mercoledì 8 febbraio 2017

La vite e il vino

Il pane di frumento, il vino della vite e l’olio d’oliva, tre frutti della creazione, si trasformano in veicoli dell’agire storico di Dio, in “segni” mediante i quali Egli ci dona la sua particolare vicinanza, come emerge alle nozze di Cana
    
Mentre l’acqua, elemento fondamentale della vita per tutte le creature, è diventata segno sacramentale del Battesimo di Gesù e nostro, il pane, il vino e l’olio, pure frutti della creazione e del lavoro dell’uomo, sono trasformati in veicolo del continuo agire storico del Dio che ha assunto un volto umano, che ci ha amato sino alla fine morendo, lasciandosi
seppellire, risorgendo e con il corpo trasfigurato salendo alla destra del Padre, fuori del tempo e dello spazio e facendosi continuamente presente e operante sacramentalmente attraverso questi segni.
Pane, vino, olio sono tre doni diversi tra loro e perciò hanno ciascuno una diversa funzione di segno. Il pane, preparato nella sua forma più semplice con l’acqua e il chicco di grano macinato – un processo in cui intervengono naturalmente anche l’elemento di fuoco e il lavoro dell’uomo – è il nutrimento di base. È dei poveri e dei ricchi, ma soprattutto dei poveri. Esprime la bontà della creazione e del Creatore, ma contemporaneamente rappresenta l’umiltà della semplice vita quotidiana. Il vino invece  esprime la festa. Fa esperimentare all’uomo lo splendore della creazione. Fa dunque parte dei rituali del sabato, della Pasqua, delle nozze. E ci lascia intuire qualcosa della festa definitiva di Dio con l’umanità, a cui mirano le aspettative di Israele. “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte (Sion), un banchetto (…) di vini eccellenti (…) di vini raffinati…” (Is 25,6). L’olio, infine, dà all’uomo vigore di bellezza, possiede una forza guaritrice e nutritiva. E’ segno di un’esigenza più elevata nell’unzione dei profeti, dei re e dei sacerdoti.
Nel Vangelo di Giovanni, l’olio d’oliva non compare. Il prezioso “olio profumato di vero nardo”, con cui il Signore, prima della sua passione, venne unto da Maria a Betania (Gv 12,3), era considerato di origine orientale. In questa scena compare, da una parte, come segno della santa prodigalità dell’amore, dall’altra, come rimando alla morte e alla risurrezione. Incontriamo il pane nella scena della moltiplicazione dei pani, ampiamente attestata anche nei sinottici, e subito dopo nel grande discorso eucaristico del Vangelo di Giovanni. Il dono del vino nuovo si trova al centro delle nozze di Cana (2,1-12), mentre nei discorsi di addio Gesù si presenta come la vera vite (15, 1-10).
Il miracolo di Cana sembra staccarsi un poco dagli altri segni compiuti da Gesù. Che senso può avere il fatto che Gesù procuri una sovrabbondanza di vino – circa 520 litri – per una festa privata? Dobbiamo pertanto guardare più a fondo per comprendere che non si tratta affatto di un lusso privato, bensì di qualcosa di molto più grande. Innanzitutto è già importante l’indicazione di tempo. “Il terzo giorno, ci fu un sposalizio a Cana di galilea” (2,1). Non ò molto chiaro a quale data precedente si riallacci il discorso del terzo giorno; a maggior ragione è evidente che all’evangelista sta a cuore proprio questa indicazione temporale simbolica, che egli ci mette a disposizione come chiave di comprensione dell’episodio.
Nell’Antico Testamento il terzo giorno è la data della teofania, come per esempio nell’incontro centrale tra Dio e Israele sul Sinai: “Al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi (…) era sceso il Signore nel fuoco” (Es 19,16-18). Allo stesso tempo si può cogliervi un rimando anticipato alla teofania finale e decisiva della storia: la risurrezione di Cristo nel terzo giorno, nella quale gli incontri iniziali con Dio diventano l’irruzione definitiva di Dio sulla terra: la risurrezione nella quale, una volta per tutte, la terra viene squarciata, assorbita nella vita stessa di Dio. C’è quindi un accenno che si tratta di una prima manifestazione di Dio in continuità con gli eventi dell’Antico Testamento, che recano tutti in sé un carattere di promessa e che ora tendono verso il loro completamento. Gli esegeti hanno contato i giorni precedenti in cui si sono avute le chiamate die discepoli nel Vangelo di Giovanni; risulta allora che questo “terzo giorno” sarebbe al tempo stesso il sesto o il settimo all’inizio delle chiamate; come settimo giorno, esso sarebbe per così dire, il giorno della festa di Dio per l’umanità, un’anticipazione del sabato definitivo descritto, per esempio, nella profezia di Isaia poc’anzi citata.
Con questa datazione è collegato un altro elemento fondamentale del racconto. Gesù parla alla madre, Maria, della sua “ora” non ancora giunta. Ciò significa innanzitutto che Egli non agisce e non decide semplicemente di sua iniziativa, bensì sempre in accordo con al volontà del Padre, sempre a partire da  disegno del Padre. Più esattamente, l’”ora” indica la sua “glorificazione”, in cui croce e risurrezione e la sua presenza  universale (fino al compimento della storia) attraverso la parola e il sacramento  vengono guardate come un tutt’uno. L’ora di Gesù, l’ora della sua “gloria” (come manifestazione dell’altezza, della lunghezza, della larghezza, della profondità dell’amore di Dio, del perdono del Padre), inizia nel momento della croce e ha la sua collocazione storica: nel momento in cui gli agnelli pasquali vengono uccisi, Gesù versa il suo sangue come il vero Agnello (che sacramentalmente si attualizza in ogni celebrazione eucaristica che mi dà la possibilità di amare, di perdonare come Lui ama, Lui perdona). La sua ora viene in continuità da Dio, ma è fissata con estrema precisione nel contesto della storia, dell’agire storico di Dio, legata a una data liturgica, e proprio per questo è l’inizio della nuova liturgia “in spirito e verità”, (che celebriamo, viviamo noi). Se Gesù parla a Maria della sua ora, lega con ciò il momento in cui si trovano al mistero della croce come sua glorificazione. Quest’ora non è ancora giunta, occorreva precisarlo per prima cosa. E tuttavia Gesù, richiesto dalla Donna sua Madre, ha il potere di anticipare misteriosamente cioè sacramentalmente questa “ora” a modo  di  segno, come avverrà nell’ultima cena nell’anticipo sacramentale del sacrificio cella Croce nella consacrazione del pane e del vino. Il miracolo di Cana si caratterizza pertanto come segno cioè anticipazione sacramentale dell’ora che giunge fino a noi ed è interiormente a essa legato.
    Come potremmo dimenticare che questo emozionante mistero dell’anticipazione dell’ora c’è ancora di continuo, anche adesso? Come Gesù, dietro la preghiera di sua Madre, anticipa simbolicamente, sacramentalmente la sua ora e, insieme rimanda ad essa, così avviene sempre di nuovo nella Eucarestia: dietro la preghiera della Chiesa, il Signore anticipa in essa il suo ritorno ravvivando l’attesa, ma viene già attualizzando sacramentalmente il sacrificio della croce, e celebra già ora le nozze, l’amore sponsale con noi, tirandoci così simultaneamente fuori dal nostro tempo, avanti con speranza verso quell’”ora”.
Cominciamo così a comprendere l’episodio di Cana. Il segno visibile che rimanda come ragione a Dio è la sovrabbondanza. Lo vediamo anche nella moltiplicazione dei pani, lo vediamo sempre di nuovo con avvenimenti imprevedibili, ma soprattutto al centro della storia della salvezza: nel fatto che sperpera se stesso per la misera creatura di ogni uomo singolo e dell’umanità nel suo insieme. Questa sovrabbondanza è la sua “gloria”, La sovrabbondanza di Cana è perciò segno che la festa di Dio con l’umanità – il suo dono di sé per gli uomini, il suo perdono – è cominciata. La cornice dell’avvenimento, le nozze, diventa così un’immagine che indica, al di là di se stessa, nonostante tutte le miserie, l’ora messianica: viviamo in continuità, nonostante tutte le apparenze, l’ora delle nozze di Dio con il suo popolo che hanno avuto inizio nella venuta di Gesù, di Dio che ha assunto un volto umano, che ci ha amati fino a morire e risorgere per noi, continua a farsi sacramentalmente presente per farci di nuovo iniziare, per renderci portatori della gioia e della speranza cristiana nel mondo, in concreto, in quella comunità di uomini entro la quale viviamo. La promessa escatologica, definitiva entra nel tempo, penetra continuamente nel nostro mondo comunque ridotto, lo trasforma e lo attira a sé.
In ciò la storia di Cana ha un punto in comune con il racconto di san Marco sulla domanda rivolta dai discepoli di Giovanni e dai farisei a Gesù: perché i tuoi discepoli non digiunano: La risposta di Gesù è: “Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?” (Mc 2,18s). Gesù si presenta qui come lo “sposo” delel promesse nozze di Dio con il suo popolo, inserendo così misteriosamente lasua esistenza, se stesso, nel mistero di Dio. In Lui, Dio e l’uomo diventano in modo inaspettato una cosa sola, hanno luogo le “nozze”, che però – ed è questo che Gesù sottolinea nella sua risposta – passano attraverso la croce, il fallimento, attraverso l’”essere tolto” dello sposo.
Dobbiamo considerare ancora due aspetti del racconto di Cana, per scandagliare in qualche misura la sua profondità in rapporto alla conoscenza di Cristo: l’autorivelazione di Gesù e la sua “gloria”, che lì ci viene incontro. L’acqua, che serve alal purificazione rituale, diventa vino, diventa segno oltre che miracolo o azione straordinaria che solo Dio può compiere, diventa cioè dono di gioia, di relazione di amore nuziale. In ciò emerge qualcosa dell’adempimento della Legge, che si compie nella persona e nell’attività di Gesù, nella sua continua presenza di risorto e azione sacramentale.
La Legge non viene negata, non viene messa da parte, bensì la sua intrinseca aspettativa viene immessa nel dono dell’incontro con Cristo che la rende possibile e senza del quale arianamente non raggiunge lo scopo di pista per amare. La purificazione rituale resta in definitiva rituale, resta un gesto di speranza. Resta “acqua”. Come resta dinnanzi a Dio “acqua” l’agire dell’uomo con le sole sue forze umane senza il dono soprannaturale. La purificazione rituale, in fin dei conti, non basta mai a rendere l’uomo “capace” di Dio, per renderlo davvero “puro” per Dio. L’acqua diventa vino. Alla fatica propria degli uomini va ora incontro il dono del Dio che possiede un volto umano, che ci ha amato fino a lasciarsi crocefiggere, fino a risorgere e con il corpo trasfigurato entrare nella vita trinitaria, fuori del tempo e dello spazio, facendosi sacramentalmente presente e operante e soltanto l’incontro con Lui avviene la festa della gioia, una festa che solo la continua presenza sacramentale di Dio e del suo dono può far accadere il segno della trasformazione dell’acqua dell’impegno umano nel vino della piena realizzazione.  

Nessun commento:

Posta un commento