venerdì 19 maggio 2017

VI Domenica di Pasqua

L’evento dello Spirito Santo nella prima Pentecoste è lo scopo di tutta l’Incarnazione e redenzione perché corrisponde alla promessa, fatta da Dio tramite Geremia ed Ezechiele, di Nuova Alleanza cioè Nuova Storia di Amore 

In questa domenica la liturgia ci prepara già alla festa della Pentecoste domenica 4 giugno. Tutti i testi, infatti, fanno accenno allo Spirito Santo. Nel Vangelo abbiamo il primo annuncio della venuta del Consolatore, che è lo Spirito della
verità, lo Spirito Santo. Nella prima lettura gli apostoli Pietro e Giovanni vanno in Samaria per imporre le mani ai battezzati, i quali ricevono lo Spirito Santo. Nella seconda lettura Pietro ci parla del mistero pasquale di Gesù: “Cristo messo a morte nella carne, reso vivo nello spirito” per farsi continuamente presente in modo sacramentale e donarci ciò che di più intimo, di più proprio c’è in Lui dal Padre, il suo stesso Spirito, il suo Amore che ci fa figli nel Figlio.
La venuta dello Spirito Santo nella prima Pentecoste è un evento d’importanza capitale dopo l’Ascensione; si può dire che è lo scopo di tutta l’Incarnazione e redenzione, perché corrisponde alla promessa fatta da Dio tramite Geremia ed Ezechiele, della nuova alleanza, della nuova storia d’amore che libera, dalla solitudine, dal peccato e dalla morte. Specialmente per mezzo di Ezechiele Dio aveva profetato: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito (cioè il mio amore) dentro di voi” (Ez 36,26-27). Questa trasformazione operata da Dio rende possibile la nuova alleanza, una nuova storia di amore con la capacità di non soccombere nella tentazione del Maligno realizzando l’incontro di Cristo in noi, tale per cui siamo trasformati in Lui, viviamo in Lui e di Lui un’unione fraterna intima e forte come la vite e i tralci.  Tutto ciò avviene concretamente attraverso la vita e la testimonianza della Chiesa in quella comunità fraterna in cui viviamo da amici. Oh la Chiesa sposa di Cristo costituisce la primizia di questa trasformazione, di questa continua Pentecoste ed è opera di Dio e non nostra. Essa giunge a noi mediante la fede e il sacramento del Battesimo, che è realmente un morire e  risorgere con Cristo, rinascita, trasformazione in una vita nuova. E’ ciò che rileva San Paolo nella Lettera ai Galati” per rapporti esistenziali di amicizia avvenuti, dopo il Battesimo, in quella comunità: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (2,20). E’ stata cambiata così la mia identità essenziale e io nei miei rapporti continuo ad esistere soltanto in questo cambiamento esistenziale. Il mio proprio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo tu, in un nuovo soggetto più grande, nel quale il mio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto” mediante l’inserimento nell’altro, nel quale acquista il suo nuovo spazio di esistenza. Diventiamo così “uno in Cristo” (Gal 3,28), un unico soggetto nuovo, e il nostri io viene liberato dall’erigere la libertà individuale a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare e quindi liberati dal suo isolamento. “Io, ma non più io”: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata sul Battesimo, la Cresima con il dono dello Spirito, la formula della risurrezione dentro il tempo, la formula della “novità” cristiana chiamata a esperimentare amicizie profonde e a trasformare il mondo. E qui sta la nostra gioia pasquale. La nostra vocazione e il nostro compito di cristiani consistono nel cooperare perché giunga a compimento effettivo, nella realtà quotidiana e nei rapporti della nostra vita, ciò che lo Spirito Santo ha intrapreso in noi con il Battesimo e in pienezza con la Cresima: siamo spinti a divenire donne e uomini nuovi, veri testimoni del Risorto e in tal modo portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini, in quella Chiesa entro la quale viviamo.  

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