lunedì 28 agosto 2017

Una liturgia viva per una Chiesa viva

di Riccardo Barile in La nuova Bussola Quotidiana 27-08-2017
Il 24 agosto scorso nell’Aula Paolo VI Papa Francesco ha ricevuto i partecipanti alla 68.ma Settimana Liturgica Nazionale organizzata dal CAL (Centro di Azione Liturgica). Alcune espressioni hanno suscitato perplessità, disagi, forse anche paure. E ovazioni. È necessaria una analisi più approfondita per evitare reazioni emozionali.
IL DISCORSO COME TALE
È un discorso/saluto molto classico e documentato, senza frasi a braccio e con molte citazioni pertinenti. Quasi tutte le questioni formali hanno spazio equilibrato: si parla della liturgia ma anche del suo prolungamento nei «pii esercizi e
devozioni che conosciamo con il nome di pietà popolare»; si parla di liturgia popolare ed esperienziale, ma anche della «disciplina che la regola»; si è nell’orizzonte della liturgia romana ma senza dimenticare che «la ricchezza della Chiesa in preghiera in quanto “cattolica” va oltre il Rito Romano».
È un discorso relativo al CAL, che compie 70 anni di fondazione (ottobre 1947) e così si spiega l’esposizione del cammino della riforma liturgica a cominciare da san Pio X. Ed è un discorso relativo al programma della Settimana “Una liturgia viva per una Chiesa viva”, formula commentata con ampiezza: la liturgia «è “viva” in ragione della presenza viva di Colui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita»; la liturgia «è vita per l’intero popolo della Chiesa», raccoglie tutti ed esprime «la pietas di tutto il popolo di Dio»; la liturgia «è vita e non un’idea da capire», è una «esperienza iniziatica, ossia trasformativa del modo di pensare e di comportarsi» e di conseguenza «esce incontro al prossimo».
QUALCHE ANALISI E QUALCHE PRECISAZIONE
1. Il Magistero. L’excursus storico sul cammino della riforma si conclude così: «Possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». La frase ha spaventato qualcuno, quasi sanzionasse l’esistente come tale e non permettesse revisioni. Ciò che la frase vuol dire è che non è pensabile un radicale cammino all’indietro e che nell’insieme questa è stata la strada giusta della Chiesa. Tra parentesi, nel cammino della riforma, non citato, c’è anche il motu proprio Summorum Pontificum e ci si domanda se non partecipa anch’esso della “irreversibilità”... La frase comunque non ha solennità definitoria e soprattutto è impossibile che blocchi future riforme. Tra l’altro, se è possibile intervenire dogmaticamente su alcuni particolari (ad esempio la non ordinazione delle donne o il pane e il vino come materia esclusiva per l’Eucaristia), non è possibile “fissare” uno spirito liturgico, che si evolve con i tempi, con le persone e sotto l’influsso dello Spirito Santo.
2. La centralità dell’altare. L’insieme delle espressioni non pregiudicano il volgersi ad oriente (un oriente teologico, cioè l’abside). È un discorso ideale che non tocca determinazioni locali: l’importante è che l’altare sia al centro dell’attenzione e rituale e partecipativa: localmente può essere nel centro della chiesa, in presbiterio rivolto al popolo, in presbiterio rivolto all’abside. Il discorso non contiene determinazioni locali.
3. Il clericalismo. «Per sua natura la liturgia è infatti “popolare” e non clericale». Il clericalismo può essere un pericolo vero - oggi lo è veramente? e se sì, non lo è forse più da sinistra che da destra? -, ma risulta dannoso fermarsi qui e non esplicitare in positivo il ruolo del sacerdote che è icona di Cristo capo dell’assemblea: in liturgia non c’è democrazia... il prete non deve solo avere l’odore delle pecore ma essere modello del gregge...
4. L’accoglienza di tutti. La liturgia accoglie tutti «senza scartare nessuno... è inclusiva e non esclusiva», evita di «omologare, poiché chiama ciascuno, con la sua vocazione e originalità, a contribuire nell’edificare il corpo di Cristo». Il discorso è correttissimo in quanto si precisa che i “tutti” sono «coloro che hanno il cuore in ascolto del Vangelo». Tuttavia, proprio perché oggi si pongono problemi di accoglienza eucaristica, sarebbe stato auspicabile ampliare il discorso sul fatto che non tutte le situazioni di vita sono compatibili con il Vangelo. Non solo: se la liturgia non omologa, sarebbe stato desiderabile dichiarare che la comunità cristiana accoglie anche quanti hanno una sensibilità più tradizionale liturgica, non relegandoli nella categoria dei nostalgici e degli immaturi...
I SILENZI
1. Un mancato sviluppo: il valore della normativa liturgica (le rubriche). Abbiamo già posto in evidenza un cenno alla “disciplina”. Si afferma che «il compito di promuovere e custodire la liturgia è affidato dal diritto alla Sede Apostolica e ai Vescovi diocesani». Per contro la indisciplina e i “fermenti disgregatori” sono relegati in nota 10 a una accorata “lamentazione” dell’ultimo Paolo VI. Non si sottolinea invece che è un problema attuale che defigura la riforma: gli abusi e il non intervento episcopale sugli abusi. E ciò capita perché è sparita - non è più promossa? - la convinzione che la normativa, tramite la Chiesa, garantisce il “senso di Cristo” delle parole e dei gesti. E se è vero che la liturgia - come ribadito nel discorso - insegna e fa entrare dentro al mistero di Cristo attraverso le parole e i gesti o riti, cambiare questi e quelle significa, poco o tanto, cambiare Gesù Cristo e la Chiesa. D’altra parte Papa Francesco al suo primo giovedì santo infranse la normativa (entusiasmi degli inizi poi rientrati modificando la normativa); d’altra parte tra i relatori alla settimana e dunque tra i presenti all’udienza c’era qualcuno che non ha mai conosciuto la fila allo sportello per farsi approvare la “propria” liturgia...
2. Un silenzio totale: il motu proprio Summorum Pontificum e sul suo autore Benedetto XVI. Non se ne accenna mai. Eppure anche questa è normativa vigente e cammino della riforma. Anzi, il motu proprio ha creato una nuova situazione liturgica attualmente operante e influente che non può essere taciuta e che non si limita ai gruppi che celebrano con il Messale del 1962 e altri libri liturgici analoghi.
Il motu proprio ha infatti messo in moto un movimento di riflessione e di prassi, che non può essere ignorato, anche se, pro bono pacis, è meglio non parlare di riforma della riforma. Di che cosa si tratta? Solo qualche esempio.
Si tratta di accentuare il rispetto della normativa.
Si tratta di accentuare il fatto che la liturgia è una terra santa che comporta un senso del sacro cristiano, che è primariamente rivolta alla lode e all’adorazione di Dio e a ricevere la salvezza della Redenzione del Signore Gesù; la comunità e l’accoglienza certo devono esserci, ma si creano appunto a partire da queste basi.
Si tratta non di rivedere la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium, ma certi presupposti mentali della riforma, ad esempio l’antichismo: riportare tutto agli inizi, all’antico, senza rispettare le giuste evoluzioni di crescita; l’essenzialismo: mantenere solo essenziale, con operazioni depauperanti e impossibili (cf certe architetture squallide) perché non si riuscirà mai a far vivere le essenze pure, operazioni che sono la morte della liturgia; oppure il ruolo della Parola di Dio sulla quale, scrive un libro liturgico (OLM 3), poggia fondamentalmente la liturgia: no, la liturgia poggia fondamentalmente su Gesù Cristo presente e operante in modo sacramentale, che parla attraverso le letture proclamate, ma che fa anche altre cose ecc.
Si tratta di ripensare certe realizzazioni della riforma e soprattutto lo spirito con il quale è stata attuata: ad esempio la riduzione quasi totale della lingua latina e del canto gregoriano, oppure l’altare verso il popolo come condizione sine qua non per celebrare bene.
Per tutto questo non ci vogliono tanto modifiche delle leggi, ma modifiche di spirito e di mentalità per celebrare in modo più rispettoso e più in armonia con la tradizione precedente.
Il silenzio totale su questa nuova sensibilità non può essere dimenticanza. Che cosa significa? 
ANDARE OLTRE CON SPERANZA
Forse il presente discorso va letto riandando con la memoria a certi fatti accaduti.
Pio XII nella Mediator Dei (20.11.1947) sponsorizzò il mantenimento della lingua latina in liturgia e scrisse che è fuori strada chi prevede di restituire all’altare l’antica forma di mensa ed eliminare le vesti di colore nero (nn. 48.50): poi oggi...
Paolo VI in una accorata lettera dell’11.10.1976 a mons. M. Lefebvre arrivò a dire che la proibizione di celebrare secondo il vecchio rito (codificato oggi col Summorum Pontificum come Forma Straordinaria ndr) non era una questione cerimoniale, ma di ecclesiologia e di vera tradizione da salvaguardare e dunque lui non si sentiva di annullare la proibizione: poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI concessero che...
Questi fatti lasciano intravvedere che i documenti e i discorsi, per quanto importanti, non sono tutto e la liturgia cresce non solo come nostra evoluzione, ma per opera dello Spirito.
La conclusione è che il futuro sarà di quanti celebrano bene e con spirito nuovo, attenti a rispettare la normativa e attenti a vivere la liturgia come un roveto ardente che ci avvicina alla terra sacra del Dio tre volte santo, dove riceviamo un messaggio di liberazione che non è più l’uscita dall’Egitto, ma la morte e risurrezione di Gesù che con il suo sacrificio rimette i peccati e ci porta con lui da questo mondo al Padre. Ma già oggi in silenzio è da questa mentalità e da questo spirito che la Chiesa è feconda, è da qui che nascono le vocazioni: santi laici, santi monaci, sante e non girovaganti monache, santi preti. I quali, senza clericalismo e con la gioia del popolo di Dio, stanno già mettendo in pratica quanto il Romano Pontefice ha detto.
«Vi chiedo per favore di pregare per me». Così conclude il discorso Papa Francesco. Non omettiamo di farlo: è più decisivo dell’analisi del discorso stesso.

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