lunedì 1 maggio 2017

Nessuna violenza in nome di Dio

“Nessuna violenza in nome di Dio”    Ratisbona di Ratzinger – Benedetto XVI in Papa Francesco in Egitto
La giornata di venerdì 28 aprile ha visto il Papa partecipare alla conferenza organizzata dall’università di Al Azhar, il più prestigioso centro studi dell’islam sunnita. Durante questo intervento Papa Francesco aveva lanciato l’elemento portante del viaggio, “un no forte e chiaro a ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio”. Pur con modalità diverse è la continuazione
con quanto aveva detto Ratzinger- Benedetto XVI a Ratisbona.
Davanti al grande Iman Ahmad Al Tayyib il Papa ha sottolineato l’incompatibilità tra religione e terrore, tra credere e odiare. Certo il tema della violenza nell’islam, in riferimento a Medina e la Mecca, non di facile soluzione, se non si affronta con vigore il tema di un “rinnovamento” interno all’islam stesso, al superamento dellaguerra di religione tra sunniti e sciiti. Ne è portavoce lo stesso presidente egiziano Al Sisi che proprio ad Al Azhar ha chiesto in più occasioni di procedere a una “rivoluzione religiosa” per sradicare gli estremismi e giungere così a una “visione più illuminata del mondo”.  I contenuti del discorso tenuto dal Papa all’Università di Al Azhar non sono solo per la denuncia del radicalismo fondamentalista, ma anche per il richiamo alal necessità di uno sguardo verso l’Alto nella costruzione della pace e di una società più umana. Importante aver indicato “ il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni come tre criteri indivisibili di un dialogo autentico.
Il Papa sabato si era rivolto proprio al presidente Al Sisi presso l’hotel Al Màsah del Cairo dove è avvenuto l’incontro con le autorità civili. Papa Francesco ha richiamato il potere politico a svolgere il proprio compito. “Abbiamo il dovere”, ha detto, “di smascherare i venditori di illusioni circa l’al di là, che predicano l’odio per rubare ai semplici la loro vita presente e il loro diritto di vivere con dignità, trasformandoli inlegna da ardere e privandoli della capacità di scegliere con libertà e di credere con responsabilità. (…)Abbiamo il dovere di smontare le idee omicide e le ideologie estremiste, affermando l’incompatibilità tra la vera fede e la violenza, tra Dio e gli atti di morte”.
Il Papa non ha mancato di ricordare quello che spesso viene imputato al presidente Al Sisi, cioè la necessità del “rispetto in condizionato dei diritti inalienabili di ogni uomo, quali l’uguaglianza tra tutti i cittadini, la libertà
religiosa e di espressione, senza distinzione alcuna”. Se sulla libertà religiosa Al Sisi è particolarmente attivo (è il primo presidente egiziano ad aver preso parte alle celebrazioni copte), per contro il suo governo viene spesso accusato di non rispettare le minoranze riconoscendo a tutti il diritto di cittadinanza e gli oppositori politici.
Nell’Omelia davanti a 30 mila fedeli, cristiani copti (dieci milioni di ortodossi, 300 mila cattolici) ha affermato che nessuno potrà mettere in discussione il diritto alla libertà religiosa cioè ad essere cittadini o assecondi violenze in nome di un libro sacro. In modo persino ironico ha espresso la sua condanna all’estremismo: “L’unico estremismo ammesso è quello della carità. Qualsiasi altro estremismo non viene da Dio e non piace a lui”. Il radicalismo religioso di uno Stato è in realtà adesione a una ideologia, non una religione, una fede viva, capace di carità-amore, misericordia-pace. Ha detto il Papa nell’Omelia, tradotto frase per frase in arabo: “Chi non passa attraverso l’esperienza della Croce fino alla Verità della Risurrezione si autocondanna alla disperazione. Infatti, noi non possiamo incontrare Dio senza crocifiggere prima le nostre idee limitate di un dio che rispecchia la nostra comprensione dell’onnipotenza e del potere”.
Commentando il Vangelo: “L’esperienza dei discepoli di Emmaus ci insegna che non serve riempire i luoghi di culto se i nostri cuori sono svuotati del timore di Dio e della Sua presenza; non serve pregare se  la nostra preghiera rivolta a Dio non si trasforma in amore rivolto al fratello; non serve tanta religiosità se non è animata da tanta fede e carità; non serve curare l’apparenza, perché Dio guarda l’anima e il cuore e detesta l’ipocrisia. Per Dio, è meglio non credere che esser un falso credente, un ipocrita!”.
In poche ore sono cinque discorsi di una grande immediatezza con la parola “fratello” ripetuta davanti ad ogni interlocutore e l’invito bellissimo ai giovani egiziani a essere: “alberi ben piantati che, crescendo verso l’Alto e accanto agli altri, trasformino ogni giorno l’aria inquinata dell’odio nell’ossigeno della fraternità”.
Abbiamo riportato solo alcune istantanee delle due attesissime giornate di Papa Francesco al Cairo, terminate con la Messa allo stadio dell’aereonautica e l’incontro con i religiosi al seminari di Maadi, i due momenti vissuti insieme con la piccola comunità cattolica, minoranza nella minoranza cristiana in Egitto.

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