Infatti, l’arricchimento come dimostrazione ed esercizio di potere è uno dei corollari della volontà diabolica di dominio insita nella pratica della magia. Ben più grave, però, è la ferma convinzione dell’ex mago che in ogni caso il potere del denaro possa soddisfare la sua volontà male orientata soccombente alla tentazione.
“Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convertiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore. Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell’iniquità”.
“La pretesa di Simone di trasformare lo Spirito di Dio in una merce di cui si può disporre viene smascherata come tentazione diabolica e Simone è consegnato a questa sfera”.
In questo senso la seconda parte dell’invettiva assume le caratteristiche di una formula di scomunica biblica. Pietro, con grande autorità, stimmatizza la situazione, facendo emergere ciò che si cela di diabolico nelle pieghe dell’anima dell’ex –mago. Nutrito di cultura esoterica, satanica, il cuore di Simone, cioè la sede intima della volontà e delle intenzioni, è distolta dall’adorazione dell’unico Dio per accarezzare un’appena velata pretesa di soppiantarlo. Questo sforzo innaturale, preternaturale, diabolico, costituisce per Simone, e per quanti si incamminano sulla strada dell’occultismo, causa di amara insoddisfazione. L’ex mago, infatti, rischia di trascorrere un’esistenza avvelenata dalla perenne frustrazione causata dall’impossibilità di travalicare i limiti della condizione creaturale. Come uniche vie di uscita a lui non rimangono che la conversione e un pentimento, questa volta senza riserve, che lo liberino e lo portino al perdono, vera manifestazione ricreatrice del potere divino.
“Rispose allora Simone: “Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto”.
Le forti parole liberatorie di Pietro ottengono l’effetto sperato. Simone rinuncia alle sue pretese di potere superiore e si affida all’intercessione degli apostoli per ottenere il perdono, la liberazione completa dalla seduzione del potere occulto, infatti, non si può ottenere se non a prezzo di una totale rinuncia, di un cambiamento di mentalità e di vita.
Concludendo:
Possiamo affermare, in sintesi, che l’episodio del confronto tra l’apostolo Pietro con il massimo del mandato anche esorcistico e Simone, ci presenta una situazione missionaria d’impatto tra predicazione cristiana e magia. In definitiva, nel trasmettere questo episodio, la maggiore preoccupazione di Luca è quella di segnalare uno dei più gravi pericoli con cui l’evangelizzazione deve sempre misurarsi: nel momento in cui il Vangelo osa uscire da Gerusalemme, la storia di Simone conduce l’autore ad abbordare il tema della concorrenza religiosa che affronta il cristianesimo, in particolare il rischio che rappresenta per esso il sincretismo religioso per cui tutte le religioni sono uguali; egli coglie l’occasione per porre la distinzione fra la verità del carisma evangelico e manipolazione del sacro.
Inoltre, dal punto di vista pastorale il racconto apre gli occhi su una situazione sempre ma, oggi in particolare viva con l’Onu delle religioni, attuale e cioè il rischio che una cultura magico – superstiziosa possa sopravvivere anche nei battezzati non sufficientemente preparati da una catechesi adeguata. Questo fatto è riscontrabile soprattutto quando l’identità cristiana non è sufficientemente radicata mediante un accompagnamento spirituale personalizzato. Il ruolo di Pietro come guida autorevole anche su quella dei dodici è determinante. Esso, infatti, deve svelare le immaturità e stimmatizzare gli inganni della falsa coscienza, di cui  il tentatore come serpente antico sa servirsi con grande abilità. In questo caso la meta liberatoria è quella di portare la persona a una separazione senza compromessi e nostalgie da ogni legame con le pratiche passate. Consapevolezza questa che può essere esplicitata con grande efficacia mediante la preparazione al rinnovo delle promesse battesimali, incentrandole puntualmente sulle rinunce  da rinnovare continuamente.
Confronto tra Paolo e Elimas il mago di Pafo (13,6-12)
“Attraversata tutta l’isola fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Jesus, al seguito del proconsole Sergio Paolo, uomo saggio, che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la Parola di Dio”.
A Cipro, non appena l’annuncio del Vangelo esce dalla sinagoga per entrare in una casa romana, subito si profila un ulteriore confronto tra i portatori della Parola di Dio e un operatore dell’occulto. Ma vediamo con ordine chi sono i personaggi che Luca mette in campo:
-       Sergio Paolo, governatore romano di Cipro, presentato come “saggio” probabilmente per la sua predisposizione  alla ricerca del sapere, cosa che lo porta ad ascoltare voci diverse. Appartenere ad una illustre famiglia romana, prefigura gli innumerevoli cittadini dell’impero che costituiranno per la Parola di Dio una buona terra.
-       Bar – Jesus un giudeo il cui nome aramaico significa: Figlio di Gesù. Al nome si accompagnano gli epiteti di mago, cioè uomo dediti ai saperi e alle arti occulte e quello meno lusinghiero di falso profeta, probabilmente nel senso che il suo parlare e agire si trova sotto l’influsso di una spirito menzognero, del Maligno. Questo mago è il primo di una lunga serie di avversari giudei che Saulo troverà sul suo cammino dovunque annuncerà la Parola. Nel versetto seguente fa la sua comparsa, poi, anche quello che sembra essere un vero e proprio nome d’arte: Elimas che, come spiega lo stesso Luca, significa Mago. Luca lo mette in contrapposizione tanto con il saggio Sergio Paolo, quanto con Paolo apostolo, che al versetto 9 parlerà sotto l’azione dello Spirito Santo, quindi come vero profeta.
-       Barnaba e Saulo-Paolo, missionari della chiesa di Antiochia. Durante l’evangelizzazione di Cipro ricevono l’invito del proconsole desideroso di ascoltarli. Sarà proprio la disputa al cospetto del magistrato romano a offrire a Saulo l’occasione per dare prova del suo carisma. Grazie a questa circostanza Luca segnala il passaggio dalla predicazione prevalentemente ad hebreos, all’annuncio ad gentes. Questo cambiamento è reso più evidente che d’ora in avanti il missionario di Tarso non sarà più chiamato con il nome ebraico di Saulo, ma sempre e soltanto con quello latino di Paolo. Inoltre, vien modificato anche il binomio apostolico Barnaba – Saulo, che d’ora in poi sarà Paolo – Barnaba. Insomma la missione prende decisamente la sua direzione definitiva in senso universale.
“Ma Elimas, il mago, - ciò infatti significa il suo nome – faceva loro opposizione cercando di distogliere il proconsole dalla fede”.
Elimas, anziché difendere una propria particolare dottrina, in realtà sembra preoccupato principalmente di perdere la sua influenza sul magistrato romano. Ai suoi occhi Barnaba e Paolo si rivelano come pericolosi concorrenti che mettono a repentaglio il suo prestigio. Dunque, se da un lato l’intento dei due missionari è quello di portare a Sergio Paolo la Parola di Dio, dall’altro, invece, lo scopo di Elimas è quello di distogliere il proconsole dalla fede per tenerlo attaccato a sé.

“Allora Saulo, detto anche Paolo, colmato di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui e disse: “Uomo pieno di frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore?”.

Da adesso in avanti l’iniziativa è sempre di Paolo, la cui parola e azione sono mossi direttamente dallo Spirito Santo. Elimas, che essendo mago sa bene come gli occhi esercitino il più alto potere di soggezione, è costretto suo malgrado a subire la forza dello sguardo di Paolo, animato dalla luce della verità.
Con dire profetico Paolo, lancia senza esitazione il suo atto di accusa contro Elimas. Gl’inganni con cui questi ha costruito la sua fama, la malizia di cui sono intrise le sue intenzioni, la perniciosità di cui sono pervase le sue azioni sono segni inequivocabili della totale inconciliabilità del suo operare con la volontà di Dio. Elimas si trova, perciò, nel campo opposto, cioè in quello diabolico. Colui che paradossalmente porta il nome di Bar-Iesus, cioè Figlio di Gesù, viene impietosamente smascherato da Paolo come Figlio del Diavolo.
“Ed ecco, dunque, la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole”. Di colpo piombarono su di lui oscurità e tenebra, e brancolando cercava chi lo guidasse per mano. Quando vide l’accaduto, il proconsole credette, colpito dall’insegnamento del Signore”.

Il castigo divino, che nel caso di Simone era stato solamente minacciato, questa volta si realizza puntualmente in forma di miracolo di punizione. Al mago, che pretendeva di avere una visione superiore, viene tolta anche la vista di questo mondo. Colui che si proponeva di guidare Sergio Paolo sull’occulta via della gnosi, ora deve essere preso per mano per non rischiare di inciampare. Tuttavia, la nota sulla temporalità del castigo ne rivela anche in questo caso la natura medicinale. Forse non è fuori luogo pensare che Paolo, memore della temporanea cecità fisica in cui era caduto al momento della conversione, ora auguri a Elimas quanto a lui era accaduto a lui sulla via di Damasco, cioè il passaggio dalla tenebra dell’orgoglio alla luce del Risorto.
Alla fine chi ci vede bene, libero dall’azione del Maligno, è proprio il proconsole Sergio Paolo, illuminato dalla fede nella presenza e nell’azione del Signore Gesù.

Concludendo:
In primo luogo va segnalato un dato paradossale, perenne: sia Paolo che Elimas, rispettivamente campioni dell’evangelizzazione e delle forze oscure che vi si oppongono, sono entrambi giudei. Nel presente racconto, però, Luca non si limita ad evidenziare il consueto nesso tra la magia, i suoi cultori e il sincretismo giudaico-pagano. L’apostrofe di Paolo contro Elimas (13,10) va ben oltre e contiene una decisa quanto preziosa affermazione: chi sceglie la via della magia, dell’occulto, stipula una vera e propria affiliazione diabolica, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Un altro aspetto rilevante per la prassi esorcistica è il fatto che mentre si condanna senz’appello la pratica magica, nel contempo viene espressa una finalità correttiva nei confronti della persona del mago. Infatti il pieno successo non consiste solo nello smascherare e condannare i seguaci delle arti magico-diaboliche, ma quando si aggiunge l’intenzione pastorale e spirituale di intercedere per la loro conversione e salvezza. Allora la sconfitta del diavolo è totale.
Guardando all’economia narrativa degli Atti, poi, è degno di nota il fatto che Luca voglia marcare il decisivo passaggio della predicazione evangelica nell’orizzonte giudaico a quello ellenistico-romano, scegliendo proprio un episodio di confronto tra Paolo e un mago. Luca, proseguendo nel suo itinerario geografico – teologico, ci avverte che quanto più ci si allontana da Gerusalemme, tanto più ci si immerge in un mondo pagano sottoposto al dominio delle forze diaboliche. Gli episodi che seguono non fanno che confermare una sorte di ‘crescendo’ in questa direzione.

Incontro di Paolo con la schiava posseduta a Filippi (16,16-18)
Dopo molte peripezie, Paolo e i suoi compagni per la prima volta proclamano il Vangelo nella colonia romana di Filippi, dunque suo suolo europeo.

Mentre andavano alla preghiera, venne verso di noi una schiava che aveva uno spirito di divinazione: costei, facendo l’indovina, procurava molto guadagno ai suoi padroni”.

Dopo aver parlato della prima favorevole accoglienza della Parola di Dio da parte di alcune donne già simpatizzanti per il giudaismo, Luca non tarda a introdurre un nuovo episodio di confronto tra evangelizzazione e mondo esoterico. Questa volta entra in campo una figura femminile, una ragazza che, dal momento che si fa riferimento ai suoi padroni, comprendiamo trattarsi di una schiava. Ciò che rende particolare la giovane donna è il fatto che essa ha in sé uno spirito che le dà attitudini preternaturali, alla lettera uno spirito pitone.
La questione, dunque, si profila come ben diversa da quella dei due maghi precedentemente incontrati. Mentre questi vengono dipinti come consapevoli di essere strumenti del maligno cioè impostori, la schiava di Filippi non finge cioè è posseduta.
La presentazione di Luca, infine, mette in rilievo la situazione di sfruttamento in cui versa la ragazza, che come schiava è semplicemente strumento di guadagno per i suoi proprietari.

“Ella si mise a seguire Paolo e noi, gridando: “Questi uomini sono servi del Dio Altissimo e vi annunciano la via della salvezza”.

La menzione delle grida della giovane donna probabilmente chiarisce anche la modalità della sua comunicazione estatica, caratterizzata da locuzioni profetiche, talvolta sconnesse, come avveniva alle sacerdotesse di Apollo, anziché da visioni. E’ evidente che si tratta di un’alienata. Luca dice che è posseduta da uno ‘spirito pitone’, con riferimento al serpente che custodiva l’oracolo di Delfi, di cui era sacerdotessa la Pizia. Il comportamento molesto della ragazza invasata non si presenta molto diversamente da quello che i demoni mostrano nei confronti di Gesù. Nel momento in cui egli si pone come il liberatore dell’uomo e del mondo, sono gli stessi demoni a dover rivelare la sua identità divina. Negli Atti accade una cosa del tutto analoga. Lo spirito pitone presente e che possiede la ragazza rivela la vera identità di Paolo e dei suoi compagni pubblicamente dichiarati servitori e annunziatori della parola divina che libera. E il versetto seguente nella modalità dell’esorcismo imperativo (ti ordino di uscire da lei) chiarisce la natura demoniaca.

“Così fece per molti giorni, finché Paolo, mal sopportando la cosa, si rivolse allo spirito e disse: “In nome di Gesù Cristo ti ordino di uscire da lei”. E all’istante lo spirito uscì”.
Il ripetersi di questo indesiderato oracolare risulta imbarazzante per Paolo e i suoi compagni. Probabilmente essi temono che questa incresciosa pubblicità metta la predicazione cristiana nella equivoca luce del portentoso pagano. In questo modo Luca ci permette di comprendere la sostanziale differenza tra la profezia dell’oracolo e quella dell’apostolo. La ragazza, infatti, si presenta come un’alienata, doppiamente asservita, dentro e fuori, dallo spirito e dai suoi padroni. Paolo, al contrario, è un uomo che volontariamente ha accettato di farsi servo della Parola, senza nulla perdere della sua dignità umana cioè cosciente e libera. Il Signore ci abilita alla testimonianza non alla propaganda: la testimonianza viene dallo Spirito santo cioè dall’amore; la propaganda, dal maligno. Accettare il servizio della schiava equivale negare la novità della salvezza quindi accettare che l’annuncio di Paolo entri nella miscela delle religioni.
La reazione di Paolo, questa volta  sì, è il pronunciamento di un vero e proprio ordine formale con tutti i carismi dell’esorcismo imperativo, solenne:
a)    Paolo proclama il nome di Gesù Cristo, in relazione alla cui potestà egli parla e agisce
b)    Paolo pronuncia in prima persona un imperativo diretto contro lo spirito impuro
c)    Paolo esprime l’intenzione di far uscire lo spirito impuro dal corpo della giovane schiava
d)    Lo spirito è costretto a obbedire.

Ma i padroni di lei, vedendo che era svanita la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti i capi della città”.

L’esorcismo solenne, imperativo che libera la giovane schiava dallo spirito pitone e dall’incresciosa facoltà di divinare, tuttavia non libera i suoi padroni dalla ben più persistente brama idolatrica di guadagno, fonte di altri guai per Paolo e compagni.

Concludendo:
Proponendoci questo breve, ma significativo racconto, Luca intende escludere dall’orizzonte cristiano, non solo il già più volte rilevato pericolo di sincretismo, ma ogni ricorso alla mantica, praticata in innumerevoli forme nel mondo pagano, alcune delle quali istituzionalizzate ai più alti livelli. Si pensi al ruolo e all’influenza esercitati nel mondo greco-romano dall’oracolo di Apollo nei templi di Delfi e di Didima, e delle varie Sibille non solo nelle questioni private, ma negli affari di stato.
Il fatto che la giovane donna letteralmente non venga detta posseduta dallo spirito, ma che lo possiede, forse potrebbe dire qualche cosa di più sull’origine delle sue speciali facoltà. Si potrebbe, infatti, ipotizzare una situazione di medianità nella possessione, forse ereditaria e comunque non voluta.
L’incontro di Paolo con questa giovane schiava dalle speciali attitudini divinatorie, infine, mette in luce il legame tra facoltà stessa e lo spirito demoniaco che la rende possibile. L’intervento di Paolo, non è quindi diretto contro la giovane donna, dal momento che essa stessa non è assolutamente responsabile dei fenomeni che si verificano per suo tramite, ma è contro lo spirito che la fa agire al di fuori della normalità. Per questo pronuncia un vero e proprio esorcismo formale, che è anche l’unico a comparire negli Atti degli Apostoli quasi a dirci che la possessione, pur possibile, è rara.

Attività taumaturgica ed esorcistica di Paolo ad Efeso (19,11-12)

“Ma intanto operava prodigi non comuni per mano di Paolo, al punto che mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano”

Questo breve sommario funge da antefatto del nuovo racconto che vede l’opera evangelizzatrice di Paolo messa a confronto con l’attività degli esorcisti Giudei di Efeso. L’accento viene subito posto non solo sulla forza sanatrice e liberatrice trasmessa direttamente dalla persona di Paolo, ma persino da ciò che era stato a contatto con il suo corpo. Con questi dettagli, probabilmente, Luca vuole stabilire un vero e proprio parallelo con Pietro (5,15-16), cioè con la figura apostolica, che domina la prima fase della missione evangelizzatrice.
Interessante la menzione della modalità con cui avvengono le guarigioni e liberazioni. Luca precisa che esse avvengono attraverso le mani di Paolo, parole usate precedentemente per descrivere l’operare degli apostoli a Gerusalemme (5,12). L’espressione, forse, va valutata non semplicemente di valore strumentale, ma esplicitazione del ben noto rito dell’imposizione delle mani con valore epilettico. Accettando questa seconda interpretazione, risulta ancora più chiaro il fatto che non è Paolo a essere la sede di qualche potere straordinario, ma più semplicemente e coerentemente che Paolo sta svolgendo un ministero mutuato dalla prassi apostolica. Infatti, la potenza taumaturgico-liberatrice non può che appartenere a Dio, il quale agisce attraverso l’apostolo in un contesto di preghiera.

Confronto tra Paolo, gli esorcisti giudei e la magia di Efeso (19,13-19)
A Efeso, capoluogo multietnico della provincia d’Asia, Paolo consacra più di due anni di intensa attività apostolica. Anche questa metropoli, sede del famosissimo tempio di Artemide Efesina, dea della fecondità, vede Paolo protagonista di un vero e proprio scontro tra predicazione della Parola e sincretismo magico di marca giudaica.

“Alcuni Giudei, che erano esorcisti itineranti, provarono anch’essi a invocare il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: “Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica!”.

Nel racconto ancora una volta troviamo sulla scena alcuni compatrioti di Paolo, presentati come esorcisti itineranti, a conferma del fatto che nel mondo ellenistico – romano i giudei si sono particolarmente distinti nelle arti magiche. Infatti, è evidente che Luca sta usando il termine esorcista nel senso etimologico, cioè di operatore di scongiuri, applicabile a una ben vasta categoria di personaggi pronti a scongiurare gli spiriti per scacciarli, e, perché no, anche a scongiurarli per farli venire, a seconda delle richieste. Nel caso, poi, che volessimo esplicitare l’appellativo itineranti, con quello più verosimile di girovaghi, probabilmente avremmo una quadro più veritiero della situazione. Esorcisti giudei non erano certo una rarità nel I secolo e Giustino ce lo conferma nel II secolo.
Il sommario introduttivo  giustifica ampiamente la fama goduta da Paolo in città e il fatto che anche questi “schiaccia diavoli” lo abbiano sentito usare l’imperativo esorcistico: “nel nome di Cristo”. Perciò, visti i successi  dell’apostolo, anch’essi non esitano a imitarlo e a potenziare le loro formule di scongiuro con quel nuovo nome capace di soggiogare gli spiriti cattivi. Appare chiaro, comunque, che l’orizzonte in cui essi si collocano è quello della magia, dal momento che mostrano di fare affidamento sulla forza automatica di parole e nomi ritualmente ripetuti. Quello che manca del tutto in essi, invece, è l’atto di fede nella presenza e nella parola in Gesù Cristo salvatore, liberatore, che costituisce la sostanza dell’efficacia della parola annunciata da Paolo tanto per evangelizzare, quanto per esorcizzare. La potenza del Nome di Gesù non può essere usata in un modo qualsiasi. Ci vogliono dei testimoni che si siano lasciati pervadere dalla Parola di grazia fin nel proprio corpo. Separando il corpo dalla parola si cade inevitabilmente nella magia. Ciò avviene quando la realtà santa della creazione degenera in formalismo rituale.

“Così facevano i sette figli di un certo Sceva, uno dei capi dei sacerdoti, giudeo”.

Dalla pletora dei Giudei esorcisti che prosperavano nelle affollate piazze di Efeso, Luca sposta l’attenzione su un gruppo molto particolare di sette fratelli, che tentano di far uso  del nome di Gesù perché tra le tecniche della magia era di norma l’uso di invocare il nome segreto di qualche divinità o personaggio misterioso associato alla formula di scongiuro. Essi vengono presentati come appartenenti a una famiglia sommo-sacerdotale, quindi molto in vista, in relazione con la magia, nella categoria dei personaggi dediti a fare scongiuri tanto per “togliere” i malefici, quanto per “attaccarli”. Se così fosse, dovrebbe trattarsi di uno dei rami dei sadokiti di Gerusalemme, aristocrazia sacerdotale a capo del Tempio dai tempi di Salomone (metà IX a.C.) fino alla sua distruzione definitiva (70 d.C.). Megalomania e alone di mistero, però, sono ingredienti di cui amano circondarsi gli operatori dell’occulto di sempre, come si riscontra anche in Simon Mago e in Elimas. La specificazione aggiunge un sapore davvero paradossale alla vicenda, dal momento che i sadducei (cui spettava anche la presidenza del Grande Sinedrio di Gerusalemme, supremo tribunale giudaico), erano noti per le loro posizioni rigoriste circa l’interpretazione e l’applicazione della Legge mosaica, già di per sé intransigente nei confronti di ogni pratica connessa alla magia.

“Ma lo spirito cattivo rispose loro: “Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?”. E l’uomo che aveva lo spirito cattivo si scagliò su di loro, ebbe il sopravvento su tutti e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite”.

Abili nell’ingannare il popolo credulone, i figli di Sceva non possono trarre in inganno con nomi e formule lo spirito cattivo che intendevano scacciare. Il nome di Gesù, accompagnato da quello di Paolo, sulla loro bocca suona solo come una copertura di facciata, insufficiente a proteggerli dalla rappresaglia demoniaca. A causa della dissociazione tra fra la Parola che gli esorcisti pronunciano e la realtà della loro vita, l’esorcismo pronunciato nel nome del Signore Gesù degenera in formula magica, separata dalle sue radici concrete nell’evento della presenza sacramentale del Risorto tra i suoi cioè nella sua Chiesa. Di conseguenza lo spirito cattivo non ha difficoltà a mettere a nudo l’impostura del loro potere mettendo in evidenza nel loro stesso corpo che, non essendosi consegnati alla presenza sacramentale del Signore Gesù per la loro salvezza, sono sottomessi alla signoria degli spiriti cattivi per la loro punizione. La scena, infine, assume carattere tragicomico nella gloriosa descrizione dei cacciatori che si trasformano in lepri.

“Il fatto fu risaputo da tutti i giudei e i greci che abitavano a Efeso e tutti furono presi da timore, e il nome del Signore Gesù veniva glorificato”.

La notizia delle conseguenze dell’abuso del nome del Signore da parte dei rinomati figli di Sceva in un baleno si diffonde in tutta Efeso, tanto all’interno della comunità giudaica che nell’ambiente pagano. Grazie a questo increscioso fallimento giudei ed ellenisti riconoscono in ciò che è accaduto sotto i loro occhi l’intervento divino, il dito di Dio, testimoniandolo apertamente.

“Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche di magia e un numero considerevole di persone, che avevano esercitato arti magiche, portavano i propri libri e li bruciavano davanti a tutti. Ne fu calcolato il valore complessivo e si trovò che era di cinquantamila monete d’argento”.

Tra i provvidenziali effetti dell’insuccesso dei figli di Sceva, Luca dà particolare enfasi alla reazione tra coloro che egli definisce credenti, ovvero cristiani battezzati che avevano conservato, anche dopo il battesimo, i polloni bastardi della magia. Sorprendentemente constatiamo che anche quest’ultimi, pur avendo accolto l’annuncio evangelico di Paolo, non si erano affatto staccati dalle tanto radicate pratiche magiche. Per questi neofiti provenienti dal mondo giudaico, quanto da quello ellenistico in sostanza si ripete ciò che già abbiamo riscontrato nel caso di Simone mago. All’accoglienza del nome della presenza sacramentale del Signore Gesù non aveva fatto seguito un totale rifiuto della forma di culto pagano rappresentata dalla magia. Questo ulteriore e indispensabile passo si realizza solamente ora con gesti concreti che realizzano un vero distacco affettivo da tutto ciò che appartiene all’occultismo. In particolare Luca si sofferma sulla consegna dei costosi volumi manoscritti contenenti la gnosi esoterica con i suoi formulari magici. Era tale la fama di Efeso come centro della magia, che i papiri o rotoli di pergamena con le formule magiche si chiamavano ephesia grammata (scritti efesini che i maghi prescrivono di recitare e invocare sugli indemoniati) anche se in gran parte erano composti in Egitto. Le fiamme, che divorano i rotoli alla vista di tutti, sono il monito finale che non ci può essere alcun compromesso o nostalgia per ciò che appartiene a quel mondo demoniaco a cui la magia finisce per esporre in modo dannoso.

Concludendo
Non è difficile comprendere come anche in questo caso l’intento principale di Luca sia quello di richiamare l’attenzione sull’insidioso pericolo del sincretismo religioso-magico, che dopo aver afflitto i giudei, potrebbe ora costituire un mortale pericolo anche per i cristiani di allora e di oggi con l’Onu delle religioni.
Un altro punto ribadito con forza, inoltre, è che il potere di esorcizzare si basa esclusivamente sull’autorità ecclesiale del nome di Gesù trasmessa dagli Apostoli. Essa, quindi, va impiegata in spirito di ministerialità ecclesiale e non certo come frutto di un sapere ermetico di cui disporre a proprio arbitrio. Il fatto fa pensare ai tentativi di  mescolare pratiche medianiche con esorcismi; nessuno, anche sacerdote, può fare l’esorcista senza il mandato del vescovo o contro la disciplina della chiesa. Infatti, nell’esercizio dell’esorcistato non deve mai mancare, anche oggi, il continuo riferimento al mandato gerarchico e alla forma liturgica che lo disciplina. Il farne una questione di “carisma personale” espone chiunque alla tentazione di sentirsi detentore di un potere. Quando questo dovesse accadere, il preteso esorcista con o senza mandato rischia nemmeno di accorgersene di essere già passato dalla parte di chi intendeva combattere.
Infine, il riferimento al consistente valore monetario di ciò che è andato in fumo e cenere, se ce ne fosse bisogno, dichiara ancora una volta che le arti magiche e il loro indotto, da che mondo è mondo, hanno sempre costituito un grosso affare.

Conclusione
La lettura commentata delle pericopi degli Atti degli Apostoli ci ha portato a concludere che una testimonianza di carattere esplicitamente esorcistico si può riscontrare certamente nei tre sommari (5, 12-16; 8, 4-8; 19, 11-12). Pur nella loro forma piuttosto standardizzata debitrice di quelli presenti nel Vangelo di Gesù di Luca, queste brevi unità letterarie contribuiscono non poco nel Vangelo della Chiesa degli Atti ad ancorare il tema dell’esorcismo all’orizzonte più ampio dell’evangelizzazione.
Tra i racconti proposti, un solo episodio, quello della Pitonessa (16,16-18), riporta un vero e proprio esorcismo compiuto da Paolo. Per gli altri tre racconti (8,9-13.18-24; 13,6-12; 19,13-19) confermano la qualifica più generica di pericopi di interesse esorcistico. Infatti, esse, pur non riportando veri esorcismi, s’interessano ampiamente al contesto sociale, culturale e religioso che costituisce l’humus  naturale in cui l’esoterismo cresce e prolifica. Infatti, Luca con grande lucidità coglie tanto i legami tra magia e mondo demoniaco, quanto le distorsioni spirituali presenti in chi si dedica alle arti magiche, problematiche con cui assai spesso deve confrontarsi chi esercita il ministero esorcistico.
Inoltre, accostando il tema della magia a quello del sincretismo, Luca intende richiamare l’attenzione dei pastori sulla capacità tutta ‘gnostica’ dell’esoterismo di adattarsi ad ogni forma religiosa, distorcendola dal di dentro e svuotandola della sua anima, cioè della fiduciosa consegna della persona alla volontà di Dio.
Infine, le pericopi degli Atti esaminate fanno emergere che la cultura e pratica magica sono sempre e comunque un ostacolo di natura diabolica alla predicazione della Parola di Dio. Questo è un fatto non trascurabile di cui tener conto, oggi come ieri, in ogni processo di evangelizzazione. Ne fa fede la cura con cui Luca ha distribuito i sommari e racconti di interesse esorcistico all’interno delle parti principali in cui si articola la struttura narrativa degli Atti degli Apostoli, del Vangelo della Chiesa.

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