venerdì 5 maggio 2017

Il silenzio di Dio

La forza del silenzio contro la dittatura del rumore
Del Cardinale Robert Sarah abbiamo pubblicato anche due scritti sul 'silenzio nella Liturgia'. Richiamiamo inoltre una sua importante intervista sul suo libro Dio o nulla. Viene in mente 1 Re 19,12-13: « Dopo il terremoto ci fu una folgore. Ma il
Signore non era nella folgore. Dopo la folgore, ci fu una voce di silenzio sottile. Ed Elia si coprì il volto col mantello » in Chiesa e post concilio, 01 Maggio 2017. 
Il silenzio di Dio
L’uomo postmoderno non comprende più la misteriosa eternità divina. Senza rumore cade in un’inquietudine sorda e lancinante. Il nuovo libro del cardinale Robert Sarah

“Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, guerriero implacabile, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio, portando, come spada affilata, il tuo ordine inesorabile” (Sapienza 18,14)

"Io grido a te ma tu non mi rispondi, insisto ma tu non mi dai retta”, urla Giobbe contro quel Dio che aveva servito e riverito e dal quale era stato messo alla prova, piagato nel corpo, lasciato quasi solo al mondo. Ѐ l’imprecazione dell’uomo, umanissima, naturale. Disperata e disarmata dinanzi a quel silenzio incomprensibile. Gustave Flaubert ha elevato quelle pagine alla cosa più bella mai letta nella vita; Benedetto XVI, varcando i confini di Auschwitz, dieci anni fa, chiedeva conto a Dio del perché avesse taciuto davanti al lungo camino che lavorava indefesso nel compiere lo sterminio voluto da mano umana. Al silenzio (dell’uomo, di Dio, dell’uomo davanti a Dio e di Dio davanti all’uomo) il cardinale Robert Sarah ha dedicato il suo ultimo libro, pubblicato qualche giorno fa in Francia [ottobre 2016] ed edito da Fayard, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, una conversazione con Nicolas Diat, con il quale aveva già firmato Dio o niente (2015). Il Dio silenzioso, che non parla né interviene nelle cose di questo mondo in modo palese è anche la più ovvia delle giustificazioni per quanti ne negano l’esistenza, professandosi banalmente agnostici o rifacendosi a dotte elucubrazioni kantiane.

Il silenzio è un tema complesso che ha scandagliato l’anima dei padri della chiesa fin dai primi tempi, che ha angustiato filosofi credenti e atei, posto interrogativi e indotto a pensare. Soren Kierkegaard – citato ampiamente nel volume – vi dedicò pagine stupende, basti pensare all’indagine sul silenzio di Abramo, angosciante e sofferente. “Devo umilmente riconoscere che ho balbettato di fronte a un così grande mistero”, scrive Sarah. “Chi potrebbe parlare del silenzio, e soprattutto di Dio, in una forma adeguata? Possiamo tentare di parlare di Dio solo a partire dalla nostra propria esperienza di silenzio. Perché Dio è avvolto nel silenzio e si rivela nel silenzio interiore del nostro cuore”. Nel cuore dell’uomo c’è “un silenzio innato, perché Dio abita nel profondo di ogni persona. Dio è silenzio, e questo silenzio divino abita l’uomo. In Dio, noi siamo inseparabilmente legati al silenzio. La chiesa può affermare che l’umanità è figlia di un Dio silenzioso”. Un silenzio che, scriveva Thomas Merton, può essere insopportabile ed è proprio qui che sta la più grande difficoltà dell’uomo: cercare Dio nel (e con il) silenzio. Ѐ qui che gioca un ruolo determinante la fede, perché “il silenzio divino è una rivelazione misteriosa”. Si torna al punto di partenza, al tentativo di comprendere quel silenzio nel dramma dell’umanità. Elie Wiesel scrisse che per lui Auschwitz non fu solo uno scandalo umano ma anche teologico: come è stato possibile, dov’era Dio mentre i treni piombati entravano nel campo polacco? Il filosofo tedesco di religione ebraica Hans Jonas ha tentato di rispondere con argomentazioni alte e sopraffini, concludendo che Dio non può essere onnipotente, avendo la libertà umana in fondo la possibilità di fermare la mano divina.

“Ma se Dio rinuncia alla potenza, allora non è Dio”, scrive Sarah. “L’infinito di Dio non è un infinito nello spazio, un oceano senza fondo e senza sponde”. Dio – osserva il cardinale – “non è indifferente al male. In primo luogo, possiamo credere che Dio permetta il male per distruggere gli uomini. Ma se Dio tace, soffre con noi per il male che ha lacerato e sfigurato la terra. Se cerchiamo di essere con Dio nel silenzio, si capisce la sua presenza e l’amore”. L’uomo è ansioso di dare una risposta alle difficoltà, alle sofferenze, ai disastri che si abbattono sull’umanità. Da sempre è così, fino dai tempi di Giobbe. “Ma ci dimentichiamo che l’origine dei nostri mali nasce dall’illusione che siamo qualcosa di diverso dalla polvere. L’uomo che si fa divinità non vuole riconoscere che è un mortale”. Giovanni Paolo II disse che “il silenzio divino è spesso motivo di perplessità e persino di scandalo, tuttavia non si tratta di un silenzio che indica un’assenza, quasi che la storia sia lasciata in mano ai perversi e il Signore rimanga indifferente e impassibile”. In realtà, chiosava Karol Wojtyla, “quel tacere sfocia in una reazione simile al travaglio di una partoriente che s’affanna, sbuffa e urla. Ѐ il giudizio divino sul male, raffigurato con immagini di aridità, distruzione, deserto, che ha come meta un risultato vivo e fecondo”.

Il fatto è che “molti dei nostri contemporanei non possono accettare il silenzio di Dio. Non ammettono che sia possibile entrare in comunicazione in modo diverso che non siano le parole, i gesti o le azioni concrete e visibili”. Ma “Dio parla attraverso il silenzio”. Il suo silenzio è una parola. Per comprenderlo, oggi, si deve salire su qualche eremo isolato o calpestare le pietre fredde di vecchi monasteri – sempre più rari – rimasti quasi uguali nei secoli. O ancora, scalare le vette montane, come suggeriva Giovanni Paolo II, per accorgersi che Dio effettivamente esiste, ché quella beltà non può che derivare dal disegno misterioso e affascinante del Creatore.

“Credo che noi siamo le vittime della superficialità, dell’egoismo e dello spirito mondano. Ci perdiamo in lotte per stabilire l’influenza, in conflitti tra persone, in un narcisistico e vano attivismo”, ha detto il cardinale Robert Sarah in una recente intervista concessa alla Nef. “Ci gonfiamo di orgoglio e di pretese, prigionieri di una volontà di potenza. Per cercare titoli, incarichi professionali o ecclesiastici accettiamo compromessi vili. Ma tutto ciò passa, come il fumo. Nel mio libro – aggiunge – ho voluto invitare i cristiani e le persone di buona volontà a entrare nel silenzio. Senza di esso, ci troviamo in un’illusione. L’unica realtà che merita la nostra attenzione è Dio stesso, e Dio tace. Aspetta il nostro silenzio per rivelare se stesso”. Anche per questo, scrive ne La forza del silenzio, “è necessario uscire dal tumulto interiore per trovare Dio. Nonostante i turbamenti, il consumismo, i piaceri facili, Dio resta silenziosamente presente. Ѐ in noi come un pensiero, una parola e una presenza le cui fonti segrete sono nascoste nello stesso Dio, inaccessibili agli occhi umani”.

C’è un paradosso, se si vuole considerarlo tale, nell’invocare la solitudine, l’isolamento da tutto per ritrovare se stessi e gli altri. “La solitudine è lo stato migliore per trovare il silenzio di Dio. Per chi vuole trovare il silenzio, la solitudine è la montagna che deve essere scalata”. Un’impresa, insomma. Perché oggi, e Sarah lo ripete più volte, “i poteri mondani che cercano di plasmare l’uomo moderno scartano metodicamente il silenzio”. In un mondo ipertecnologico come quello contemporaneo, come è possibile trovare questo silenzio? Non è questione di iscriversi a corsi per sconnettersi da internet né di spegnere per qualche ora lo smartphone che spesso fa percepire come vere e reali relazioni che in realtà sono meramente virtuali. “Abbiamo la sensazione che il silenzio sia divenuto un’oasi inattingibile. Senza rumore, l’uomo postmoderno cade in una inquietudine sorda e lancinante. Ѐ abituato a un rumore di fondo permanente, che lo rende malato e lo rassicura”.

Senza rumore, aggiunge il cardinale prefetto del Culto divino e la disciplina dei sacramenti, l’uomo pare perduto. Il rumore lo rassicura, come una droga da cui è divenuto dipendente. L’agitazione diviene un tranquillante, un sedativo, una dose di morfina, una forma di sogno, d’onirismo senza consistenza”. Uno stato che fa perdere i riferimenti vitali e necessari e ancora di più il contatto con Dio, con la preghiera. “Il nostro mondo non comprende più Dio perché parla continuamente, a un ritmo e a una velocità della luce, per non dire niente. La civiltà moderna non sa tacere, nega il passato e vede il presente come un vile oggetto di consumo. Guarda l’avvenire attraverso le ragioni di un progresso quassi ossessivo”. C’è l’illusione che con “le manifestazioni esteriori”, osserva il cardinale, si abbia la prova della prossimità divina: ma “i nostri amici più vicini, a volte, sono lontani da noi, impediti dall’amarci”.

In uno scritto pubblicato all’inizio dell’anno, Sarah osservava che “in senso negativo il silenzio è l’assenza di rumore. Può essere esteriore o interiore”. Nel corso della sua visita a Sulmona, nel luglio del 2010, Benedetto XVI aveva riflettuto proprio su questo punto, sottolineando come noi “viviamo in una società in cui ogni spazio, ogni momento sembra debba essere riempito da iniziative, da attività, da suoni; spesso non c’è il tempo neppure per ascoltare e per dialogare. Non abbiamo paura di fare silenzio fuori e dentro di noi, se vogliamo essere capaci non solo di percepire la voce di Dio, ma anche la voce di chi ci sta accanto, la voce degli altri”.

La riflessione di Robert Sarah si sposta sull’occidente, incapace di godere del silenzio e quindi di pregare. Lui, uomo d’un piccolo villaggio della Guinea che proprio in un monastero francese si è convinto sempre di più di quanto il silenzio orante sia svanito, portandosi dietro molto dell’eredità che aveva reso grande e prospero il cristianesimo nel Vecchio mondo. Senza silenzio si perde anche il senso del sacro, scrive oggi. Ѐ sufficiente guardare, in molte realtà grandi e piccole, lo stato della liturgia, gli abusi e le frequenti “autocelebrazioni di preti che entrano in chiesa trionfalmente”. Silenzio e sacro: i due aspetti sono connessi, se cade uno cade anche l’altro. L’aveva già rimarcato qualche mese fa, auspicando anche una riscoperta della pratica ascetica, divenuta ormai cosa per pochi eletti. L’ascesi, “una parola estranea alla nostra società consumistica che spaventa i nostri contemporanei, compresi anche i cristiani, che subiscono l’influenza dello spirito mondano è un mezzo indispensabile che ci aiuta a togliere dalla nostra esistenza tutto quanto l’appesantisce, vale a dire ciò che ostacola la nostra vita spirituale o interiore, e che dunque costituisce un ostacolo per la preghiera. Ed è proprio nella preghiera che Dio ci comunica la sua Vita, ossia manifesta la sua presenza nella nostra anima, irrigandola con i flutti del suo Amore trinitario: il Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. E la preghiera è essenzialmente silenzio”.

Oggi, invece, si moltiplicano le “immense celebrazioni eucaristiche composte da migliaia e migliaia di partecipanti” che altro non fanno se non favorire il pericolo di “trasformare l’eucaristia, il grande mistero della fede, in una banale kermesse”, scrive il cardinale. “I preti che distribuiscono le sacre specie non conoscono nessuno e danno il corpo di Gesù a tutti, senza discernimento tra i cristiani e i non cristiani, partecipano alla profanazione del santo sacrificio eucaristico”. Il risultato di queste “gigantesche e ridicole autocelebrazioni” è che “davvero pochi comprendono che ‘voi annunciate la morte del Signore affinché egli venga’”. Di nuovo, serve silenzio. “Non illudiamoci. Questa è la cosa veramente urgente: riscoprire il senso di Dio”, ha aggiunto ancora alla Nef: “Il Padre si lascia avvicinare solo nel silenzio. Ciò di cui la chiesa ha più bisogno oggi non è una riforma amministrativa, un altro programma pastorale, un cambiamento strutturale. Il programma c’è già: è quello che abbiamo sempre avuto, tratto dal Vangelo e dalla viva Tradizione. Ѐ centrato su Cristo stesso, che dobbiamo conoscere, amare e imitare, per vivere in Lui e per Lui, per trasformare il nostro mondo che è degradato, perché gli esseri umani vivono come se Dio non esistesse”.
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La preghiera è silenzio, il troppo rumore allontana l'uomo da Dio 
"Non si può che restare impressionati dal silenzio di Gesù di fronte al Sinedrio, al governatore romano Pilato e al re Erode. Il vero e buon silenzio appartiene sempre a chi vuole lasciare il proprio posto agli altri, e soprattutto al totalmente altro, a Dio". Il cardinale prefetto della Congregazione per il Culto divino riflette sul valore dell'ascesi cristiana.
In senso negativo, il silenzio è l’assenza di rumore. Può essere esteriore o interiore. Il silenzio esteriore riguarda l’assenza di silenzio a livello di parole e azioni (rumori di porte, di veicoli, di martelli pneumatici, di aerei, gli scatti delle macchine fotografiche, spesso accompagnati dalla luce dei flash, per non parlare della devastante marea di cellulari, branditi indiscriminatamente nel corso delle nostre liturgie eucaristiche). Il silenzio virtuoso – ossia mistico – non deve quindi essere confuso con il silenzio di riprovazione, il rifiuto di rivolgere la parola, il silenzio di omissione dovuto a codardia, egoismo o durezza di cuore.

Beninteso, il silenzio esteriore è un esercizio ascetico di padronanza nell’uso della parola. Innanzitutto vale la pena di ricordare cos’è l’ascesi, una parola estranea alla nostra società consumistica che – ammettiamolo – spaventa i nostri contemporanei, compresi – molto spesso – anche i cristiani, che subiscono l’influenza dello spirito mondano. Quindi, cos’è l’ascesi? È un mezzo indispensabile che ci aiuta a togliere dalla nostra esistenza tutto quanto l’appesantisce, vale a dire ciò che ostacola la nostra vita spirituale o interiore, e che dunque costituisce un ostacolo per la preghiera. Ed è proprio nella preghiera che Dio ci comunica la sua Vita, ossia manifesta la sua presenza nella nostra anima, irrigandola con i flutti del suo Amore trinitario: il Padre attraverso il Figlio nello Spirito Santo. E la preghiera è essenzialmente silenzio. Il chiacchiericcio - questa tendenza a esteriorizzare, esprimendoli, tutti i tesori dell’anima - è spesso deleteria per la vita spirituale. Spinto verso l’esterno dal proprio bisogno di dire tutto, il chiacchierone non può che essere lontano da Dio, superficiale e incapace di qualsiasi attività profonda.
I libri sapienziali dell’Antico Testamento (Pr 10, 8.11.1314.18-21.31.32; 15, 1-7; Sir 19, 7-12; 20, 1-2.5-8 o 23, 7-15; 28, 13-26) traboccano di esortazioni volte a evitare i peccati della lingua (soprattutto la maldicenza e la calunnia). I libri profetici, invece, evocano il silenzio come espressione del timore reverenziale verso Dio. Si tratta quindi di una preparazione alla teofania di Dio, ovvero alla rivelazione della Sua presenza nel nostro mondo (Lam 3,26; Sofonia 1,7; Abacuc 2,20; Isaia 41,1; Zaccaria 2,17). Il Nuovo Testamento non è da meno. Difatti contiene la lettera di Giacomo, che è ancora indubbiamente il testo di riferimento per quanto riguarda il controllo della lingua (Giacomo 3,1-10). Tuttavia sappiamo che Gesù stesso ci ha messo in guardia contro le parole malvagie, che sono l’espressione di un cuore depravato (Mt 15,19), come pure contro le parole oziose, di cui dovremo rendere conto (Mt 12,36).

Per contro, non si può che restare impressionati dal silenzio di Gesù di fronte al Sinedrio, al governatore romano Pilato e al re Erode: Jesus autem tacebat (Mt 26,63). Erode gli chiedeva un miracolo e i suoi cortigiani se ne sarebbero compiaciuti. Ma Gesù incatenato, il Dio della maestà, non acconsentì a diventare il buffone di re Erode, né a compiere per quest’uomo orgoglioso e di una curiosità malsana, ciò che elargiva invece generosamente agli umili e ai semplici.
In verità, il vero e buon silenzio appartiene sempre a chi vuole lasciare il proprio posto agli altri, e soprattutto al totalmente altro, a Dio. Il rumore esteriore, invece, caratterizza l’individuo che vuole occupare un posto troppo importante, che vuole pavoneggiarsi o mettersi in mostra, o che vuole colmare il proprio vuoto interiore, come avviene spesso in tanti negozi o locali pubblici, come pure nelle sale d’attesa di alcuni dentisti, parrucchieri … dove viene imposta una musica di fondo incessante.
Il silenzio interiore, invece, può essere costituito dall’assenza di ricordi, di progetti, di parole interiori, di preoccupazioni… Oppure, cosa ancor più importante, con un atto di volontà può risultare dall’assenza di affetti disordinati o di desideri eccessivi. I Padri della Chiesa attribuiscono un posto di primo piano al silenzio nella vita ascetica. Basta pensare a Sant’Ambrogio (In Salmi 37,12-15), Sant’Agostino, San Gregorio Magno (Moralia II, 48; XXII, 16; XXX, 16), per non parlare del capitolo VI della Regola di San Benedetto da Norcia sulla “taciturnità” o del capitolo 62 sul silenzio notturno, dove si fa discepolo di Cassiano. A cominciare da questi maestri, tutti i fondatori medievali di ordini religiosi, seguiti dai mistici della Riforma cattolica, insistevano sull’importanza non soltanto ascetica, ma anche mistica, del silenzio.
Nel Vangelo è scritto che anche il Salvatore pregava nel silenzio, soprattutto di notte (Lc 6,12), oppure si ritirava in luoghi deserti (Lc 5,16; Mc 1,35). Il silenzio è tipico della meditazione della Parola di Dio. Lo si ritrova soprattutto nell’atteggiamento di Maria davanti al mistero del Figlio (Lc 2,19.51). La persona più silenziosa del Vangelo è senza dubbio San Giuseppe, di cui il Nuovo Testamento non riporta una sola parola. San Basilio considera il silenzio non solo come una necessità ascetica della vita monastica, ma anche come una condizione dell’incontro con Dio (Lettera 2, 2-6: PG 32, 224-232). Il silenzio precede e prepara quel momento privilegiato in cui abbiamo accesso a Dio che, così, può parlarci a tu per tu come farebbe un amico (cfr. Esodo 33,11; Numeri 12,8; Deut 34,10).

Ricordiamo, a questo proposito, che noi accediamo alla conoscenza di Dio tramite la causalità, l’analogia, l’eminenza, ma anche la negazione: una volta stabiliti gli attributi divini, che si conoscono con la ragione naturale (via catafatica), bisogna negarne il modo di realizzazione limitato che noi conosciamo quaggiù (via apofatica). Il silenzio è iscritto nella via apofatica di accesso a Dio, così cara soprattutto ai Padri greci, che proclamano il silenzio dei ragionamenti dinanzi al mistero di Dio (Clemente di Alessandria, Gregorio Nazianzeno, Gregorio di Nissa). Nondimeno il silenzio è soprattutto l’atteggiamento positivo di colui che si prepara ad accogliere Dio attraverso l’ascolto. Difatti Dio agisce nel silenzio. Da cui l’importante osservazione del grande San Giovanni della Croce: “Il Padre dice una sola Parola: è il suo Verbo, il Figlio suo. La pronunzia in un eterno silenzio ed è solo nel silenzio che l'anima può intenderla”.  Il libro della Sapienza (Sap 18,14) aveva già rilevato questa circostanza relativamente al modo in cui Dio è intervenuto per liberare il popolo eletto dalla schiavitù d’Egitto, un’azione indimenticabile avvenuta di notte: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale”. Più tardi questo versetto sarà interpretato dalla Tradizione liturgica cristiana come una prefigurazione dell’Incarnazione silenziosa del Verbo eterno nel presepio di Betlemme. La Beata Elisabetta della Trinità porrà invece l’accento sul silenzio come condizione della contemplazione del Dio trinitario. [Fonte]

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