martedì 26 settembre 2017

Domenica XXVI anno A

Noi, fedeli nel convenire in ogni Domenica all’attualizzazione sacramentale del sacrificio di Cristo, siamo praticanti, esternamente mostriamo tutti segni della docilità a Dio nella Chiesa; ma questa docilità è veramente reale, profonda o è soltanto superficiale, contradetta da tante azioni che non sono compiute secondo il dono e la volontà di Dio nella Chiesa?
In questa domenica la liturgia ci propone una brano evangelico che punta a cogliere l’incoerenza che talvolta accade tra il dono che nella celebrazione ci viene dato e i
nostri atteggiamenti di vita. Gesù si rivolge ai principi dei  sacerdoti e agli anziani del popolo. Questo Vangelo, questa Parola del Signore viene preparato dalla prima lettura, dalla Parola di Dio tratta dal profeta Ezechiele. La seconda è un magnifico insegnamento su Cristo e sullo spirito cristiano di umiltà che ci dona congiungendo all’udire la disponibilità ad ubbidire cioè all’ascolto, alla preghiera.
Ogni uomo può cambiare continuamente atteggiamento, non essere coerente con i doni che riceve, e questo può avvenire nelle due direzioni: da buoni si diventa cattivi, da cattivi si diventa buoni: nessuno fino al momento terminale della vita è definito sia dal bene che fa e sia dal male che fa. Se giusto, anche all’ultimo momento, si allontana e commette l’iniquità, muore per l’iniquità che ha commesso; se ingiusto, anche all’ultimo momento, desiste dall’ingiustizia commessa, riconosciuta, pentito si lascia perdonare da chi soltanto può perdonare il male del passato e fa vivere eternamente se stesso con la vita veramente vita.
Nel Vangelo Gesù dice la stessa cosa, ma in modo un po’ diverso. Presenta il caso di un uomo che ha due figli. Rivolgendosi al primo, gli dice: “Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna”. E il figlio risponde dichiarando subito la propria disponibilità: “Sì, Signore”. Ma si tratta soltanto di parole, che non sono seguite dall’zione corrispondente al dono di poter lavorare nella vigna del padre: il figlio in realtà non va a lavorare cioè non corrisponde al dono ricevuto.
L’altro figlio si comporta esattamente al contrario: Quando il padre gli fa dono: “Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna”, risponde: “Non ne ho voglia”. Poi però si pente e va a lavorare.
A questo punto Gesù pone una domanda ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Chi dei due ha compiuto, ha portato a compimento il dono del padre?”. Essi rispondono: “L’ultimo”.
Con questa parabola Gesù ribadisce la sua predilezione per i peccatori che si convertono cioè che cambiano mentalità e tentano e ritentano di cambiare vita, e ci insegna che ci vuole umiltà per accogliere il dono della salvezza. Anche san Paolo, nel brano della lettera ai Filippesi che quest’oggi meditiamo, ci esorta all’umiltà. “Non fate nulla per rivalità o vanagloria – egli scrive ispirato -, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso” (Fil 2,3): non definire nessuno dal suo comportamento. Sono questi gli stessi sentimenti di Cristo, che spogliatosi della gloria divina per amore nostro, si è fatto uomo e si è abbassato fino a morire crocifisso (Fil 2,5-8). Il verbo utilizzato significa letteralmente che Egli “svuotò se stesso” e pone in chiara luce l’umiltà profonda e l’amore infinito di Gesù, il Servo per eccellenza. Maria, che pregheremo nel mese di ottobre in famiglia con il rosario meditando i misteri, ci aiuti ad essere umili, non ritenendoci migliori di nessuno.

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