giovedì 21 settembre 2017

Domenica XXV Anno A

La gioia riconoscente di sentirsi chiamati dal Signore a lavorare nella sua vigna fin dalla prima ora desiderosi  e impegnati affinché  tutti arrivino anche all’ultima ora
Nel Vangelo di oggi (Mt 20, 1-16°), Gesù racconta la parabola del padrone della vigna che a diverse ore del giorno chiama operai a lavorare nella sua vigna. E alla sera dà a tutti la stessa paga, un denaro, suscitando la protesta di quelli della prima ora. E’ chiaro che quel denaro rappresenta
la vita veramente vita, la vita eterna dono che il Padre attraverso il Cristo nello Spirito Santo riserva a tutti. Nessuno in vita è definito dal male che fa, può rendersi conto e fino al termine di questa vita lasciarsi riconciliare. Anzi, proprio quelli che sono considerati “ultimi”, se lo accettano, diventano “primi”, mentre i “primi” possono rischiare di finire “ultimi” qualora soccombessero alla tentazione di escludere. Un primo messaggio di questa parabola sta nel fatto stesso che il padrone non tollera, per così dire, la disoccupazione: vuole che tutti, nell’arco della cammino della vita, arrivino ad essere impegnati nella sua vigna. E in realtà l’essere chiamati   è già la prima ricompensa: poter lavorare nella vigna del Signore, mettersi al suo servizio, collaborare alla sua opera, costituisce di per sé un premio inestimabile, che ripaga ogni fatica. Ma lo capisce solo chi si sente amato e quindi ama il Signore e il suo Regno non è un al di là immaginario, posto in futuro che non arriva mai; il suo regno si fa presente ad ogni ora del giorno quando Egli è amato e il suo amore ci raggiunge; chi invece lavora unicamente per la paga non si accorgerà mai del valore di questo inestimabile tesoro che è lavorare in questa vita per amore.
A narrare la parabola è san Matteo, apostolo ed evangelista, di cui tra l’altro il  21 settembre abbiamo celebrato la festa. Mi piace sottolineare che Matteo, in prima persona, ha vissuto questa esperienza di non essere stato chiamato alla prima ora (Mt 9,9). Egli infatti, prima che Gesù lo chiamasse, faceva di mestiere il pubblicano e perciò era considerato pubblico peccatore, escluso dalla “vigna del Signore”. Ma tutto cambia quando Gesù, passando accanto al suo banco, lo guarda con amore misericordioso e gli dice: “Seguimi”. Matteo si alzò e lo seguì. Da pubblicano diventò immediatamente discepolo di Cristo. Da “ultimo” si trovò “primo”, grazie alla logica di Dio, che – per nostra fortuna! – è diversa da quella del mondo. “ I miei pensieri non sono i vostri pensieri – dice il Signore per bocca del profeta Isaia -, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,5). Anche san Paolo ha esperimentato la gioia di sentirsi chiamato dal Signore a lavorare nella sua vigna non alla prima ora. E quanto lavoro ha compiuto! Ma, come egli stesso confessa, è stata la grazia di Dio a operare in lui, quella grazia che da persecutore della Chiesa lo trasformò apostolo delle genti e la liturgia di oggi è iniziata con la lettura della sua Lettera ai Filippesi, cioè ai membri della comunità che l’Apostolo stesso fondò nella città di Filippi, importante colonia romana della Macedonia, oggi Grecia settentrionale. Paolo giunse a Filippi durante il suo secondo dei tre viaggi  missionari, provenendo dalla costa dell’Anatolia e attraversando il mare Egeo. Fu quella la prima volta in cui il Vangelo giunse in Europa. Siamo all’anno 50, dunque circa vent’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù. Eppure, nella Lettera ai Filippesi, è contenuto un inno a Cristo che già presenta una sintesi completa del suo mistero: incarnazione, umiliazione fino alla morte, e glorificazione. Questo stesso mistero è diventato un tutt’uno con la vita dell’Apostolo, che scrive questa lettera mentre si trova in prigione, in attesa di una sentenza di vita o di morte. Egli afferma: “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). E’ un nuovo senso della vita, dell’esistenza umana, che consiste nella comunione con Gesù Cristo vivente; non solo con un personaggio storico, un maestro di saggezza, un leader religioso, ma un uomo in cui abita personalmente Dio. La sua morte e risurrezione è la è la Buona Notizia, Il Vangelo che, partendo da Gerusalemme, è destinata a raggiungere tutti gli uomini e tutti i popoli, e a trasformare dall’interno tutte le culture, aprendole alla verità fondamentale: Dio è amore fino al perdono, si è fatto uomo in Gesù e con il suo sacrificio reso attuale in ogni luogo e tempo con la Messa riscatta l’umanità, ogni uomo dal male donandole una speranza affidabile.
La Vergine Maria ci aiuti a capire e a viver questa speranza affidabile. 

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