giovedì 27 luglio 2017

La Chiesa si regge e cade con la Liturgia

Oggi, nella Sacra Liturgia noi abbiamo il privilegio ineguagliabile di incontrare il Cristo risorto come lo ha avuto San Tommaso otto giorni dopo la risurrezione
“LA SACRA LITURGIA – IL NOSTRO INCONTRO CON DIO ONNIPOTENTE: UNA PROSPETTIVA CRISTOLOGICA ED ECCLESIOLOGICA”, intervento di Sua Eminenza Robert Sarah in occasione della Conferenza “Sacra Liturgia Milano2017”, 6 giugno 2017.
Introduzione

«La Chiesa si regge e cade con la Liturgia». Queste parole suonano come una forte provocazione. Infatti, nel contesto delle importanti e giuste preoccupazione della Chiesa nei nostri giorni – dal nostro dovere quotidiano di testimoniare la
Verità di Gesù Cristo attraverso la cura per i poveri e il sollievo della sofferenza così come la lotta contro l’ingiustizia nel mondo, fino ai nostri sforzi per «chiamare tutti nel seno della Chiesa», attraverso le molteplici iniziative di ciò che possiamo chiamare la “nuova evangelizzazione”, così come l’adempimento del nostro dovere per raggiungere una piena e forte unità di tutti i battezzati “cum Petro et sub Petro” (con Pietro e sotto Pietro) – affermare che la Sacra Liturgia è così centrale può sembrare sproporzionato e addirittura inopportuno: ci sono tante altre importanti attività affidate da Dio alla Chiesa nelle quali essa deve impegnarsi. Allora, perché non lasciare da parte la liturgia per concentrarsi in questi compiti urgenti? Come oggi potremmo giustificare l’affermazione «La Chiesa si regge e cade con la Liturgia», allorché sicuramente la sua missione e le sue attività nel mondo sono così crociali? 

 Questi sono questioni molto importanti. Infatti, mentre oggi i valori sociali e le azioni umanitarie sono aspetti evidenti e ampiamente apprezzati da tutti, la necessità di dare priorità agli atti di culto può essere fraintesa o addirittura anche ridicolizzata, tanto dentro come fuori della Chiesa, nonché essere oggetto di un questionamento da parte di alcuni. Ma, come il nostro Santo Padre, Papa Francesco, ha spesso sottolineato, la Chiesa non è una O.N.G. Essa è qualcosa fondamentalmente diversa. E’ perfettamente vero che la Chiesa non è mai indifferente alle disgrazie e problemi degli uomini. Però, è altrettanto vero che Gesù non ha fondato la Chiesa per risolvere tutti problemi sociali o politici di immigrazione, di ecologia o per combattere la povertà o le ingiustizie.       

Per indagare su questo aspetto e per comprendere chiaramente questa differenza, propongo di affrontare l’argomento attraverso la considerazione di tre questioni: 1. Chi è Gesù Cristo? 2. Come noi incontriamo Gesù Cristo? 3. Cosa significa essere cristiano? Una volta che avremo dato una risposta a questi interrogativi penso che potremo vedere chiaramente perché la Chiesa si regge e cada con la liturgia, e perché la Sacra Liturgia gode di priorità nella vita cristiana. Alla luce delle risposte a queste domande, sarà possibile proporre alcune implicazioni per il nostro incontro con Dio Onnipotente nella Sacra Liturgia oggi.  


A. Chi è Gesù Cristo? 

La nostra prima domanda è chiaramente Cristologica: Chi è Gesù Cristo? La risposta personale a questa domanda cambia e determina radicalmente il nostro modo di vivere la nostra vita, e addirittura evidenzia se viviamo o meno nella speranza della vita eterna. Poiché, se Gesù fu un semplice profeta ebreo, o meramente un filosofo del primo secolo le cui intuizioni sono di grande valore per tutti gli uomini, in quanto al modo di vivere serenamente nel mondo, io potrei accettare o rifiutare le sue intuizioni e i suoi insegnamenti secondo il mio giudizio sul valore e sull’opportunità di essi in relazione alla mia vita. Io potrei ‘prender o lasciare’, come si dice, senza nessuna conseguenza rilevante. Così, questa sua “via” diventa, però, una tra tante altre.

Eppure, se Gesù è l’Incarnazione e la rivelazione definitiva di Dio Onnipotente nella storia umana, inviato per la salvezza di ogni persona umana, di ogni razza, nazione ed epoca sin dalla creazione del mondo, e se Egli è chi ci manifesta la vera natura dell’umanità e chi ci rivela il nostro destino glorioso nella risurrezione di vita che vince la morte, allora le sue affermazioni non possono essere considerate meramente da un punto di vista soggettivo. Nella mia libertà, che è un dono di Dio, io posso ancora “prendere o lasciare” i suoi insegnamenti, ma le conseguenze di tale scelta nei confronti delle sue oggettive ed esclusive affermazioni sono profonde e decisive. La Sua via è la Via ed è anche la Verità e la Vita (cf. Gv 14,6).

La Cristologia moderna, come risultato della “questione sul Gesù storico”, nella quale molti studiosi si sono impegnati sin dal diciottesimo e diciannovesimo secolo, ha fatto la distinzione tra il “Gesù della storia” e il “Cristo della fede”. Questo tentativo di separare l’uomo storico dalla sua divina missione finisce in una versione demitologizzata di Gesù; cioè in un Gesù che è quasi sorpreso di scoprirsi come il Salvatore dell’umanità. Un tale  approccio mette l’accento sulla sua umanità contingente, mentre la sua divinità è quasi negata o al meno vista come una questione di fede, quasi come qualcosa “aggiunta”, che non fa parte della sua realtà storica. Nel suo libro denso e ricco di riflessioni: Abbiamo visto Cristo venire verso di noi, Francesco Braschi riassume chiaramente e con precisione questa visione esegetica molto strana in questi termini: «La cosa più terribile mi pare essere una concezione che sganci e separi la divinità di Cristo dalla sua umanità: l’abolizione della sottolineatura della dimensione storica dell’avvenimento cristiano, infatti, comporta l’annullamento del buon senso e della sua umanità. Gesù diventa una figura del passato o una delle tante vie del cammino religioso dell’uomo. Praticamente, poi, la vita appare definita da un volontarismo etico, essendo la carità ridotta a una generosità o al “volontariato”, come azione suppletiva a quella del potere politico. Tutto questo ha come origine una fede ridotta a spiritualismo, a moto interiore (soggettivismo). Esattamente venti anni fa, Paolo VI accusava l’introduzione di un pensiero non-cattolico dentro la Chiesa: “C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede… Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non-cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”. Si tratta di un allarme che denuncia l’inizio di uno svuotamento dall’interno della natura e del metodo del fatto cristiano. L’esito è quello indicato: Gesù Cristo ridotto a un “flatus vocis”, a parola astratta. Di conseguenza, non si è più in presenza dell’avvenimento storico di Gesù di Nazareth morto e risorto, qui ed ora, nella sua umanità nella Chiesa, suo Corpo misterioso, ma si tratta, al massimo, di una favola carica di insegnamenti etici. Eppure la risurrezione di Cristo è un fatto. E non è un caso – mi sembra – che proprio l’affermazione della verità storica della risurrezione di Cristo sia stata riproposta – durante le omelie dei giorni della Pasqua 2013 – da Papa Francesco come condizione perché la fede non sia “all’acqua di rose”! Oggi purtroppo l’oggettività della presenza eucaristica può essere offuscata nel suo valore e nella sua comprensione, come mostra l’esistenza diffusa di un soggettivismo liturgico e celebrativo da cui sono sovente segnati non solo i presbiteri, ma anche i fedeli. Dobbiamo riscoprire e riapprendere il vero e profondo senso della liturgia. Per molti, la liturgia non è più vista come Opus Dei, l’Opera di Dio, ma creatività e fabbricazioni umane». Dobbiamo dunque eliminare della nostra Chiesa ogni “pensiero non-cattolico”, combattere ogni sentimentalismo o soggettivismo e ritrovare, con lo studio e la preghiera, la ricchezza dell’oggettività del Cristo morto e risorto, formando il popolo di Dio in una fede viva, vigorosa, che lo porti a quella totale ed indefettibile adesione a Gesù Cristo, contemplato nella sua umanità come colui nel quale «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). Nell’ambito spirituale e liturgico, questo tipo di pensieri ci portano a considerare Gesù più come nostro fratello che come nostro Signore, e dunque a trattarlo con una familiarità fuori luogo. Il nostro comportamento davanti a Lui non è più ispirato dallo stupore. La sua maestà, la grandezza della sua divinità e lo splendore della sua santità non provocano tremore, prostrazione ed adorazione. Certamente, Gesù è pienamente umano ed è perfettamente vero dire che Egli è mio fratello secondo la sua natura umana. Alcune volte, avvicinarsi a Gesù da questa prospettiva nella preghiera personale e nella devozione può essere di aiuto. Ma questo non è sufficiente in sé stesso. Gesù è più di un mio fratello. Egli è, come ha confessato l’Apostolo san Tommaso, «mio Signore e mio Dio» (Gv 20.28). Egli è il divino Figlio di Dio che si è fatto carne per la salvezza del mondo. Egli è la seconda persona della Santa Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo, indivisibilmente un solo Dio. Ricordiamo le sue parole: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosi anche colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6, 57). E Gesù stesso, attraverso la comunione al suo Corpo e al suo Sangue, ci comunica il suo Spirito. Scrive magnificamente «sant'Efrem: “Chiamò il pane suo corpo vivente, lo riempì di se stesso e del suo Spirito. [...] E colui che lo mangia con fede, mangia Fuoco e Spirito. [...] Prendetene, mangiatene tutti, e mangiate con esso lo Spirito Santo. Infatti è veramente il mio corpo e colui che lo mangia vivrà eternamente”.  La Chiesa chiede questo Dono divino, radice di ogni altro dono, nella epiclesi eucaristica. Si legge, ad esempio, nella Divina Liturgia di san Giovanni Crisostomo: [...]. E nel Messale Romano il celebrante implora: “A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio dona la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. Così, con il dono del suo corpo e del suo sangue, Cristo accresce in noi il dono del suo Spirito, effuso già nel Battesimo e dato come “sigillo” nel sacramento della Confermazione». Nell’Eucaristia è veramente tutta la Santissima Trinità che riceviamo. Che dono incredibile! Che amore sconfinato da parte di Dio verso di noi! Comprendo bene l’esclamazione del salmista: «Tema il Signore tutta la terra, tremino davanti a lui gli abitanti del mondo» (Ps 32,8). «Trema, o terra, davanti al Signore, davanti al Dio di Giacobbe» (Ps 113,7). Purtroppo, l’assenza di Dio nelle nostre vite e nelle nostre preoccupazioni, la secolarizzazione, l’offuscamento della nostra mente dai beni terrestri, contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica riguardante il grande Sacramento eucaristico, la cui celebrazione è vissuta come un semplice incontro conviviale e fraterno. 

Molto di più può dirsi, e di fatto è stato detto, sulla persona e sulle nature di Gesù Cristo. Mi permetto di sollevare la questione perché se noi dobbiamo comprendere la Sacra Liturgia, e se dobbiamo celebrare i riti della Chiesa fedelmente, adeguatamente ed efficacemente, dovremmo essere chiari su chi è la persona che si trova veramente al centro di tali riti. Dovremmo essere chiari sul fatto che la Sacra Liturgia è qualcosa di simile all’incontro reale, personale e intimo di San Tommaso con il Cristo Signore otto giorni dopo la risurrezione: un incontro con il Cristo risorto, pienamente umano e pienamente divino. È un incontro con Cristo veramente vivo e presente davanti a me. Egli è mio fratello, certamente, ma è anche, e in modo preminente, mio Signore y mio Dio, mio Creatore e mio Redentore.

Per dirlo in un altro modo, mentre è certamente legittimo affrontare la questione della persona e delle nature di Gesù, e mentre alcune volte può dare buoni frutti nella preghiera privata e nelle pratiche devozionali contemplare l’una o l’altra delle sue nature, nella Sacra Liturgia la Chiesa rende culto a tutto il Cristo. Noi non celebriamo il “Gesù della storia” oppure “il Cristo della fede”. Con umiltà noi confessiamo l’unico Cristo risorto come nostro Signore e nostro Dio. Noi non lo possiamo demitologizzare nel senso di tentare di spogliarlo di tutto ciò che riguarda la fede perché, aldilà di ogni valutazione accademica, un tale tentativo è semplicemente illegittimo nel culto della Chiesa. Quando celebriamo la Sacra Liturgia rendiamo culto a Colui che è diventato uomo per la nostra salvezza, a Colui che è stato ed è pienamente umano e nel contempo pienamente divino.

I Vangeli non ci offrono ulteriori informazioni riguardo i dubbi di Tommaso nel momento del suo incontro con il Cristo risorto otto giorni dopo la risurrezione. Possiamo soltanto immaginare e contemplare l’impatto che questa singolare e privilegiata esperienza ha avuto su di lui. La Tradizione ci insegna che San Tommaso divenne il grande apostolo dell’India e morì martire per Cristo. Potremmo anche domandarci se i nostri incontri privilegiati con il Cristo risorto oggi, nella Sacra Liturgia della Chiesa, sono ugualmente efficaci nella nostra vita e nella vita dei nostri contemporanei. Se la risposta è che essi non producono simili frutti, allora dobbiamo domandarci perché. Certamente, la liturgia della Chiesa usa dei segni sacramentali, ma in essi e attraverso di essi il nostro incontro con il Cristo risorto non è meno reale. Non sarà forse che la colpa è in noi stessi, nella nostra mancanza de fede in Gesù Cristo?

Può darsi che una parte del problema sia nel fatto che noi abbiamo demitologizzato il Cristo nella nostra mente, e forse abbiamo demitologizzato anche il nostro approccio alla Sacra Liturgia. Se quando io partecipo a una celebrazione liturgica penso semplicemente che mi trovo in un convivio fraterno in memoria di mio fratello, un grande maestro e un profeta del passato, il mio approccio e la mia comprensione saranno molto diverse rispetto al mio approccio se io sono consapevole di partecipare ad un culto a Dio Onnipotente, un culto che è sacrificale e redentore, un culto al Dio che si è fatto uomo per la nostra salvezza, Gesù Cristo morto e risorto che ci coinvolge e ci introduce nel mistero pasquale facendoci passare con Lui dalla morte alla vita eterna. 

La Chiesa in tutta la sua vita e nelle sue attività, compresa la Sacra Liturgia, non può mai cessare di proclamare la realtà espressa nelle potenti parole del bel rito di benedizione del cero pasquale che hanno arricchito la veglia pasquale del Rito Romano dal 1951: Christus heri et hodie. Principium et Finis, Alpha et Omega. Ipsius sunt tempora et saecula. Ipsi gloria et imperium per universa aeternitatis saecula. Amen. (Il Cristo ieri e oggi: Principio e Fine, Alfa e Omega. A lui appartengono il tempo e i secoli. A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen). È a Lui che noi rendiamo culto: il Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza (cf. Eb 4,14), che convoca la sua ecclesia, cioè la sua Chiesa. È Lui che continua la sua opera di salvezza nel nostro mondo in ogni celebrazione liturgica della Chiesa oggi. 

Il Dio al quale crediamo, Colui che adoriamo e davanti al quale restiamo in preghiera silenziosa, è il Dio fatto uomo: Gesù Cristo. In effetti, per insegnare agli uomini la sua dottrina di salvezza e per manifestare loro l’Amore di Dio, il Cristo, Dio perfetto e Uomo perfetto, ha agito contemporaneamente in maniera umana e divina. Dio condiscende a diventare Uomo perché l’uomo divenga Dio: «Deus homo factus est ut homo fieret Deus», ha detto Sant’Ireneo. Egli ha preso la nostra natura umana senza riserve, eccezione fatta del peccato (Eb 4, 15). In questo modo, Dio ci ha donato la possibilità di partecipare alla sua natura divina (cf. 2 Pt 1, 4). Chi non tremerebbe di stupore e non cadrebbe in ginocchio davanti a un tale incredibile privilegio? 

Dio mi ama con il cuore di un uomo. Mi guarda con tenerezza attraverso degli occhi umani: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1 Gv 4, 7-11). Gesù Cristo è Dio tra di noi. Egli è nostro Signore e nostro Dio. Egli rende presente tutta l’intera Santissima Trinità. In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (cf. Col 2, 9). Egli porta nel suo Cuore trafitto il profondo desiderio di un incontro e di una relazione personale e intima con ciascuno di noi.

B. Come incontriamo Gesù Cristo?

Una volta stabilito che Colui al quale rendiamo culto è l’unico e indivisibile Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio, domandiamoci come noi, uomini e donne di ogni tempo, lo incontriamo. Certo, come Dio, nostro Signore Gesù Cristo è capace di rivelarsi alle singole persone attraverso vie straordinarie, come alcune volte testimoniano le vite dei santi. Ma ordinariamente, come incontriamo Colui che ha offerto se stesso in un sacrificio di amore per la nostra salvezza? 

La domanda può essere risposta con una parola: noi incontriamo Gesù ecclesialmente. Entriamo in relazione con Cristo nell’unica vera Chiesa cattolica e attraverso di essa, che Egli ha fondato proprio a tale scopo. Adoperando le parole di Papa Benedetto XVI, possiamo dire che «Cristo lo scopriamo, lo conosciamo come Persona vivente, nella Chiesa. Essa è il “suo Corpo».

Pertanto, noi non incontriamo ordinariamente Gesù Cristo come persone individuali isolate. Piuttosto, entriamo in rapporto con Lui nella Chiesa e attraverso di essa. Certamente è possibile che un nostro contatto inziale con Cristo possa aver luogo attraverso la testimonianza e la missione di persone cristiane, eppure in questo caso tali persone agiscono al di là di loro stessi: esse sono parte del Corpo di Cristo, e l’esperienza trasmessa attraverso di loro è molto di più di un semplice incontro umano tra due persone. In tale contesto, Cristo è presente, mi chiama e mi invita a diventare parte della Chiesa attraverso la grazia del battesimo e le grazie della vocazione particolare che vivifica e anima il cristiano con il quale io sono entrato in contatto. 

Oggi questa realtà è spesso dimenticata o addirittura negata. Si sentono alcuni che affermano di essere molto contenti di avere una relazione personale con Gesù, ma non desiderano avere a che fare con la Chiesa. Avere un rapporto personale con Gesù è un buon inizio, ma esso non è sufficiente! Esso è come un seme che rimane addormentato o che incomincia solo a germogliare, ma non riesce a maturare e non produce frutti. Il seme della fede per crescere ha bisogno di un terreno fertile e di un nutrimento dato dalla vita della Chiesa. Prendiamo un esempio: San Paolo, dopo aver incontrato Gesù in modo particolarmente sconvolgente sulla via di Damasco, è stato subito affidato alla Chiesa di Damasco per la sua nascita piena e la sua crescita nella fede: «Alzati e prosegui verso Damasco», dice il Signore Gesù, «là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia» (At 9, 6). Ed Anania, probabilmente il capo della Chiesa di Damasco gli disse: “Saulo, il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto ed udito. Ed ora perché aspetti? Alzati, ricevi il Battesimo, e lavati dai tuoi peccati, invocando il Suo Nome” (At 22, 14-16). Non possiamo essere cristiani senza essere parti del Corpo di Cristo, la Chiesa. Senza i sacramenti della Chiesa, la vita cristiana è come un seme caduto tra le pietre, che quando cresce, inaridisce per la mancanza di umidità (cf. Lc 8, 6).

Sono molto consapevole che le colpe e i peccati di alcuni membri della Chiesa, compresi – e mi vergogno a dirlo – alcuni preti e vescovi, scandalizzano molte persone e le allontanano dalla Chiesa. Non dobbiamo smettere di far penitenza e tante mortificazioni per questo, non dobbiamo mancare di esaminare le nostre coscienze per non renderci colpevoli di tali gravi peccati, e nemmeno tollerarli in coloro che sono sotto la nostra responsabilità. Eppure, anche il peggiore dei peccatori o il più grave degli scandali non altera il fatto che è volontà di Dio, come insegna il Concilio Vaticano II, che «tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo»; perciò  «l'attività missionaria conserva in pieno – oggi come sempre – la sua validità e necessità». Se noi abbiamo messo degli ostacoli nel cammino per raggiungere questo scopo, dobbiamo rimuoverli.

Un primo incontro con Gesù Cristo, uno sguardo fugace rivolto a Lui, oppure un mero rapporto personale con Lui, ha bisogno di essere nutrito per raggiungere la pienezza della vita cristiana nella vita e nella missione del Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Ho bisogno della Chiesa perché essa mi porti alla presenza del Cristo totale, dove io posso incontrare il suo sguardo amorevole faccia a faccia, non come uno al quale piace qualcosa di Gesù o dei suoi insegnamenti, ma come uno che appartiene totalmente a Lui in una meravigliosa comunione e nella compagnia di tutti coloro che Gli appartengono – quelli presenti, quelli assenti, quelli vivi e quelli che sono già morti in Cristo lungo i secoli. Come dice san Paolo ai Corinzi: «come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, cosi anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo Corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi, e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» ( 1 Cor 12, 12-13).

In questo modo, la mia vita ed il mio ministero sacerdotale possono crescere e fiorire in quanto io sono un membro in piena comunione e senza ostacoli con il Corpo di Cristo, la Chiesa. Io, in quanto persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gn 1,26) posso occupare il posto che Dio mi offre nella sua divina assemblea. Non sono più da solo. Il desiderio espresso nella preghiera di Sant’Agostino, «Tu ci hai fatti per Te e il nostro cuore non ha pace finché non riposi in Te», diventa realtà. Non solo ho incontrato Gesù Cristo, ma come membro della ecclesia sono capace ora di rallegrarmi in quel continuo e vivificante rapporto con Lui, che è la vita cristiana, mentre vivo nella speranza di ricevere la lode del Maestro della parabola dei talenti (cf. Mt 25,14-30): «Bene, servo buono […] sei stato fedele», perché la mia vita cristiana ha dato il suo frutto.


C. Cosa significa essere cristiano?

Un cristiano, quindi, è una persona che vive in un rapporto ecclesiale con Gesù Cristo. C’è gente che può aderire agli ideali o alle filosofie del cristianesimo, che può rispettare alcuni o addirittura tutti gli insegnamenti cristiani e che può cercare di vivere secondo tali ideali. Molti uomini e donne di buona volontà in tutto il mondo fanno proprio questo. Ma se una persona non vive in un rapporto ecclesiale con Gesù Cristo, se non è un membro dell’unica Chiesa cattolica da Lui fondata, allora a quella persona manca ciò che è fondamentale alla natura cristiana, cioè qualcosa di essenziale per essere un cristiano. Manca cioè questa relazione vitale e quasi ontologica col Corpo mistico di Cristo: la Chiesa, e cioè con Cristo risorto stesso che vive nella sua Chiesa e dà vita a tutti i suoi membri tramite i sacramenti. Cosa è questa “relazione ecclesiale”? Non dobbiamo andare molto lontano nel tempo per trovare una eloquente e veramente bella spiegazione di questo concetto, perché la troviamo nel quarto secolo nel trattato De mysteriis (Sui misteri) dello stesso Sant’Ambrogio. In quest’opera il grande Padre e Dottore della Chiesa, vescovo della città dove abbiamo il privilegio di incontrarci, cerca di “esporre il significato dei sacramenti”, esortando i suoi neofiti in questi termini: 

«Aprite dunque gli orecchi e gustate il buon odore della vita eterna diffuso sopra di voi dal dono dei sacramenti. Questo vi abbiamo indicato quando, celebrando il mistero dell’apertura, dicevamo effetha, che significa “apriti”, perché ognuno che stava per giungere alla grazia sapesse quale domanda gli sarebbe stata rivolta e si ricordasse a dovere che cosa rispondere».

«Dopo di ciò, è stato aperto il Santo dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione. Ricordati le domande che ti sono state rivolte, ripensa alle tue risposte! Hai rinunciato al diavolo e alle sue opere, al mondo, alle sue pompe, ai suoi piaceri. La tua parola è custodita non in una tomba dei morti, ma nel libro dei viventi». 

«Là tu hai visto il diacono, il sacerdote, hai visto il vescovo. Non considerare il loro aspetto fisico, ma la grazia dei loro misteri».

«Una volta entrato, per vedere il tuo nemico al quale hai pensato di dover rinunciare a faccia a faccia, tu ti rivolgi verso oriente. Poiché chi rinuncia al diavolo si volge verso Cristo, lo fissa diritto con lo sguardo faccia a faccia ».

Cosa significa questo voltarsi verso l’oriente e guardare Cristo faccia a faccia? Si tratta della stessa vita alla quale i nuovi membri della Chiesa sono stati iniziati. E’ il culto ecclesiale di Cristo, nostro Signore e nostro Dio, cioè la Sacra Liturgia. In piede insieme con gli altri fratelli e sorelle in atteggiamento di adorazione e adottando una postura fisica comune e di profondo significato (guardando verso l’oriente) il neofito prende il suo posto come cristiano, come parte della ecclesia nel culto. Dopo il battesimo, il cristiano è ormai introdotto in una relazione personale ed intima, e contempla Gesù faccia a faccia, assieme alla comunità orante, condotta dal vescovo, il quale è assistito nella sua funzione liturgica dal sacerdote e dal diacono. E tutti in adorazione, sorretti e guidati dallo Spirito Santo pregano Dio guardano verso l’Oriente, verso Cristo, vittorioso del male e del diavolo. Secondo sant’Ambrogio, è cristiano colui che ha rinunciato a Satana e alle corruzioni di questo mondo, e si è rivolto a Cristo e lo guarda faccia a faccia. Il cristiano contempla la vita di Cristo, e Cristo stesso lo illumina così da divinizzare la sua esistenza.

Ho parlato molte volte sull’importanza di ricuperare questo orientamento. Qui vorrei semplicemente evidenziare che in queste parole di Sant’Ambrogio possiamo percepire ancora di più la forza, la bellezza e addirittura il significato profondo dell’orientamento, cioè il fatto di rivolgerci verso l’Oriente, ed essenzialmente verso il Cristo nella celebrazione attuale della liturgia. 

Sono queste parole di sant’Ambrogio ad esprimere il vero senso del guardare ad Oriente, che più che una direzione geografica, indica la necessità per il cristiano, di orientare la sua vita verso il Cristo, di contemplare costantemente Gesù, de guardarlo faccia a faccia perché Egli trasfiguri la nostra vita. Così anche nella liturgia la Chiesa si rivolge verso il suo Signore, lo guarda faccia a faccia, anticipando in questo modo quella contemplazione che sarà piena della visione beatifica di Dio.

E’ necessario affermare chiaramente, ed essere convinti, che l’iniziazione del neofito ha come oggetto il culto a Cristo nella liturgia. Lui o lei prende fisicamente e spiritualmente il suo posto nell’assemblea liturgica. Sant’Ambrogio parla del diacono, del sacerdote, del vescovo, e continua nei capitoli successivi del suo trattato a spiegare le realtà spirituali incarnate in diverse parole, riti e altri simboli adoperati nella liturgia della Chiesa. I riti, le parole e altri “segni” creati, che fanno parte della liturgia, provengono dal disegno salvifico di Dio: essi hanno un carattere “sacramentale”. È questo principio della sacramentalità del culto cristiano, che Sant’Ambrogio insegna al suo gregge – e lo insegna anche a noi oggi – nel De mysteriis. 

Pertanto, il cristiano è colui che prende legittimamente e fisicamente il suo posto nell’assemblea liturgica della ecclesia e che attinge da questa fonte la grazia e l’istruzione necessarie per la vita cristiana. Il cristiano è uno che incomincia ad entrare, e così a vivere, sempre di più i profondi misteri cristiani che la Sacra Liturgia trasmette. In questo modo, la partecipazione alla Sacra Liturgia diventa l’essenza dell’essere cristiano. Detto in un altro modo, in risposta alla domanda “Cosa significa essere cristiano?” possiamo rispondere: un cristiano è colui che è stato purificato dalla Chiesa nel battesimo e che continuamente attinge la vita della grazia, sempre più profondamente, dall’unica fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa: la Sacra Liturgia.

Faremmo bene a considerare questa realtà: io sono veramente un autentico cristiano pieno di vita nella misura in cui vivo la vita liturgica della Chiesa. Per aiutarci, la Chiesa stessa ha stabilito un livello minimo indispensabile per ciò che riguarda la nostra partecipazione liturgica: come una saggia madre la Chiesa richiede la nostra presenza alla Santa Messa ogni domenica e nei giorni di precetto, la confessione al meno una volta all’anno e la valida recezione della Santa Comunione a Pasqua. Ma questo è solo un minimo, per garantire che la vita di Cristo in noi non muoia ! Se noi dobbiamo vivere in Cristo, se noi dobbiamo vivere da Cristo e con Cristo, e dare frutti che rimangano per sempre (cf. Gv 15,16), allora dobbiamo vivere la vita liturgica della Chiesa non secondo il minimo di una regola, ma tanto pienamente come ci sia possibile secondo il nostro stato di vita. E questo perché nella Sacra Liturgia, come Sant’Ambrogio insegna nel capitolo IX del suo De mysteriis, «con questi sacramenti Cristo nutre la sua Chiesa, con essi la sostanza dell’anima si corrobora…». Poi, egli aggiunge che nei sacramenti tocchiamo fisicamente, abbracciamo davvero Cristo stesso: «O Signore Gesù, tu non ti riveli a me attraverso gli enigmi come in uno specchio, ma faccia a faccia: nei tuoi sacramenti, ho la possibilità di abbracciarti».

Infatti, nostro Signore Gesù Cristo alimenta la sua Chiesa attraverso tutta la sua vita liturgica, perché come insegna il Concilio Vaticano II – in perfetta continuità con il magistero perenne della Chiesa – la Sacra Liturgia è l’ambito dove Cristo è all’opera nella sua Chiesa oggi, come si legge nella Costituzione sulla Sacra Liturgia:

«[Cristo] È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza (cf. St. Agostino, Tractatus in Ioannem, VI, n. 7). È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20). Effettivamente per il compimento di quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l'invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'eterno Padre».

«Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell'uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra». 

La Costituzione Dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa parla eloquentemente della natura intrinsecamente ecclesiale, sacramentale e liturgica del cristiano: 

«I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni di Cristo. Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa così tutti, sia con l'offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica, non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata».

Pertanto, non esiste la possibilità di vivere come cristiano in modo isolato o non liturgico. Un cristiano che non prega mai, né partecipa alla santa liturgia domenicale è paragonabile ad un cadavere ambulante. Ogni cristiano a motivo del suo battesimo è un essere liturgico che, nel culto della Chiesa, contempla Cristo il Signore “faccia a faccia”, e che si disseta sempre più profondamente dalla sorgente viva di grazia aperta dalla Sacra Liturgia, trovando in essa l’efficacia per tutte le suppliche e i ringraziamenti che la vita cristiana rende possibile.

Ora possiamo vedere più chiaramente, spero, perché «la Chiesa si regge e cade con la liturgia», perché «in ogni caso, la vera celebrazione della Sacra Liturgia è il centro di ogni rinnovamento della Chiesa». Alla luce di tutto questo, vorrei considerare alcune conseguenze ed implicazioni delle nostre riflessioni cristologiche ed ecclesiologiche in relazione alla vita liturgica della Chiesa oggi. 


D. Alcune implicazioni liturgiche

Nel discorso della sua Udienza Generale del 3 ottobre 2012, Papa Benedetto XVI ha riflettuto sulla “Natura ecclesiale della preghiera liturgica”. Le sue riflessioni, che raccomando vivamente per uno studio approfondito, sono le seguenti: 

«Dobbiamo tenere presente e accettare la logica dell’incarnazione di Dio: Egli si è fatto vicino, presente, entrando nella storia e nella natura umana, facendosi uno di noi. E questa presenza continua nella Chiesa, suo Corpo. La liturgia allora non è il ricordo di eventi passati, ma è la presenza viva del Mistero Pasquale di Cristo che trascende e unisce i tempi e gli spazi. Se nella celebrazione non emerge la centralità di Cristo non avremo liturgia cristiana, totalmente dipendente dal Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice. Dio agisce per mezzo di Cristo e noi non possiamo agire che per mezzo suo e in Lui. Ogni giorno deve crescere in noi la convinzione che la liturgia non è un nostro, un mio «fare», ma è azione di Dio in noi e con noi».

«Quindi, non è il singolo – sacerdote o fedele – o il gruppo che celebra la liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. Questa universalità ed apertura fondamentale, che è propria di tutta la liturgia, è una delle ragioni per cui essa non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale».

Tutto questo è di fondamentale importanza. Laddove la liturgia è diventata semplicemente la celebrazione di una umana o anche di una cristiana e amichevole compagnia, una tale celebrazione liturgica deve essere elevata fino al Trono di Dio e perfezionata per diventare culto al Dio onnipotente in comunione con Cristo e con l’intera Chiesa dei battezzati. Secondo me, ci sono ancora troppe implicazioni di questo principio che vanno analizzate in dettaglio, per la nostra prassi liturgica oggi, ma qui vorrei soltanto richiamare ognuno di noi ad un esame di coscienza su questo punto.  Le nostre celebrazioni liturgiche sono veramente fedeli alle forme stabilite dalla Chiesa universale? Se non lo sono, allora dobbiamo correggere qualsiasi prassi erronea che si sia sviluppata. Nostro Signore Gesù Cristo stesso ci chiede questo. 

Tra le tante implicazioni che potremo considerare, io vorrei offrire tre proposte concrete alla luce delle nostre riflessioni cristologiche ed eccelesiologiche per la vita liturgica della Chiesa oggi.

La prima implicazione da riconoscere è l’esistenza di un grave e diffuso scandalo nella Chiesa dei nostri giorni in cui molti dei nostri battezzati fratelli e sorelle si assentano dalla Sacra Liturgia. Molti cristiani cattolici non vanno in chiesa per assistere e partecipare alla santa Messa. Questo è un grave male che mette in pericolo le loro vite spirituali e la loro eterna salvezza. Lo scandalo dell’assenza dei nostri fratelli o sorelle battezzati dall’assemblea della Chiesa spinge ognuno di noi ad esercitare la correzione fraterna con carità. Già verso l’anno 67 della nostra era, l’autore della Lettera agli Ebrei aveva scosso il piccolo numero dei cristiani che erano diventati tiepidi, e li invitava a non abbandonare la pratica della religione: «Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza», egli scriveva, «perché è fedele colui che ha promesso. Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone, senza disertare le nostre assemblee, come alcuni hanno l'abitudine di fare, ma invece esortandoci a vicenda; tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore» (Eb 10, 23-25). Questa esortazione è valida anche per la nostra epoca. Quando i fratelli che sono assenti dalla Sacra Liturgia sono tanti – infatti, in alcuni paesi molti dei battezzati sono in questa situazione – dovremo ripetere ancora una volta il paternale grido che si levò dal cuore di Papa San Giovanni Paolo II: «Tornate a casa!». Questo appello, fato più di trenta anni fa, è ancora più urgente oggi:
 «A tutti coloro che si sono allontanati dalla loro casa spirituale, desidero dire: Ritorna! La Chiesa ti apre le braccia, la Chiesa ti ama! Nella mia enciclica Dives in Misericordia ho scritto come “occorre che la Chiesa del nostro tempo prenda più profonda e particolare coscienza della necessità di render testimonianza alla misericordia di Dio sulle orme della tradizione dell'antica e della nuova Alleanza e, soprattutto, dello stesso Gesù Cristo e dei suoi apostoli”. Nel sacramento di Penitenza o di Riconciliazione vi sarà possibile sperimentare in modo meraviglioso l’incondizionata misericordia di Dio in Cristo (Dives in Misericordia, 7). Per questo dico: Non abbiate paura! Tornate a casa! La comunità di fede in cui siete rinati, e fino ad un certo punto cresciuti, vi chiede insistentemente di accogliere la misericordia di Dio. Vi prega di riprendere il vostro posto tra il popolo di Dio, il posto che voi soli potete occupare. Questo invito viene da Cristo. Dire sì significa aprire i vostri cuori al suo amore». 

Naturalmente, se stiamo invitando la gente a tornare a casa, dobbiamo essere sicuri che la casa alla quale essi ritornano sia come deve essere, che la Sacra Liturgia sia ciò che la Chiesa intende che sia. L’anno scorso ho parlato su come dovremmo applicare più fedelmente la Costituzione Sacrosanctum Concilium sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II. Non è necessario ripetere qui quello che già è stato detto, però penso che abbiamo parecchia strada da percorrere per raggiungere questo obiettivo mentre restiamo superficiali e molto orizzontali nei nostri rapporti con Dio. 

Mi preme tuttavia sottolineare come quella Costituzione, cosi come tutta la riforma conciliare, non si ponga in opposizione a quanto la Chiesa ha celebrato prima del Concilio. Per tale ragione ho affermato in alcune occasioni in che senso intendiamo la “riforma della riforma”. Questa espressione significa che la forma ordinaria e quella straordinaria dello stesso Rito romano possono arricchirsi reciprocamente. Sono certo che uno studio serio dell’arricchimento di queste due forme attuali ha bisogno di una urgente considerazione. Purtroppo, in alcuni ambienti è diventato popolare parlare della “liturgia del Vaticano II” come se si trattasse di qualcosa costruita secondo una nuova ecclesiologia separata e intenzionalmente diversa della “vecchia” ecclesiologia e della vita liturgica della Chiesa prima del Concilio Vaticano II. Non dobbiamo permettere che questa opposizione tra “vecchio” e “nuovo” vada avanti! La liturgia della Chiesa, come ha detto Papa Benedetto, «non può essere ideata o modificata dalla singola comunità o dagli esperti, ma deve essere fedele alle forme della Chiesa universale». La liturgia non si disegna completamente a nuovo ogniqualvolta c’è uno sviluppo nell’ecclesiologia. La Chiesa prima del Concilio e la Chiesa dopo di esso non sono due entità separate e differenti. Il Concilio non auspicava una rottura, ma uno sviluppo e un arricchimento, cosi come risulta evidente quando leggiamo con serenità la storia della Chiesa, dove nella fede enunciata e nella fede celebrata c’è sempre continuità, e mai rottura con il passato. Ogni rottura ci porta agli antipodi e in totale contradizione con il pensiero dei Padri del Concilio e soprattutto del Papa san Giovanni XXIII, che ha affermato con chiarezza nel suo discorso in occasione dell’apertura del Concilio Vaticano II: «Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace […] Il ventunesimo Concilio Ecumenico […] vuole trasmettere integra, non sminuita, non distorta, la dottrina cattolica, che, seppure tra difficoltà e controversie, è divenuta patrimonio comune degli uomini. Questo non è gradito a tutti, ma viene proposto come offerta di un fecondissimo tesoro a tutti quelli che sono dotati di buona volontà […] Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa DOTTRINA CERTA ED IMMUTABILE, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro è infatti il deposito della Fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione». Pensare diversamente e modificare la dottrina oppure inventare una liturgia diversa, significa tradire il Concilio Vaticano II e allontanare i fedeli dal Cristo, la Roccia stabile e la Fonte d’acqua viva.

Cari amici, il fatto che tanti discepoli di Gesù, uomini e donne in tutte le parti del mondo hanno smesso di prendere il loro posto nell’assemblea ecclesiale, che è il cuore della celebrazione della Sacra Liturgia, fa nascere un imperativo critico e missionario per la Chiesa del ventunesimo secolo! Dobbiamo fare tutto ciò che sia necessario, ad extra e ad intra per correggere questo scandalo. Se i cristiani non partecipano alla liturgia eucaristica domenicale, perché essa è banalizzata, secolarizzata, trasformata in uno spettacolo e in una celebrazione puramente umana dove Dio è assente, come potranno incontrare il Risorto? Se i discepoli di Cristo non vengono più alla Messa domenicale, come potranno nutrirsi della sua Parola e del Pane del Cielo e incontrare Gesù vivente nella sua Chiesa? Se numerosi cristiani mancano all’incontro dominicale con il Risorto per celebrare con i fratelli e sorelle nella fede il suo mistero di morte e risurrezione in memoria di Lui, per contemplare e adorare il suo santo Volto, come Gesù risorto potrà manifestarsi e far risplendere la sua presenza nella sua Chiesa e nel mondo? Se disertiamo le nostre assemblee per indifferenza religiosa o ateismo pratico, come il Risorto potrà darci il suo corpo e il suo sangue per rinnovare e rigenerare profondamente il nostro essere cristiano? Il Giorno del Risorto è la “Pasqua settimanale” della Chiesa, tempo nel quale la comunità cristiana incontra e riconosce il Signore presente nella Parola e nell’Eucaristia, rafforza la speranza nella risurrezione e fa risuonare nel mondo la stessa acclamazione di gioia della comunità apostolica: «Il Signore è veramente risorto» (Lc 24, 34). Vorrei far notare un fatto molto importante a mio avviso: la prima apparizione di Gesù a Maria Maddalena stava prima di tutto a confermare quello che Gesù aveva predetto e quello che i «due uomini […] in vesti sfolgoranti» hanno voluto ricordare alle donne la mattina di Pasqua: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell'uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno". Ed esse si ricordarono delle sue parole» (Lc 24, 1-8) .

Invece, le apparizioni di Gesù ai suoi discepoli hanno luogo spesso in un contesto che evoca la liturgia eucaristica, come a dire che d’ora in poi Gesù appare e si manifesta allorché la Chiesa celebra la liturgia eucaristica. Osservate il capitolo 24 di San Luca: l’episodio di Emmaus. Incominciando dai profeti, Gesù risorto spiega loro il Messia. È la più bella lectio divina di tutti i tempi!  Il Cristo commentato dal Cristo; il Cristo spiegato dal Cristo. Il Cristo spiega se stesso attraverso la Bibbia! Si arriva a destinazione. E lì, Egli deve separarsi da loro. Eppure, qualcosa nel cuore di quegli uomini si rifiuta alla separazione: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc, 24,29), dicono loro a Lui. Lo Sconosciuto viandante obbedisce. Rientrano tutti e tre nella locanda, dove ha luogo il pasto. Succede allora qualcosa di completamente strano, e San Luca adopera lì il vocabolario eucaristico: Gesù «prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 24,30). È, infatti, l’Eucaristia, sacramento della Pasqua del Cristo. Tutto ciò accade la sera di Pasqua. E proprio in quel momento essi lo riconoscono: è Gesù, colui a causa del quale essi sono in lutto, Egli stesso è lì, ben vivo. Ma, notate bene – ed è molto istruttivo per noi – nello stesso momento in cui lo riconoscono, essi non lo vedono più. Detto in un altro modo, non si può d’ora in poi raggiungere il Cristo, non lo si può vedere risorto e vivo davanti ai nostri occhi, e non lo si può riconoscere che per la fede nell’Eucaristia celebrata ecclesialmente. Ecco un altro episodio: il Cristo risorto apparso ai suoi apostoli per la terza volta, sulla riva del lago (cf. Gv 21, 1-14). Anche qui, Gesù dice: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Poi Egli aggiunge: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». I discepoli obbediscono e l’obbedienza alla Parola di Gesù si rivela feconda. Gesù dice loro di nuovo: «Venite a mangiare». Un denso ascolto della Parola. In seguito, san Giovanni adopera il vocabolario dell’Eucaristia: «Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, non senza aver pronunciato la benedizione. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti» (Gv 21, 13-14). Analogamente, le apparizioni ai discepoli, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, in assenza di Tommaso, e la domenica successiva, in presenza di Tommaso, hanno avuto luogo nel contesto di una liturgia eucaristica. Infatti, nei primi secoli della Chiesa, la domenica era sinonimo di Eucaristia. La domenica era il giorno dell’assemblea, il giorno della Chiesa, il giorno dell’Eucaristia, Dies Domini. La celebrazione eucaristica dominicale è, così, il cuore della domenica. «Tra le numerose attività che una parrocchia svolge, “nessuna è tanto vitale o formativa della comunità quanto la celebrazione dominicale del Giorno del Signore e della sua Eucaristia”». «La celebrazione eucaristica è al centro del processo di crescita della Chiesa. […] C’è un influsso causale dell’Eucaristia, alle origini stesse della Chiesa. Gli evangelisti precisano che sono stati i dodici Apostoli a riunirsi con Gesù nell’ultima Cena (cf. Mt 26, 20; Mc 14, 17; Lc 22, 16)». Un cristiano non può vivere senza la domenica: cosi testimoniano i 49 cristiani martiri di Abitene, località della provincia romana detta Africa proconsularis (odierna Tunisia, a sud-ovest dell’antica Mambressa [oggi Medjez el-Baba]), i quali disobbedendo gli ordini dell’imperatore Diocleziano, si riuniscono nel Giorno del Signore per celebrare l’Eucaristia domenicale. Scoperti, vengono imprigionati e condotti in tribunale per essere sottoposti a giudizio. Alla domanda del proconsole che chiede a Emerito se, contro l’editto dell’imperatore, si erano tenute nella sua casa le assemblee, il martire risponde affermativamente, e aggiunge che non l’aveva impedito perché «noi, cristiani, senza la domenica, non possiamo vivere». In latino, la frase ha una forte carica espressiva: «Sine dominico non possumus». Che cosa significa “dominicum” ? Il termine allude al Dominus, a Gesù Cristo, il Kyrios risorto. È lui il Signore della vita e della storia, «il Primo e l’Ultimo, il Vivente» (Ap 1, 17-18). La risposta di Emerito mette in evidenza il legame strettissimo che intercorre tra Cristo Signore, la sua morte e risurrezione, la comunità cristiana e l’Eucaristia celebrata nel suo Giorno. Questa ricchezza di significato fa comprendere che la domenica “sacramento della Pasqua”, è il Giorno in cui il Risorto rivela il suo splendore e la sua gloria, riunisce i suoi discepoli intorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, li costituisce comunità eucaristica e missionaria, fa pregustare la gioia della gloria futura. Anche la risposta che Saturnino, il presbitero della comunità, dà al giudice è di una profondità spirituale eccezionale. Egli conosce il divieto dell’imperatore, ma è anche convinto che non è possibile «smettere di celebrare la Pasqua dominicale, così ordina la nostra legge!». In altri termini, per Saturnino, il mistero della morte e della risurrezione di Gesù deve essere celebrato tutte le domeniche, in ossequio al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me» (1 Co 11, 25) e alla sua promessa di essere con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (cf Mt 28, 20). Però, celebrare il “Dominicum” significa disporsi al martirio, al dono di se stesso fino all’effusione del sangue. Il martirio di Saturnino è raccontato come se fosse una azione liturgica. Infatti, nell’imminenza del supplizio, il presbitero Saturnino supplicava il Signore con queste parole: «Ti prego, Cristo, esaudiscimi. Ti rendo grazie, O Dio. Fà che io sia decapitato! Ti prego, Cristo, abbi misericordia. Figlio di Dio, soccorrimi!». Commentando la preghiera del martire, l’anonimo autore degli Atti scrive che «Saturnino da presbitero predica anche in mezzo ai tormenti la santità di quella legge per la quale con gioia sostiene i supplizi». I martiri di ieri e di oggi ci esortano dunque a riscoprire l’inscindibile rapporto che esiste tra Eucaristia e martirio, tra liturgia vissuta nel tempo presente e quella che si celebra in Cielo. L’Eucaristia, presenza del Risorto, è ri-presentazione sacramentale della Passione e della morte del Signore alla quale il cristiano è invitato a prendere parte, per immedesimarsi totalmente con Cristo, facendo un solo corpo con lui, già nel tempo presente, per esserlo pienamente nella gloria. San Paolo dice che ognuno di noi dovrebbe sforzarsi «perché io possa conoscere Lui, Gesù Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 10-11). Le reliquie dei martiri vengono collocate sotto l’altare per significare che l’altare di Cristo è l’altare del cristiano, e che vi è una stretta unità tra il sacrificio della croce e quello eucaristico, tra l’immolazione di Cristo e quella del cristiano. Anche la nostra vita cristiana di oggi è una azione liturgica e un offrirsi liturgico. Diventiamo pienamente cristiani e figli di Dio nell’Eucaristia. Lì sta la nostra vita. Lì si manifesta Gesù Cristo, che noi riconosciamo e che si offre a noi come cibo, perché senza di Lui, noi, non possiamo vivere.

La seconda proposta che vorrei fare consiste nel riflettere più profondamente sul fatto che è proprio il Cristo totale che agisce nella Sacra Liturgia, cioè che prima e soprattutto è a Lui che noi rendiamo culto. Sono convinto che questa riflessione potrà rivelare come un atteggiamento di rispetto e di timore reverenziale sia assolutamente necessario nei confronti di tutte le cose liturgiche, davanti al privilegiato e divino incontro che i riti liturgici favoriscono. Ciò ci ricorderà che dobbiamo prepararci, nel silenzio, la contemplazione e l’adorazione, per questo incontro, in modo tale che esso possa diventare sempre più profondo e ci permetta di attingere sempre più profondamente dalle sue ricchezze per ottenere ancora frutti più abbondante per la nostra vita cristiana. In presenza di questi grandi misteri, attualizzati e celebrati nella Sacra Liturgia, la preghiera silenziosa e contemplativa, la lettura meditata e pregata della Parola di Dio, sono necessarie, così come il digiuno, la confessione e soprattutto una disposizione di profonda umiltà.

Se noi riflettiamo ancora più profondamente sul fatto che è tutto il Cristo stesso che agisce nella Sacra Liturgia, vedremo chiaramente che, in questo contesto, non possiamo separare Gesù, nostro fratello, dal Cristo, nostro Signore e nostro Dio. Il nostro culto liturgico non deve fare questa separazione. Dobbiamo stare in piedi per acclamare con gioia gli insegnamenti di Gesù nel Vangelo e inginocchiarci per adorare la Presenza Eucaristica del Signore. La nostra arte liturgica e la nostra architettura, la nostra musica liturgica, le preghiere liturgiche e le altre forme di espressione liturgica non devono adottare forme di espressione concentrate esclusivamente sulla nostra fratellanza umana con Gesù, con esclusione della natura divina. L’unico Gesù Cristo, pienamente umano e pienamente divino, è presente realmente e in modo totale nella Sacra Liturgia, non semplicemente questo o quell’aspetto di Lui; e tutti gli elementi della Sacra Liturgia dovrebbero rispecchiare questa verità.

La mia terza proposta prende spunto dalla questione con la quale ho iniziato questo intervento: “Chi è Gesù Cristo”? Se io lascio che questa domanda penetri nel mio essere, se nel silenzio del mio cuore e della mia anima contemplo la realtà che tale domanda indica, non posso smettere di crescere in quell’amore, timore reverenziale e adorazione verso Colui al quale San Tommaso ha confessato e adorato come «mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). E se mi rendo conto che oggi, nella Sacra Liturgia noi abbiamo il privilegio ineguagliabile di incontrare il Cristo risorto come lo ha avuto San Tommaso otto giorni dopo la risurrezione, come possono le nostre celebrazioni liturgiche non essere piene di riti e gesti che siano segni di amore, timore reverenziale e adorazione verso Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio?

La liturgia è fatta da molti piccoli riti e gesti – ognuno di essi è capace di esprimere questi atteggiamenti carichi di amore, di rispetto filiale e di adorazione verso Dio. Oggi vorrei espressamente proporre di riflettere e promuovere la bellezza, l’appropriatezza e il valore pastorale di una pratica sviluppata durante la lunga vita e tradizione della Chiesa, cioè l’atto di ricevere la Santa Comunione sulla lingua e in ginocchio. La grandezza e la nobiltà dell’uomo, così come la più alta espressione del suo amore verso il suo Creatore, consiste nel mettersi in ginocchio davanti a Dio. Gesù stesso ha pregato in ginocchio alla presenza del Padre: «Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: Pater, si vis, transfer calicem istum a me; verumtamen non mea voluntas sed tua fiat: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”» (Lc 22,42; Mc 14,35-36; Mt 26, 38-39). La liturgia del Cielo insiste e raccomanda che, davanti all’Agnello immolato, ci si prostri: «Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l'Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno un'arpa e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi» (Ap 5,6-8). 

Per la nostra riflessione voglio proporre l’esempio di due grandi santi dei nostri tempi: san Giovanni Paolo II e santa Teresa di Calcutta.

    -  L’intera vita di Karol Wojtyla è stata segnata da un profondo rispetto per la Santa Eucaristia. Ci sarebbe da dire molto e molto è stato scritto su questo. Oggi vi chiedo semplicemente di ripensare agli ultimi anni del suo ministero petrino: un uomo segnato nel corpo dalla malattia, che lo condusse progressivamente ed irreversibilmente verso un deterioro fisico quasi totale. Ma, malgrado che egli era estenuato e senza forze, letteralmente distrutto dalla malattia, quasi inchiodato con Cristo, Giovanni Paolo II non si permetteva mai di sedersi al cospetto del Santissimo Sacramento esposto. Chi non si ricorda con emozione ed affetto quelle immagini di Papa Giovanni Paolo II, schiacciato dalla malattia, stremato, ma sempre in ginocchio davanti al Santissimo durante il percorso della processione del Corpus Domini da San Giovanni Lateranense alla Basilica di Santa Maria Maggiore? Il Papa ammalatissimo si è sempre imposto di inginocchiarsi davanti al Santissimo. Era incapace di inginocchiarsi e alzarsi da solo. Aveva bisogno di altri per piegare le ginocchia e poi alzarsi. Fino ai suoi ultimi giorni, ha voluto darci una grande testimonianza di riverenza al Santissimo Sacramento. Perché siamo così orgogliosi ed insensibili ai segni che Dio stesso ci offre per la nostra crescita spirituale e la nostra intima relazione con Lui? Perché non ci inginocchiamo per ricevere la santa Comunione sull’esempio dei santi? È veramente troppo umiliante prostrarsi e stare in ginocchio davanti al Signore Gesù Cristo? Eppure, «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, […] umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e ad una morte di Croce» (Fil 2, 6-8).

     - Santa Madre Teresa di Calcutta: questa religiosa eccezionale che nessuno oserebbe trattare da tradizionalista, fondamentalista o estremista, la cui fede, santità e dono totale di sé a Dio e ai poveri sono da tutti noti, aveva un rispetto ed un culto assoluto verso il Corpo divino di Gesù Cristo. Certamente, ella toccava quotidianamente la “carne” di Cristo nei corpi deteriorati e sofferenti dei più poveri dei poveri, come dice Papa Francesco. Eppure, riempita di stupore e di rispettosa venerazione, Madre Teresa si asteneva di toccare il Corpo transustanziato del Cristo; piuttosto ella lo adorava e lo contemplava silenziosamente, rimaneva per lungo tempo in ginocchio e prostrata davanti a Gesù-Eucaristia. Inoltre, ella riceveva la Santa Comunione nella sua bocca, come un piccolo bambino che si lasciava umilmente nutrire dal suo Dio. La Santa si rattristava ed era in pena allorché vedeva i cristiani ricevere la Santa Comunione nelle loro mani. Ecco le sue proprie parole: «Ovunque io vado in tutto il mondo, ciò che mi rende più triste è vedere la gente che riceve la Comunione nella mano», come riporta Padre George Rutler nella sua omelia del Venerdì Santo del 1989 nella chiesa di Sant’Agnese a New York. Il giorno in cui il Padre Rutler domandò a Madre Teresa di Calcutta: «Quale è, secondo lei, il più grande problema nel mondo di oggi?». Senza indugio, ella diede la citata risposta. In più ella affermò che, secondo quanto era di sua conoscenza, tutte le sue sorelle ricevevano la Comunione soltanto sulla lingua. Non è questa l’esortazione che Dio stesso rivolge a noi: «Sono io il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto; apri la tua bocca, la voglio riempire»? (Ps 81,11). 

     -   Fatima è per noi anche un appello dal Cielo e un’esortazione esplicita di Dio a ricevere la Santa Comunione in ginocchio e sulla lingua. Noi celebriamo quest’anno il centenario delle apparizioni di Nostra Signora di Fatima. Prima dell’apparizione della Vergine Maria, nella primavera del 1916, l’Angelo della Pace apparve a Lucia, Giacinto e Francesco, e disse loro: «Non abbiate paura, io sono l’Angelo della Pace. Pregate con me». L’Angelo s’inginocchiò a terra e toccò con la fronte il suolo. Allora, posseduti da una forza soprannaturale, i bambini lo imitarono e ripeterono dopo l’Angelo questa preghiera: «Mio Dio io credo, adoro, spero e Ti amo, ti chiedo perdono per tutti quelli che non credono, non adorano, non sperano e non Ti amano». Poi l’Angelo sparì. Nella primavera del 1916, alla terza apparizione dell’Angelo, i bambini si resero conto che l’Angelo, sempre lo stesso, teneva nella sua mano sinistra un calice, sul quale era sospesa un ostia. Qualche goccia di sangue cadeva da quell’ostia nel calice. Lasciando il calice e l’ostia sospesi per aria, l’Angelo venne presso i bambini, si prostrò a terra, ripetendo tre volte questa preghiera: «Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo: io Ti adoro profondamente e Ti offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione degli oltraggi, dei sacrilegi e delle indifferenze con cui Egli stesso viene offeso. E per i meriti infiniti del suo Sacratissimo Cuore e per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, io Ti chiedo la conversione dei poveri peccatori». Poi, levantosi, l’Angelo prese di nuovo nelle sue mani il calice e l’ostia, diede la santa Ostia a Lucia, e il Sangue del calice a Giacinto e Francesco, che rimasero in ginocchio, mentre diceva: «Prendete e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio». L’Angelo si prostrò nuovamente a terra ripetendo con Lucia, Giacinto e Francesco ancora tre volte la stessa preghiera. L’Angelo della Pace ci indica come noi dobbiamo comunicare al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo. Perché ci ostiniamo a comunicare in piedi e sulla mano? Perché questo atteggiamento di mancanza di sottomissione ai segni di Dio? Che nessun sacerdote osi pretendere di imporre la propria autorità su questa questione rifiutando o maltrattando coloro che desiderano ricevere la Comunione in ginocchio e sulla lingua: veniamo come i bambini e riceviamo umilmente in ginocchio e sulla lingua il Corpo di Cristo. I santi ci danno l’esempio. Loro sono i modelli da imitare che Dio ci offre!   

Sono ben consapevole che l’attuale legislazione della Chiesa che risale al 1969 contiene anche l’indulto che prevede la possibilità di ricevere la Santa Comunione in piedi e sulla mano. Come sappiamo Papa Benedetto ci ha ricordato, con il suo esempio, che la pratica di ricevere la Santa Comunione in ginocchio e sulla lingua è la norma per i cattolici di rito latino. L’Angelo della Pace inviato da Dio a Fatima ce lo chiede. Ogni cattolico infatti ha il diritto di ricevere la Santa Comunione in questo modo. Papa Benedetto XVI non ha scelto di imporre questa pratica. Il Santo Padre Francesco non intende imporla e nemmeno io.

In questo caso, quello che desidero fare – come vostro fratello nella fede, come prete e vescovo, e anche come Cardinale Prefetto che riceve parecchi reclami riguardo la grave mancanza di rispetto per la Santa Eucaristia in tutto il mondo – è lanciare un appello in favore di una riscoperta e una promozione della bellezza e del valore pastorale di ricevere la Santa Comunione sulla lingua e in ginocchio. Secondo la mia opinione e il mio giudizio, questa è una questione importante su cui la Chiesa di oggi deve riflettere. Questo è un ulteriore atto di adorazione e d’amore che ognuno di noi può offrire a Gesù Cristo. Mi fa molto piacere vedere tanti giovani che scelgono di ricevere nostro Signore così riverentemente in ginocchio e sulla lingua. Mi ha molto colpito questa mattina a Messa la riverenza con cui i fedeli si sono avvicinati a ricevere il Santissimo durante la santa Messa in rito ambrosiano. Infine, una formazione appropriata dei bambini che si preparano a ricevere la Prima Comunione deve essere una priorità pastorale per la Chiesa.


Conclusione

Nell’Udienza Generale del Papa Benedetto XVI che ho precedentemente ricordato (3 ottobre 2012), egli ha citato la sua Lettera Enciclica Deus Caritas Est, richiamando la “storia di amore tra Dio e l’uomo”, nella quale entriamo come in nessun altro modo nella Sacra Liturgia, in questi termini:

«Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l'amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo in questo modo anche a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere con l'amore. Dio non ci ordina un sentimento che non possiamo suscitare in noi stessi. Egli ci ama, ci fa vedere e sperimentare il suo amore e, da questo «prima» di Dio, può come risposta spuntare l'amore anche in noi» (n. 17).

Cari fratelli e sorelle, cosa è la Sacra Liturgia se non la realizzazione in mezzo a noi dell’amore del Dio Onnipotente per ciascuno di noi? Se comprendiamo questa realtà, se la sua verità penetra nei nostri cuori e nelle nostre anime, noi non avremo nessun dubbio sul fatto che «la Chiesa si regge e cade con la Liturgia», e che  «in ogni caso, la vera celebrazione della Sacra Liturgia è il centro di ogni rinnovamento della Chiesa». Pieni di profondo amore per Dio e per i nostri fratelli e sorelle nella fede, non smettiamo di lavorare per la corretta e autentica celebrazione di questa realizzazione dell’amore di Dio in mezzo a noi. 

Vi ringrazio per la vostra attenzione. Possa il Signore benedire ognuno di voi, principalmente nel vostro apostolato liturgico. Per favore, vi chiedo umilmente di pregate per me.

© Robert Cardinal Sarah
Prefetto, Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

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