giovedì 22 dicembre 2016

Messa vespertina nella Vigilia

Chi è Gesù? Di dove viene? 
Lo scopo dei quattro Vangeli è quello di rispondere a queste domande. Sono stati scritti, ispirati proprio per darvi una risposta. Quando Matteo – mi rifaccio liberamente a L’infanzia di Gesù di Joseph Ratzinger Benedetto XVI pp. 13-16 – inizia il  suo Vangelo con la genealogia di Gesù come abbiamo ascoltato, egli vuole da subito mettere nella giusta
luce la domanda circa l’origine di Gesù; la genealogia è come una specie di titolo dell’intero Vangelo. Luca, invece, ha posto la genealogia di Gesù all’inizio della sua vita pubblica, quasi come una presentazione pubblica di Gesù, per rispondere con accentuazioni diverse alla stessa domanda, anticipando ciò che poi svilupperà l’intero Vangelo. Ci interessano tutte e due per sapere chi è Gesù e da dove viene, quella di Matteo in questa attualizzazione sacramentale della sua nascita per sapere e pensare chi riceviamo nella comunione natalizia.
Per Matteo, due nomi sono determinanti per capire il “di dove” di Gesù: Abramo e Davide.
Con Abramo – dopo la dispersione dell’umanità in seguito alla costruzione della torre di Babele – comincia la storia della promessa. Abramo rimanda in anticipo a ciò che deve avvenire. Egli è pellegrino non soltanto dal Paese delle sue origini verso la Terra promessa, ma è pellegrino anche nell’uscire dal presente per avviarsi verso il futuro. Tutta la sua vita rimanda in avanti, è una dinamica del camminare sulla strada di ciò che deve avvenire. Così in tutta la storia che comincia con Abramo ed è diretta verso Gesù, lo sguardo è rivolto all’insieme: attraverso Abramo deve venire una benedizione per tutti.
A partire dall’inizio della genealogia, quindi lo sguardo si rivolge già verso la conclusione del Vangelo, dove il Risorto dice ai discepoli: “Fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). Nella storia particolare, presentata dalla genealogia, è comunque presente fin dall’inizio la tensione verso la totalità; l’universalità della missione di Gesù è inclusa nel suo “di dove”.
La struttura della genealogia e della storia raccontata da essa è, però, determinata totalmente dalla figura di Davide, di quel re al quale era stata fatta la promessa di un regno eterno. Appare  il re che rimarrà per sempre – del tutto diverso, però, da ciò che si sarebbe voluto immaginare in base al modello di Davide. Le lettere del nome di Davide danno il valore numerico di 14 e così, anche partendo dal simbolismo dei numeri, Davide, il suo nome e la sua promessa caratterizzano la via da Abramo fino a Gesù. In base a ciò si potrebbe dire che la genealogia con i suoi tre gruppi di quattordici generazioni è un vero Vangelo di Cristo Re: tutta la storia guarda verso di Lui, il cui trono sarà reso stabile per sempre.
La genealogia in Matteo è una genealogia di uomini, in cui, tuttavia, prima di Maria, con la quale la genealogia termina, sono menzionate quattro donne peccatrici: Tamar, Rahab, Rut e “la moglie di Uria”. Perché compaiono queste donne nella genealogia? Secondo quale criterio sono state scelte?
Si è detto che tutte e quattro sarebbero state peccatrici. Così, la loro menzione implicherebbe l’indicazione che Gesù avrebbe preso su di sé i peccati e, con questi, il peccato del mondo, e che la sua missione sarebbe stata la giustificazione dei peccatori. Ma questo non può essere stato l’aspetto determinante nella scelta, soprattutto perché non è applicabile a tutte e quattro. Più importante è il fatto che tutte queste donne non erano ebree. Per il loro tramite entra quindi nella genealogia di Gesù il mondo delle genti – si rende visibile la sua missione verso ebrei e pagani.
Soprattutto, però, la genealogia termina con una donna: Maria che, in realtà, è un nuovo inizio e relativizza l’intera genealogia. Attraverso tutte le generazioni, tale genealogia aveva proceduto secondo lo schema: “Abramo generò Isacco…”. Ma alla fine compare una cosa ben diversa. Riguardo a Gesù non si parla più di generazione, ma si dice: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (Mt 1,16). Nel successivo racconto della nascita di Gesù, Matteo ci dice che Giuseppe non era il padre di Gesù e che egli intendeva ripudiare Maria in segreto a causa del presunto adulterio. E allora gli viene detto: “Ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo” (Mt 1,20). Così l’ultima frase dà una nuova impostazione all’intera genealogia. Maria è un nuovo inizio dell’Alleanza, del rapporto di amore di Dio con l’umanità. Il suo bambino che risorto riceviamo nell’eucarestia non proviene da alcun uomo, ma è una nuova creazione, è stato concepito per opera dello Spirito Santo. Sappiamo e pensiamo chi riceviamo e da dove proviene. 

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