mercoledì 19 aprile 2017

Il futuro della Chiesa

“Gli uomini saranno indicibilmente soli in un mondo totalmente pianificato. Quando Dio sarà per loro interamente  scomparso, sperimenteranno tutta la loro spaventosa povertà … e la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini,come è in continuità per chi crede, come la patria, che dà loro vita e speranza oltre la morte” (Ratzinger) 
Joseph Ratzinger nell’inserto de Il Foglio Quotidiano di sabato 15 e domenica 16 aprile 2017
Il futuro della Chiesa
In  realtà noi viviamo oggi sotto l’impressione di una grande svolta nell’evoluzione dell’umanità, una svolta che ci fa passare, senza che noi ci accorgiamo, dal Medioevo all’epoca moderna, e al cui confronto anche le  migrazioni di
popoli avvenute tra l’antichità ed il medioevo sembrano perdere significato e importanza, una svolta, in ogni caso, paragonabile solo ai più grandi sommovimenti nell’evoluzione dell’umanità. Forse mai come oggi l’uomo è diventato sensibile al fattore “tempo”, “evoluzione”. Ciò che ieri era ancora fantascienza è oggi superato dall’evoluzione e appare inocuo e modesto di fronte a ciò che viviamo e a ciò che incomincia a diventare possibile. Il sogno di Dedalo e Icaro non è più un mito lontano, la scoraggiante conferma che l’uomo, al quale non sono cresciute le ali, soggiace alla legge di gravità, ma è diventato attuabile: la mano dell’uomo raggiunge il “cielo” e non ci è nulladi impossibile. Scompaiono i confini ben delineati della natura delle cose e subentra la mobilità di ogni realtà; la dottrina dell’evoluzione diventa per così dire credibile e fattibile all’interno. Il mondo di una volta era contrassegnato dalla continuità. Usi e costumi rimanevano uguali di generazione in generazione. Uomini e cose apparivano stabili e ogni mutamento inconcepibile, anche quando si considerava come fondato scientificamente e giusto.
Oggi noi siamo i testimoni dell’incompiutezza di ogni essere esistente, testimoni di una realtà che non è statica, ma in divenire,(non spazio ma tempo). L’uomooggi ha il suo sguardo rivolto al futuro. La sua parola d’ordine è progresso, non “tradizione”; “speranza”,non “fede”. Egli conosce anche un certo romanticismo nei confronti del passato. Ama circondarsi di antichi oggetti preziosi, ma tutto questo conferma proprio soltanto che quei tempi sono passati e che il regno dell’uomo d’oggi è esattamente il domani, il mondo che egli stesso costruisce. Infatti ciò che si aspetta è, al contrario di quanto avveniva nella Chiesa primitiva, non il regno di Dio, ma il regno dell’uomo, non il ritorno del Figlio di Dio, ma il sorgere definitivo di un ordine razionale, libero e fraterno; un ordine che è opera dell’uomo.
L’evoluzione, che noi viviamo, non si presenta come un dono dall’alto, ma come il prodotto di un lavoro duro, di un’azione pianificatrice, calcolatrice e inventiva. Per questo la speranza non si chiama più per l’uomo d’oggi contemplazione di ciò di cui l’uomo non può disporre, bensì azione compiuta con le sue sole forze. L’uomo attende la salvezza da se stesso e appare in grado di darsela. Al primato del futuro si unisce così il primato della prassi, un primato dell’attività umana, che diventa l’atteggiamento fondamentale dell’uomo. Anche la teologia si apre sempre a questa idea (con il fideismo relativista per la creatività dello Spirito sostituendo la dottrina della Tradizione con il discernimento ermeneuti con l’annuncio biblico come agli inizi): contro l’ortodossia entra in scena l’ortoprassi, l’”escatoprassi” sembra più importante dell’escatologia. Se prima si lasciava a un certo illuminismo popolare di dire al contadino che i consumi chimici sono più efficaci della preghiera, ora, un po’in ritardo invero, si può leggere qualcosa di simile anche in un certo tipo di letteratura religiosa, che si sforza di essere “moderna”. E vi si dice anche che, in tali circostanze, la preghiera dovrebbe “cambiare funzione”: è dubbio ch’essa possa continuare a essere un’invocazione di aiuto divino; essa dovrebbe invece essere considerata come una concentrazione pela pratica di auto – aiuto.
La fede nel progresso, ripetutamente data per morta,rinasce, e l’ottimismo, secondo il quale l’uomo alla fine riuscirà a creare la città dell’uomo, trova nuovi seguaci.
La città dell’uomo, che per molti rappresenta uno stendardo, per altri ha un suono melanconico. Infatti insieme alla speranza si diffonde la paura. Cresce di nuovo l’angoscia, che nell’ottimismo del dopoguerra sembrava estinta. Quando gli uomini posero pela prima volta il loro piede sulla luna, nessuno poté sottrarsi all’entusiasmo, alla fierezza, alla gioia per la grande impresa compiuta. L’avvenimento fu salutato non come la vittoria di una nazione, ma come vittoria dell’uomo.Tuttavia, in quel momento di gioia si intrecciavano motivi di una profonda tristezza, perché lo stesso uomo capace di una tale inaudita impresa non è in grado di impedire che ogni anno migliaia e perfino milioni di uomini muoiano di fame, non è in grado di dare a milioni di uomini, suoi fratelli, un’esistenza degna, non è in grado di porre fine alle guerre e di arrestare l’ondata crescente di delinquenza. Il potere tecnico non è necessariamente un potere umanitario; il potere di agire su se stessi sta su un piano del tutto diverso da quello dell’esecuzione tecnica.
La tecnica crea, senza dubbio, nuove possibilità all’umanità. Il cristiano non ha nessun motivo per coltivare un risentimento nei suoi confronti. Chi è cresciuto ancora in un mondo in gran parte pre-tecnico non è tentato di cadere nel romanticismo di ciò che è naturale. Egli sa quanto fosse difficile prima, quantadisumanità poteva accumularsi proprio nel mondo senza tecnica; egli sa quanto sia meglio, più bello e più umano ora. Ma la stessa tecnica, che apre tali possibilità all’umanità, apre anche nuove vie a ciò che è antiumano. Non c’è assolutamente bisogno che parliamo degli ultimi orrori, delle armi atomiche, delle armi biologiche, dellearmi chimiche, anche se la provvista di cose terribili non può non rappresentare un potenziale terroristico, capace di agire nella coscienza sotto forma di angoscia nascosta.
Come sarà la Chiesa del duemila?
Il teologo non è un indovino. E non è neppure un futurologo, che faccia calcoli sul futuro partendo da fattori calcolabili del presente. Il suo mestiere lo tiene abbastanza lontano dal calcolo; solo una minima parte, dunque, potrebbe diventare oggetto della futurologia,che non è arte divinatoria, ma stabilisce ciò che è calcolabile e deve lasciare aperto ciò che non lo è. Siccome la fede e la Chiesa scendono in quelleprofondità dell’uomo dalle quali proviene sempre ciò che è creativo, inatteso e non pianificato, ne risulta che il loro futuro rimane nascosto anche nell’epoca della futurologia. Chi avrebbe potuto predire alla morte di Pio XII il Concilio Vaticano II o, ancor più, gli sviluppi postconciliari? O il Vaticano I? quando Pio VI, deportato dalle truppe della giovane Repubblica francese, morì prigioniero a Valence nel 1799? Già tre anni prima uno dei dirigenti della Repubblica aveva scritto: “Questo vecchio idolo sarà distrutto”.
Così vuole la libertà e la filosofia (…) Si deve desiderare che Pio VI viva ancora due anni, affinché la filosofia abbia tempo di completare la sua opera e di lasciare questo Lama  dell’Europa senza successori”. E sembrava proprio che fosse così, al punto che si tennero orazioni funebri sul papato, ritenuto ormai definitivamente per istinto. Siamo dunque cauti, con le prognosi. E’ ancora valida la parola di Agostino, secondo la quale l’uomo è un abisso; nessuno può in antecedenza abbracciare con lo sguardo ciò che da questo abisso si leva. E chi crede che la Chiesa sia non solo determinata da quell’abisso che è l’uomo, ma si spinga fino all’abisso più grande e infinito che è Dio, ha motivi più che a sufficienza per trattenersi dal far previsioni. L’ingenuità del voler essere informati a ogni costo potrebbe rivelare soltanto una mancanza di futuro storico. Ma allora ha senso il nostro tema? Lo può avere, se rimane entro i limiti ben precisi. Proprio in un’epoca di grandi sconvolgimenti, in cui ciò che è accaduto fin qui sembra dileguarsi per accogliere ciò che è completamente nuovo, l’uomo ha bisogno di riflettere sulla storia, la quale riconduce alle sue proporzioni reali l’attimo da lui ingigantito e lo inquadra in un avvenimento che non si ripete mai, ma non perde mai la sua unità e il suo contesto. Ora potreste dire: abbiamo udito bene? L’uomo ha bisogno di riflettere sulla storia?
Però questo significa guardare al passato, dove noi ci attendevamo uno sguardo sul futuro. Sì, avete udito bene, ma io ritengo che la riflessione sulla storia, quando sia ben capita, comporta l’una e l’altra cosa: uno sguardo retrospettivo su ciò che è accaduto e, da qui, la riflessione sulle possibilità e sui compiti per ciò che deve venire; possibilità e compiti, che possono chiarirsi solo se si abbraccia un tratto abbastanza ampio e non ci si chiude ingenuamente nell’oggi. Anche lo sguardo retrospettivo non permette predizioni del futuro, ma limita l’illusione di ciò che si presenta come completamente unico e mostra come anche in passato c’è stato qualche cosa, che non è uguale, ma è ad esso paragonabile. In ciò che vi è di diverso tra ieri e oggi si fonda l’incertezza dei nostri enunciati e la novità dei nostri compiti; in ciò che vi è di uguale si fonda la possibilità di un orientamento e di una correzione.
La sguardo al domani
E con questo siamo arrivati al nostro oggi e a dare uno sguardo al domani. Il futuro della Chiesa può venire ancora solo dalla forza di coloro che hanno profonde radici e vivono con la pienezza pura della loro fede. Non verrà da coloro che prescrivono soltanto ricette né da coloro che di volta in volta si adeguano al momento transitorio. Non verrà da coloro che si limitano a criticare gli altri ritenendosi infallibili e neppure da coloro che scelgono solo il cammino più comodo, evitano la passione della fede e dichiarano falso e sorpassato, tiranni e legalismo tutto ciò che impone sacrifici all’uomo e lo obbliga a rinunciare a se stesso. Anche questa volta, come sempre, il futuro della Chiesa nascerà da nuovi santi.. E dunque da uomini la cui capacità di percezione va al di là delle frasi fatte, e proprio per questo sono moderni. Da uomini che sanno vedere più lontano degli altri, perché la loro vita abbraccia spazi più ampi. L’altruismo, che rende libero l’uomo, si acquista solo giorno dopo giorno nella pazienza delle piccole rinunce a se stessi. In questa passione quotidiana, che sola permette all’uomo di sperimentare quanto il suo io lo leghi, e in cui solol’uomo progressivamente si apre. Egli vede unicamente nella misura in cui ha amato e sofferto. Se oggi ci è difficile percepire ancora Dio, questo dipende dal fatto che ci è diventato troppo facile evitare noi stessi e fuggire davanti alla profondità della nostra esistenza nello stordimento delle comodità. Se è vero che si vede bene solo con il cuore, come siamo ciechi noi tutti!
Che cosa significa ciò per la nostra questione? Significa che le grandi parole di quelli che profetizzano una Chiesa senza Dio e senza fede sono vuota chiacchera. Una Chiesa che celebra il culto dell’azione in “preghiere” politiche non ci serve. E’ del tutto superflua. E per questo tramonterà da sé. Rimaniamo la Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa che crede in Dio che si è fatto uomo e che ci promette il di più delle vita veramente vita oltre la morte. Parimenti, il prete che sia soltanto un funzionario sociale può essere sostituito da politici, da psicoterapeuti e da altri specialisti. Ma sarà ancora necessario il prete che non è specialista, che  non si tiene fuori del gioco, quando per ragioni di ufficio dà consigli, ma che sacramentalmente in nome di Dio si mette con gioia a disposizione degli uomini ed è loro vicino nella loro tristezza, nella loro gioia, nella loro speranza e nella loro angoscia.
Anche questa volta dalla crisi di oggi nascerà una Chiesa che avrà perduto molto. La Chiesa diventerà più piccola ma sempre come lievito della massa senza rassegnazione, bisognerà ricominciare tutto da capo. Non potrà più riempire molti degli edifici che aveva eretto nel periodo del suo massimo splendore. Oltre a ridursi numericamente, perderà anche molti privilegi nella società. Si presenterà in modo molto accentuato di un tempo come comunità della libera volontà, cui si può continuamente accedere solo per il tramite di una decisione. Come piccola comunità solleciterà con maggior forza l’iniziativa dei suoi singoli membri. Certamente conoscerà nuove forme di ministero e ordinerà sacerdoti dei cristiani provati che esercitano una professione: in molte comunità più piccole e in gruppi sociali omogenei la cura d’anime sarà normalmente esercitata in questo modo. Ma accanto a queste forme sarà indispensabile sacramentalmente la figura principale del prete (attraverso il quale per il sacramento dell’Ordine agisce il Risorto asceso al cielo), che esercita il ministero come in continuità lo ha fatto finora. Tuttavia nonostante tutti i cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa ritroverà con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio uno e trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo che ci ha amato fino alla fine, l’umanità nel suo insieme e ogni singolo con l’assistenza dello Spirito la cui presenza e azione durerà fino alla fine. Metterà la fede e la preghiera di nuovo al centro e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come problema di struttura liturgica. Sarà una chiesa più spirituale, che non reclama il suo mandato politico e non flirta né con la sinistra né con la destra. Le costerà fatica. Al processo di cristalizzazione e chiarificazione dovrà sacrificare anche talune forze valide. La renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli. Il processo sarà tanto più difficile, in quanto dovrà essere isolata da una parte la mentalità settaria dall’altra il trionfo dell’arbitrio. Si può prevedere che tutto questo richiederà tempo. Il processo sarà lungo e faticoso, proprio come fu molto lungo il cammino che dal falso progressismo alla vigilia della Rivoluzione francese – quando anche per i vescovi era diventato di moda mettere in ridicolo i dogmi e magari lasciare addirittura intendere che nemmeno l’esistenza di Dio era certa – portò fino al rinnovamento del XIX secolo. Ma da questa prova uscirà una Chiesa semplificata e dalla rinnovata capacità di guardare dentro se stessa(con l’aiuto anche del suo Catechismo e del suo Compendio), una Chiesa da cui scaturirà una grande forza.
Gli uomini infatti saranno indicibilmente soli in un mondo totalmente pianificato. Quando Dio sarà per loro interamente scomparso, sperimenteranno tutta la loro spaventosa povertà. E scopriranno la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo. Come una speranza che li riguarda, come una risposta che, in segreto, hanno sempre cercato. Io penso che per la Chiesa si preparino tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena cominciata, bisogna aspettarsi  grandi sconvolgimenti. Ma sono anchconvinto di ciò che rimarrà alla fine: non sarà la Chiesa del culto politico, che ha già fallito con Gobel, ma la Chiesa della fede.Certo non sarà mai più la forza dominante della società, nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini, (come è sempre stata e sempre sarà) come la patria, che dà loro vita e speranza oltre la morte.

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