martedì 28 febbraio 2017

Preghiera 75

Preghiera di liberazione, guarigione, consolazione in preparazione della Messa in Cena Domini e dell’adorazione eucaristica del giovedì santo
Madonna della Salute Dossobuono lunedì 6 marzo 2017 18,30 – 20,30
Canto di esposizione (67) O Gesù ti adoro, ostia candida, sotto un vel di pane nutri l’anima. Solo in te il mio cuore si abbandonerà perché tutto è vano se contemplo te.
L’occhio, il tatto, il gusto non arriva a te, ma la tua parola resta salda in me: Figlio sei di Dio, nostra verità, nulla di più vero se ci parli tu.
Hai nascosto in Croce la divinità sull’altar veli pur l’umanità; Uomo – Dio la fede ti rivela a me, come al buon ladrone dammi un giorno il ciel.
Anche se le piaghe non mi fai toccar grido con Tommaso: “Sei il mio Signor”; cresca in me la fede, voglio in te
sperar pace trovi il cuore solo nel tuo amor.
Sei ricordo eterno che morì il Signor pane vivo, vita, tu diventi in me. Fa che la mia mente luce attinga a te e della manna porti il gusto in sé.
Come il pellicano nutri noi di te; dal peccato grido: “Lavami, Signor”. Il tuo sangue è fuoco, brucia il nostro error, una sola stilla, tutti può salvar.
Ora guardo l’Ostia, che ti cela a me, ardo dalla sete di vedere te: quando questa carne di dissolverà, il tuo viso, luce, si disvelerà. Amen

Non c’è concezione cristiana della vita dell’uomo e della storia se si dimentica l’esperienza di un nemico, il Maligno, che tale permane nella storia pur non avendo più la possibilità di vincere che ha avuto prima che il Figlio di Dio assumesse nel grembo verginale di Maria un volto umano e lo vincesse come il più forte liberando, guarendo, consolando come la memoria evangelica ce lo ricorda e oggi, questa sera con l’unzione, sacramentalmente continua a fare.
 Gesù Cristo, quindi, non è solo la memoria di un personaggio meraviglioso del passato. Attraverso il Sacramento dell’Eucaristia tutti hanno la  possibilità continua di incontrarlo Risorto che mi riattualizza sacramentalmente tutto il suo vissuto prima di morire e risorgere, tutto il suo ministero pubblico anche di esorcista e soprattutto nella Messa mi dona l’attualizzazione sacramentale del suo sacrificio che  offre le quattro dimensioni della carità, del suo amore in ogni uomo anche a difesa dell’odio malefico e dell’azione  del Maligno: 
- La larghezza….non esclude nessuno
- La lunghezza…è perseverante e nessuna difficoltà lo vince
- L’altezza…si propone un fine altissimo, riportare ogni uomo, comunque ridotto, a divenire in Cristo per opera dello Spirito Santo figlio nel Figlio di Dio Padre come celebreremo nella veglia pasquale rivivendo il battesimo e a cui tutta la quaresima è finalizzata: la veglia pasquale è culmine e fonte di tutta la liturgia dell’anno 
- La profondità…condivide in Croce, come celebreremo il Venerdì Santo, fino in fondo le miserie dell’umanità, di ogni uomo, non definisce nessuno dal comportamento sbagliato dando la possibilità fino al momento terminale di lasciarsi riconciliare ed evitare l’inferno.
L’adorazione, che stiamo facendo, rimane nella preghiera sacramentale di liberazione, guarigione, consolazione, l’elemento irrinunciabile che rimanda, però, al significato centrale del sacramento eucaristico, che consiste nella ritualizzazione sacramentale del sacrificio di Gesù Cristo e nel banchetto, nella comunione con il Risorto che da esso consegue. Pane e vino sull’altare, come segni efficaci, dicono il senso, il sapere  e pensare nel ricevere questo sacramento: ci prepariamo questa sera anche al giovedì santo per celebrare l’ultima cena con cui Cristo ha anticipato sacramentalmente il sacrificio che sarebbe avvenuto il giorno dopo sulla Croce, nel tavolo che Dio ha preparato per noi in questo mondo per farci suoi commensali liberandoci anche dall’azione del Maligno. Quanto è importante  la nostra Chiesa, la nostra parrocchia nell’unità pastorale in cui conveniamo per  condividere la mensa con il nostro Dio. E questo è sempre un avvenimento che Dio compie per noi e con noi. Importante, soprattutto in questo momento che l’abbiamo davanti, concentrarsi sul fatto che nell’Ostia consacrata è presente Dio stesso e quindi glorifichiamo la sua grandezza sotto la figura di una particella di pane, particola per essere ricevuto e renderci tabernacoli  viventi, uomini colmi del suo  Spirito, pronti a rendere presente lo Spirito, l’Amore cioè la realtà di Gesù Cristo in questo mondo liberandolo anche dall’odio del Maligno e da ogni male. Per sua natura la presenza eucaristica di Gesù Cristo c’è per adorarla ricevendola (genuflessione o inchino) e farci impregnare e colmare dello Spirito, dell’Amore di Cristo, per erigere così i tabernacoli di Dio lì dove sono veramente necessari anche per liberare dal maligno: in famiglia, in mezzo al mondo in cui viviamo e lavoriamo, in mezzo agli uomini che sono intorno a noi. E la presenza di Cristo nel tabernacolo, esposto solennemente davanti a noi, ci invita a essere suoi tabernacoli in questo mondo così secolarizzato da non volerne più sentire nemmeno parlare, ad avere il coraggio del suo Spirito, dello Spirito di verità, di rettitudine, di giustizia,  di perdono, di bontà, mai indifferenti con nessuno, con i peccatori, nemmeno con nemici.
Ma cosa accade ricevendolo nella Comunione in grazia di Dio, sapendo e pensando chi riceviamo? Tutti i comunicanti mangiano l’unico e medesimo pane, Cristo, il Signore, vittorioso anche del Maligno. Mangiano all’unica mensa di Dio, nella quale non c’è alcuna differenza,  nella quale l’imprenditore e il lavoratore, il tedesco,  il francese e l’italiano, il dotto e l’incolto hanno tutti lo stesso rango. Se vogliono appartenere a Dio, appartengono all’unica mensa: l’Eucaristia li  raccoglie tutti in un unico convivio. E, come detto, in comune non c’è solo la mensa, ma quello che essi mangiano; davvero è assolutamente la stessa e medesima cosa: mangiano tutti Cristo, perché come uomini sono tutti uniti spiritualmente alla medesima realtà fondamentale di Cristo, tutti entrano per così dire in un unico spazio spirituale che è Cristo. In un momento di rapimento spirituale Agostino credette di udire la voce del Signore che gli diceva: “Io sono il pane dei forti. Mangiami. Non sarai tu però a trasformare me in te, come accade per il cibo comune, ma io trasformerò te in me”, personalmente figlio in me Figlio e comunitariamente fratello non avrai più paura nemmeno di Satana. Significa che, nella normale alimentazione, l’uomo è più forte del cibo. Egli lo mangia, nel processo digestivo esso viene scomposto e (in ciò che gli è utile) assimilato al corpo, trasformato in sostanze proprie dell’organismo, diviene un pezzo di noi stessi, trasformato nella sostanza del nostro corpo. Nell’Eucaristia invece, il nutrimento, vale a dire Cristo, è più forte ed è più di noi. Così che il senso di questo nutrimento è esattamente l’opposto: esso vuole trasformare noi, assimilarci a Cristo, così che possiamo uscire da noi stessi, giungere oltre e divenire come Cristo, più forti del Demonio. Ma questo significa di conseguenza che tutti i comunicanti, con la Comunione, vengono tratti fuori da sé e assimilati all’unico cibo, vale a dire alla realtà spirituale di Cristo. Questo a sua volta vuol dire che essi vengono anche fusi tra loro. Vengono tratti fuori dalla solitudine del proprio io e inseriti in un nuovo soggetto più grande diventando “uno in Cristo” (Gal 3,28): il proprio io c’è di nuovo, ma trasformato, purificato, “aperto”, soprattutto liberato dal proprio isolamento. I Padri dicono: coloro che si lasciano assimilare diventano, nella concretezza della propria comunità a cominciare dalla famiglia, dalla parrocchia, “corpo di Cristo” che ha vinto e vince il Maligno. Ed è questo l’autentico segno della Comunione: che i comunicanti divengano tra loro una cosa sola unificandosi all’unico Cristo. Il senso primario della Comunione non è l’incontro del singolo con il suo Dio – per questo ci sono altre vie, molto utili – ma proprio la fusione dei singoli tra loro per mezzo di Cristo. Per sua natura la Comunione è il sacramento della fraternità cristiana. Occorre averne coscienza e lasciarsi assimilare. Le preghiere liturgiche dopo la Comunione ravvivano la coscienza che abbiamo ricevuto il sacramento cioè il dono della fraternità e quindi comprendere dove e come viverla. La fede cattolica non afferma solo un legame verticale del singolo con Cristo e quindi con il Padre nello Spirito Santo, e nemmeno solo un legame con il supremo vertice gerarchico, il Papa, il Vescovo, il Parroco, ma anche il legame orizzontale dei comunicanti tra loro e delle comunità eucaristiche tra loro oggi con le unità pastorali che unificano le parrocchie. Altro è l’amore all’identità nazionale ma l’ideologia del nazionalismo dei popoli cattolici, il campanilismo, è qualcosa di cui vergognarsi profondamente, che mostra in che misura l’autentico senso della Comunione è dimenticato. Essere cattolico non significa solo che noi tutti diciamo “sì” a Roma, ma anche che ci diciamo vicendevolmente “sì”, riconoscendoci come quell’unica comunità di coloro che hanno parte al corpo di Cristo e, per mezzo di Lui, allo Spirito di Cristo. Su questa base la cristianità primitiva ha interpretato la natura universale, cattolica della Chiesa. Si diceva: la Chiesa è il corpo di Cristo, e la cosa doveva significare che essa è comunità di coloro che insieme ricevono il Corpo di Cristo e in questo modo sono tra loro, uomini e donne, schiavi e liberi, di nazionalità diverse, una cosa sola. La natura si compiva visibilmente attraverso la consapevolezza di fede che le singole comunità comunicavano tra loro, vale a dire attraverso il fatto che ogni cristiano poteva ricevere la Comunione in ogni comunità cristiana e che dunque tutti, per mezzo dell’unico pane, sapevano di essere uniti e vincolati all’unico Signore e al suo Spirito, che erano uniti in matrimonio e non adulteri. Abbiamo bisogno di nuovo di un po’ di questa consapevolezza di quel che è la Chiesa: la Chiesa non è un partito e non è un apparato politico, ma è la comunità del Corpo del Signore, anche nell’attuale globalizzazione dove sembra scomparire la corposità del sacramento dell’Eucarestia e dei sacramenti. La Chiesa necessita anche di un’amministrazione e di un apparato, ma comunque è essenzialmente molto di più.
(233) 1.Mistero della Cena è il Corpo di Gesù. Mistero della Croce è il sangue di Gesù. E questo pane e vino è Cristo in mezzo ai suoi. Gesù risorto e vivo sarà sempre con noi.
2. Mistero della Chiesa è il Corpo di Gesù. Mistero della pace è il Sangue di Gesù. Il pane che mangiamo fratelli ci farà. Intorno a questo altare l’amore crescerà.
La Messa è il banchetto comune tra Dio e l’uomo nella realtà concreta in cui vive e opera, tra Cristo e i cristiani, in cui diviene presente il memoriale del sacrificio cioè si attualizza sacramentalmente  ciò che è avvenuto una volta per sempre sulla Croce, diviene presente l’autodonazione sacrificale di Cristo per gli uomini dando la possibilità di lasciarsi riconciliare, ricreare, perdonare. Essa è il realizzarsi della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità dei cristiani fra loro sulla base del mistero per cui Dio stesso, in Cristo, ha assunto un volto umano volendo diventare nostro fratello. Perciò la Messa ragionevolmente non può essere un atto privato del sacerdote, che gli altri tentano di seguire a modo loro. La Messa, invece, pur nella prece eucaristica nella quale il sacerdote agisce personalmente in persona Christi, nella modalità della sua celebrazione, deve essere una celebrazione comunitaria. C’è il saluto del sacerdote ricambiato dai fedeli, l’esortazione e la risposta, e in questo modo condurre gli uni verso gli altri e, tutti, insieme, al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo, com’è tutta la liturgia eucaristica in unità gli uni e gli altri. Se si è attenti ai testi della Messa, si vede molto chiaramente che in primo luogo fa parte della Messa il “tu” di Dio, ma poi anche la comunità dei fedeli che celebra insieme, che sta accanto a me e con me forma il “noi” di coloro che insieme possono dire “Padre nostro”; che possono farlo perché sono tutti pronti a essere fratelli di Cristo con il dono del suo Spirito e in tal modo, dunque, fratelli gli uni e gli altri. Anche la rivoluzione borghese del 1792 ha esaltato arianamente, cioè come fosse frutto solo della consapevolezza e della volontà, la fraternità provocando, però nel 1795 il genocidio della Vandea. Quando i testi della Messa dicono “tu”, quasi sempre intendono Dio Padre, il fine comune di tutti i celebranti. L’indirizzo della Messa è rivolto a lui, non propriamente a Cristo, che simbolicamente, sacramentalmente è rappresentato piuttosto dal sacerdote e che così è presente quale portavoce di tutti noi, utilizzando il sacerdote come suo strumento, agendo attraverso di lui. Quasi tutte le preghiere che il sacerdote rivolge al “tu” del Padre, prestando la sua bocca a Cristo, sono però preghiere del “noi” e includono ogni volta gli altri, l’essere insieme. L’esatta collocazione di questo “noi” è chiarita in due gruppi di preghiere: nel Memento e nel Comunicantes. I santi, i fedeli defunti e i vivi formano insieme il grande “noi” del corpo di Cristo, il titolare di questa celebrazione, alla quale prendono parte anche gli angeli del Cielo. Cristo non ha offerto il sacrificio della croce per se solo, ma in qualche modo ha offerto il suo corpo come pegno dell’intera creazione di Dio; offrendo la sua vita ha incluso l’intera creazione nell’avvenimento del Golgota “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32) -, trasformando in qualche modo l’offerta in un evento pubblico al più alto grado. Così che anche ogni Messa è atto pubblico al più alto grado e non esiste in senso stretto alcuna Messa  puramente  privata. All’evento sacramentale della Messa, quale attualizzazione sacramentale dell’evento della Croce, ogni volta partecipa fondamentalmente tutta la Chiesa. Celebriamo sempre quindi il sacrificio della Messa in comunione con i santi, con gli angeli, con i grandi offerenti dell’Antica Alleanza, con i vivi e defunti della Santa Chiesa. Per questo è parte essenziale della celebrazione della Santa Messa la memoria dei fratelli, di quelli che sono ancora in cammino e di quelli che l’hanno terminato in paradiso o nella purificazione ultraterrena.
(190) In te la nostra gloria, o croce del Signore. Per te salvezza e vita nel sangue redentor. R) La Croce di Cristo e nostro gloria, salvezza e risurrezione.
Quindi non si può considerare la Comunione sacramentale semplicemente come una preghiera privata dove il singolo individuo incontra il suo Dio, per quanto ogni persona deve fare anche questo. La Comunione sacramentale è di più: essa è il sigillo della vicendevole appartenenza dei cristiani fra loro per mezzo del loro comune legame con Cristo. Per questo essa è parte essenziale della Santa Messa nella quale noi celebriamo questa nostra unione come fratelli per mezzo del nostro fratello Gesù Cristo. Sulla base di questa convinzione la Comunione è all’interno della Messa cioè parte di quell’avvenimento che è la Messa: il sigillo della fraternità fra Dio e gli uomini, e perciò, a partire da Dio, degli uomini fra di loro; l’inclusione di tutti gli uomini nell’avvenimento della Croce, di cui la celebrazione eucaristica è l’attualizzazione sacramentale, così che tutto il mondo è consegnato a Dio e con ciò ricondotto al suo autentico senso o essere dono del Donatore divino; la chiamata del singolo nel suo essere dono o verità a essere tabernacolo del Dio vivente nel mondo. ”Comunione” è per sua natura una parte della Messa e per questo di norma in essa inserita. Se a volte è necessario sia al di fuori, come nel caso della Comunione agli ammalati, la sua intima correlazione con al celebrazione della Messa continua a sussistere. E non è forse bello per il malato sapere che, con la Santa Comunione, è l’avvenimento della Messa e con esso tutta la Santa Chiesa, a giungere a lui presso il suo letto di dolore, così che egli prende parte alla comunità della Chiesa, prende parte non solo a Dio, ma all’atto di amore del Signore, al suo sacrificio attualizzato sacramentalmente che sta dietro l’ostia e del quale essa è pegno e testimonianza?
La Comunione non è un premio  per chi è particolarmente virtuoso, ma è invece il pane del pellegrino che Dio porge in questo mondo a chi tenta e ritenta anche senza riuscire e quindi si porge dentro la nostra debolezza in rapporto alla quale tentiamo e  ritentiamo in attesa fiduciosa che Lui porti a compimento. Essa è il nostro “amen”, il nostro “sì” al noi della Chiesa, alla comunità entro la quale viviamo e credono insieme  a noi; è la modalità con la quale veramente  e di fatto ci uniamo sempre di nuovo alla Chiesa; è quell’avvenimento che di continuo ci chiama fuori da tutte le relazioni puramente terrene e fa reale il Divino-Eterno nella nostra esistenza. Per questo è proprio l’uomo in pericolo ad avere continuo bisogno di questo attuarsi della fede nel Dio con noi, per mezzo del quale egli vive la comunità di fede in modo veramente concreto. Lo sguardo alla Comunione almeno domenicale deve essere di continuo un’esortazione a essere “comunicante” nella vita quotidiana di tutta la settimana: vale a dire a vivere come cristiano; infatti nella Chiesa antica, essere cristiano equivaleva a essere “comunicante”, a essere uno che partecipava alla comunità del corpo del Signore che è la Chiesa. Dal fatto che la Chiesa è comunità eucaristica e che, di conseguenza, essere cristiano ed essere “comunicante è la stessa cosa -, che essere cristiano consiste semplicemente nella partecipazione al Corpo del Signore (circostanza, questa, dalla quale tutto il resto deriva), da questo fatto risulta anche la norma  per la frequenza della Comunione: per la persona che lavora – e che dunque difficilmente può comunicarsi giornalmente – la Comunione domenicale dovrebbe rappresentare la norma, mentre la Confessione potrà essere sufficiente praticarla mensilmente. Affermare che non sarebbe possibile per il normale cristiano vivere senza cadere in peccato certamente mortale così a lungo significherebbe, ad un tempo, avere una considerazione troppo bassa del normale cristiano, e una considerazione falsamente elevata del peccato mortale. Un cristiano che tenta e ritenta, che si sforza sinceramente di vivere come cristiano non vive in stato di peccato mortale, peccato che nella morale cristiana di tensione non accade incidentalmente e per questo non è peccato mortale. Quanto efficace la consapevolezza che essere cristiano ed essere “comunicante” è la stessa ed identica cosa. La consapevolezza, ravvivata spesso personalmente anche davanti al tabernacolo, di appartenere alla comunità eucaristica almeno della domenica, diverrebbe una nuova luce anche per la quotidianità.
(307) 1.Sei tu, Signore, il pane, tu cibo sei per noi. Risorto a vita nuova, sei vivo in mezzo a noi.
2. Nell’ultima sua cena Gesù si dona ai suoi: “Prendete pane e vino la via mia per voi”.
6. Verranno i cieli nuovi, la terra fiorirà. Vivremo da fratelli: la Chiesa è carità 
Da questa comprensione dell’Eucaristia deriva anche uno sguardo sul significato dei sacramenti e più in generale del culto nella Chiesa. Oggi è in crisi il senso dei sacramenti e spesso del culto sacramentale, liturgico in Chiesa. Non sempre l’atteggiamento è irreligioso, ma ritiene che l’uomo sia immediatamente in relazione con Dio e che non abbia affatto bisogno del tramite dei sacramenti e del sacramento della Chiesa. Dice: “Per trovare Dio devo veramente andare in chiesa? Dio non è forse presente in ogni luogo? Non è una preghiera migliore incontrare il Creatore nella natura da lui creata piuttosto che nel cupo interno di un edificio sacro? Dio, forse, non aleggia spesso con più potenza, con più vita e più vicino  nella cattedrale della natura (ad esempio nella magnifica cattedrale della foresta o nella maestosa libertà dei monti), che non nella moltitudine stanca e sentimentale che riempie una chiesa edificata non sempre con buon gusto?”. In effetti, chi vede nell’Eucaristia unicamente la presenza di Dio non sa dare una risposta adeguata a queste obiezioni. Nell’Eucaristia non solo è presente Dio, ma Dio che ha assunto un volto umano nel grembo verginale di Maria divenuto nostro fratello in umanità e risorto con il corpo glorificato è l’unica nostra speranza di fronte alla morte, come di fronte alle insidie del Maligno. E per questo essa nel complesso serve non solo a un incontro con Dio, ma, a partire da Dio, all’unione degli uomini nell’unica fede e nell’unica comunità del corpo di Cristo vincitore del Maligno e della morte. Perciò i sacramenti cioè la sua presenza eucaristica continua e i suoi gesti nei sacramenti e sacramentali, nella liturgia della Chiesa hanno un triplice effetto.
Sono pegni della vera risposta di Dio all’originario desiderio di Dio in ogni uomo, pegni del fatto che la religione non finisce per essere un dialogo dell’uomo con se stesso, una sensazione bella, ma vuota;  ma invece del fatto che l’uomo riceve risposta, del fatto che Dio che storicamente  possiede un volto umano è il suo patner e il suo tu che davvero si occupa di lui in ogni momento.  I sacramenti sono pegni, attualizzazione sacramentale dell’incarnazione, prosecuzione della realtà storica di Cristo; Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato sino alla fine, l’umanità nel suo insieme e ciascuno in particolare ha messo piede su questa terra e risorto vi resta sacramentalmente operando continuamente come la memoria evangelica ci annuncia. Egli è entrato nella storia, per unirsi in qualche modo con ogni uomo, come fratello. Solo così, grazie alla risposta storica redentrice di Dio creatore, la religione rivela tutta la sua serietà vincolante, la sua dignità ragionevole e la sua grandezza, senza le quali resterebbe all’opposto superficiale sentimentalismo privato.
I sacramenti e la liturgia conferiscono perciò alla religione la sua corporeità, assicurano che le radici della religione affondino nel terreno di questo mondo, che tutto l’uomo, anima e corpo, sia abbracciato dalla religione, l’uomo non è solo spirito, ma anche corpo; i sacramenti e la liturgia portano dentro l’ambito del sacro e consacrano l’intera realtà creata, le cose della nostra terra. Una religione del sentimento privato resta invisibile, resta puramente spirituale e rappresenta perciò una forma di disprezzo dell’autentica natura umana della quale la corporeità fa parte. L’uomo è un essere corporeo e anche il corpo, con l’incarnazione (nel grembo verginale: mi hai dato un corpo), appartiene alla religione di fede e ragione. Ogni altra cosa in fondo non è veritiera e distrugge; il puramente spirituale non rappresenta la norma di vita dell’uomo. Non è forse una grande cosa che nei sacramenti, azioni di chi ha portato nella vita trinitaria il suo corpo trasfigurato dalla risurrezione, siano utilizzati gli elementi di questa terra per l’inconcepibile servizio di far da tramite della vicinanza, della presenza e dell’azione di Dio? Pane e vino, i frutti di questa terra e del sudore della fronte, della fatica e del lavoro dell’uomo vengono elevati al di sopra di loro stessi e ci lasciano presagire il mistero di un mondo nuovo che sarà colmo di gloria della pace eterna.
I sacramenti pongono fine alla solitudine dell’uomo di fronte a Dio; essi racchiudono insieme gli uomini nella santità entro una comunità. Essi preparano quell’ultima, eterna comunità, sulla quale un giorno poggerà la pace eterna: la comunità compiuta di coloro che sono entrati nella gloria di Dio. Raramente questo è stato espresso in modo più luminoso e penetrante che in questa magnifica preghiera eucaristica conservataci agli albori della cristianità nella così detta Didachè e che davanti a Lui preghiamo:
“Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo del tuo Figlio Gesù. A te la gloria nei secoli! Come questo pane spezzato un tempo era sparso qua e là sopra i colli in tanti chiocchi di grano e raccolto è diventato una sola cosa, così la tua Chiesa possa essere raccolta nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo, nei secoli”. Madonna della salute, donna eucaristica, liberaci, guariscici, consolaci perché proprio questo è il senso più profondo della continua presenza eucaristica del tuo Figlio: che l’umanità dispersa e lacerata sia raccolta nell’unità dall’unico Signore Gesù Cristo, il quale solo è la  vera vita.
Benedizione eucaristica
Benedizione dell’acqua
Unzione con l’Olio benedetto
Celebrazione eucaristica

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